Lottare per i diritti
serve ancora

Ecco perché il Primo Maggio
ci serve ancora

Nostalgia del posto fisso? No, attribuire il giusto valore alla persona

di Pietro Maria Sabella

Lottare per i diritti
serve ancora

Ecco perché il Primo Maggio
ci serve ancora

Ecco perché il Primo Maggio
ci serve ancora

di Pietro Maria Sabella
Primo Maggio

Lottare per i diritti
serve ancora

Ecco perché il Primo Maggio
ci serve ancora

Nostalgia del posto fisso? No, attribuire il giusto valore alla persona

di Pietro Maria Sabella
3 minuti di lettura

Questa nota sulla festa del Primo maggio vuole essere una riflessione estemporanea. Sicuramente non dotta, ma neanche partorita dalla pancia. Probabilmente dal cuore o dall’animo, sempre che si possano separare come dimensione di una parte dell’Io. Il primo maggio 2021 in tempi di pandemia potrebbe anche essere una giornata normale, un semplice sabato nel nostro calendario, forse, non meriterebbe neanche di essere più festeggiato.

Probabilmente per un innumerevole numero di ragioni, legati al disfacimento del mercato del lavoro, almeno per come ce lo hanno propinato i nostri genitori, alla continua crisi, che muta aggettivazione in moto perpetuo almeno da due decadi, alle rarefazioni politiche, se non alla globalizzazione.

Sta di fatto che abbiamo attraversato la crisi economica, quella crisi finanziaria, ed oggi anche la crisi sanitaria.

Eppure, non abbiamo mai vissuto un secco momento di frattura, uno shock definitivo, tale da risvegliarci “di botto”, ma abbiamo subito perseveranti lesioni che hanno progressivamente indebolito la dimensione della dignità del lavoro nel corso degli anni e, in un certo senso, dell’essere umano nella sua dimensione individuale e sociale.

Quasi senza accorgercene siamo arrivati qua, abituandoci alle conseguenze nefaste della crisi precedente che, se vista nell’ottica della successiva, sembrava nulla. E senza (quasi) battere un ciglio abbiamo assistito alla chiusura di migliaia di aziende, all’arrivo di Amazon e di Uber Eats, di Google e dei social media, senza comprendere affondo come le nostre stesse scelte e le nostre omissioni ci rendevano attori di questo cambiamento e non solo “vittime”.

Probabilmente, se analizziamo il tutto da una prospettiva ampia, è evidente che non abbiamo fatto i conti con tante dinamiche, in primis, l’avanzamento tecnologico, il mutamento climatico, l’incremento demografico. O forse, più probabilmente, non abbiamo saputo affrontare i drammi della nostra era con capacità di visione politica a lungo termine. Ogni intervento è stato dettato dall’onda dell’emergenza. E l’emergenza non crea mai risposte valide per i momenti ordinari. 

Con il lavoro, beh, è stata una catastrofe silenziosa. Eppure, siamo ancora qua, con il reddito di cittadinanza, i tirocini mal pagati e le inique retribuzioni fra sessi diversi, la malattia non riconosciuta, se non per alcune tipologie di contratto. 

Ci siamo abituati, insomma, alla precarietà come stile di vita, non solo nel suo profilo economico. 

Tutto è dettato nell’ordine di prospettiva di mesi, settimane, se non giorni.

Finché la pandemia impone la chiusura delle imprese e il blocco dei licenziamenti.

Lungi da me parlare adesso di resilienza. A un certo punto il fuscello che si piega all’onda dovrebbe comunque riprendere la sua forma. Ma in questo caso siamo sotto la violenza dell’onda da diversi anni e stiamo dimenticando come eravamo. Questo ci renderà più difficile capire come dovremo essere. Alla fine della pandemia, ci sveglieremo in un mondo cambiato, fatto di smart working (in realtà di tele-lavoro) e di migliaia e migliaia di disoccupati.

Non più soltanto i dipendenti delle grandi aziende, ma tutto il tessuto micro-sociale si troverà colpito. Molto sarà digitalizzato e l’esigenza di riprenderci in fretta non ci farà prestare attenzione alla cura del lavoro, alla sua dimensione di diritto individuale in grado di esprimere la dignità della persona. E chissà se avremo trovato anche una cura al problema fiscale che ci infesta.

Questo timore, però, non vuol dire provare nostalgia del “posto fisso”, del passato. Ormai non rientra più nelle dinamiche delle scelte di molti. Significa dover continuare ad attribuire il giusto valore alla persona, come componente di una società che attraverso il proprio lavoro esprime se stesso e coopera all’interno di una comunità. Significa riconoscere parità di stipendio fra i generi, possibilità di crescita, sicurezza economica a fronte di un impegno effettivo.

Ed ecco perché il Primo maggio ci serve ancora. Perché in questo mondo di monadi, dobbiamo ancora ricordarci che non siamo strumenti, ma siamo il fine.

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su telegram
Condividi su whatsapp

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Articoli Correlati