ED IO COME POSSO INSEGNARTI A VOLERMI BENE

di Cara Futura Rigby

ED IO COME POSSO INSEGNARTI A VOLERMI BENE

di Cara Futura Rigby

ED IO COME POSSO INSEGNARTI A VOLERMI BENE

di Cara Futura Rigby
4 minuti di lettura

Ed io come posso insegnarti a volermi bene

Facciamo intanto che è come quando la scorsa primavera mi lamentavo perchè in motorino non riuscivo a sentire l’odore del gelsomino che mi piace tanto, per colpa del parabrezza che limitava gli odori a un pezzo di plastica dura.
E ho dovuto togliere il parabrezza, poi, un giorno, per lasciare che il vento mi desse fastidio agli occhi, che me li facesse lacrimare e mi sciogliesse il trucco. Sentivo l’odore del gelsomino, finalmente, diretto e senza parabrezza. E poi un fiore di gelsomino mi è proprio entrato nel naso, preciso e puntuale, manco prendesse la mira. Un fiore nel naso e l’odore ora lo sentivo bene. Ho starnutito, l’ho cacciato via, il gelsomino, ma l’odore ormai era entrato.
Così, ti pregherei di togliere il parabrezza e guardarmi e lasciare che ti arrivi quanto io ti voglio bene e lasciare che tu senta sul viso quanto io ti voglio bene. Tu starnutisci, ma io ti chiedo di lasciartelo insegnare, a starnutire gentilmente.
Io nemmeno credo di averlo imparato a fare, dico a volere bene agli altri, anzi ad alcuni proprio no. Però credo di averlo imparato poco alla volta, mangiando il salato delle cose che colano liquide dagli occhi e il dolce di un gelato al pistacchio.
Come posso insegnarti a volermi bene?
Ti starei appiccicata-appiccicata di notte, dietro la schiena, lasciando che tu mi dica che senti caldo e che non tolleri tutta quella vicinanza. E io mi allontanerei, toccandoti col mio solo piede destro perché, quando mi appiccicco e sto vicina-vicina, tu mi dici che soffochi e io ti credo. Ma il mio piede non lo mollo e lascio alla distanza il compito della lontananza, ma lascio al mio piede la certezza del mio contatto.
E lascerei che mi sfondi i timpani con il tuo russare, che la misura del mio bene fosse il soffitto che fisso quando dormi, fosse la grammatura dei miei tappi di cera che non ho mai comprato perché, per quanto il tuo russare derubi il mio sonno, la tua stonatura nasale è il mio miglior canto notturno.
E lascerei che tu mi dica che non te lo vuoi sentir dire che io ti voglio bene e io allora taccio e non te lo dico, ma poi quando tu ti volti a prendere lo zucchero, io lo dico con le sole labbra che si muovono, uso il playback dell’affetto e te lo dico lo stesso. Così tu non lo senti, ma la tua pelle sì.
E lascerei che tu mi dica che vuoi essere lasciato solo, che desideri una distanza siderale tra te e il mio essere appiccicosa-appiccicosa come il succo d’arancia che si secca sulle dita. Lascerei che me lo dici e me lo dici anche sbuffando. E io lascerei il silenzio a copertura delle mie parole per te.
E lascerei che tu mi dica che queste fissazioni sull’affetto sono cose infantili, da psicologi o da filosofi e lascerei che tu mi parli dell’economia mondiale, della crisi, delle bilance dei pagamenti, dei tecnicismi finanziari, della concretezza materiale e io ripeterei muta e nella mia mente che ti voglio bene, che ti voglio bene, che ti voglio bene, che ti voglio bene e che vorrei tu me ne volessi. Lo ripeterei come un mantra e come una filastrocca perchè, come quando mi dici che sono bambina, i bambini ci credono che se ripeti le cose molte volte poi quelle si avverano. E se si avverano poi mentre io lo dico nella mia testa, ancora meglio perchè tu non ti spaventi.
E lascerei che tu non risponda alle mie domande impertinenti, che sollevi gli occhi quando io ti chiedo sempre la stessa cosa e ti direi che io voglio bene anche allo sguardo perso che fai. Che proprio mi fa incazzare furentemente, ma pensa un po’, che quando vuoi bene a qualcuno anche le ire funeste diventano il passo di un affetto.
E ti scriverei sui muri tutta la telecronaca di quella sera in cui eri felice e che non volevi dimenticare, che avevi bevuto e che mi hai pregato di ricordarti. E lascerei che tu dia la colpa a me, che sono appiccicosa-appiccicosa, che ho la memoria ferrea, che esagero sempre a ricordare lì dove non c’è da ricordare.
E lascerei che io senta il tuo corpo farsi granito quando ti riempio di baci e tu rimani immobile come fossi marmo scolpito, lasciando che i miei baci siano pomata calda e morbida per il tuo cuore che è malconcio e dolorante.
Lascerei al silenzio le parole che hanno un suono, ma lascerei alle parole scritte questa intenzione.
Ti chiederei se vuoi che io ti insegni a volermi bene, perchè io non credo che a volere bene si possa insegnare, ma credo che per te farei un’eccezione, crederei che questo fosse possibile.
Lascia che io ti voglia bene, lascia che io te lo possa insegnare.

Lezione 1: togliere il parabrezza dalla vita e lasciare che il vento arrivi. lasciare che qualcuno ti voglia bene.
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