Ecco perché il Pd
deve allearsi con i 5 Stelle

Ecco perché il Pd
deve allearsi con i 5 Stelle

Renzi è riuscito a far fuori sia Conte che Zingaretti
E adesso che cosa deve fare il centrosinistra?

di Leonardo Naccarelli

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di Leonardo Naccarelli
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Ecco perché il Pd
deve allearsi con i 5 Stelle

Renzi è riuscito a far fuori sia Conte che Zingaretti
E adesso che cosa deve fare il centrosinistra?

di Leonardo Naccarelli
4 minuti di lettura

Avete presente la fine di un viaggio di gruppo? La comitiva si separa e tutti sono pronti a tornare alla vita di sempre. Ci si saluta convinti che non sia per sempre. Qualcuno, più temerario, propone anche la rimpatriata, ovviamente a settembre.

Ecco, questo sta avvenendo nel Pd. L’interrail, disagiato e disagevole, del Conte bis è arrivato al capolinea e tutti, con valigie piene di panni sporchi, si dirigono in ordine sparso verso una casa di cui a stento si ricordano l’indirizzo. Se fosse veramente una questione di relazioni personali, nulla mi impedirebbe di augurare a tutti un “tante care cose”.

Il problema è che i binari su cui hanno viaggiato, la banchina dove sono arrivati, il salotto dove poseranno le valigie siamo noi, un Paese stanco che non ha più voglia di seguire le loro telenovelas. 

Cosa c’è di peggio di dover commentare un successo di Renzi? Averne un’altra prova. Resta, infatti, il crimine politico di aver fatto cadere un governo in mezzo ad una pandemia; rimane il fatto che da quella coltellata alle spalle è nato un governo formalmente bipartisan, ma in cui la destra di fatto spadroneggia. Eppure non può negarsi che di due nemici che aveva, Conte e Zingaretti, neanche uno ne è rimasto in piedi.

Da un lato Conte, dopo aver tentato di farci credere che sarebbe tornato ad insegnare, ha finalmente deciso di salire sulla zattera che affonda: il Movimento Cinque Stelle. Quale sarà il suo reale ruolo non l’ho ancora capito, sinceramente. Ad ogni modo, non so dirvi se l’ex presidente del Consiglio colerà a picco oppure restituirà ai grillini l’antico splendore.

Ci sono però due aspetti che mi sento di evidenziare: in primo luogo, Conte perde la possibilità di proporsi come ponte neutrale che possa unire l’elettorato di centrosinistra. Anzi, proprio aver perso questa posizione equidistante lo rende un personaggio sostituibile.

In secondo luogo, ci sarebbe poco da stare esultare da un eventuale successo di Conte in quanto i voti proverrebbero in grandissima parte proprio dal Partito Democratico. Questa operazione a saldo zero, com’è chiaro, non ha nessuna possibilità di contendere il primato politico del centrodestra. 

Dall’altra parte, abbiamo Zingaretti di cui vanno registrate le recentissime dimissioni da segretario del Partito Democratico. Tracciare il bilancio della sua leadership non è facile e so già che osservatori più qualificati di me si sono cimentati e si stanno cimentando nell’opera. Ha avuto le sue sconfitte brucianti, penso all’Umbria, ma ha anche ottenuto risultati importanti salvando la sinistra da un baratro profondissimo, vedere voce Emilia-Romagna.

Aveva tracciato un percorso interessante con i Cinque Stelle, ma non aveva fatto i conti con il senatore semplice più saudita della storia della repubblica italiana. Certo, le dimissioni, atto comunque sempre rispettabile, non fanno dimenticare l’immobilismo, la mancanza di mordente della sua guida.

Sarebbe scorretto non segnalare come molto spesso il suo partito è sembrato all’inseguimento ed in balia degli eventi, incapace di incidere e condizionare la realtà. Le ultime notizie (al di là della sua intervista da Barbara D’Urso) parlano di un congresso entro la fine dell’anno ma rischia di essere troppo tardi. Sarà interessante vedere chi si proporrà per il ruolo da segretario: dopo la figura poco edificante nella formazione della squadra di governo, potrebbe anche essere il turno di una donna. Il problema è che, a prescindere dal genere, non mi vengono in mente dei nomi particolarmente convincenti.

Eppure, per dirla alla Fabi: “In mezzo c’è tutto il resto, e tutto il resto è silenziosamente costruire“. Al di fuori delle grigie sale di partito, infatti, c’è una frazione di paese che in questa maggioranza di governo ci aveva creduto e che spera ancora in un centrosinistra largo e competitivo.

Certo, gli elettorati non sono ancora perfettamente omogenei, ma esiste un grande motivo per proseguire il dialogo: solo quest’alleanza è in grado di evitare che il Paese alle prossime elezioni cada in mano alle destre. Non mi preoccupa l’operazione in sé, ho paura delle attuali classi dirigenti: un livello troppo basso per progetti così ambiziosi. Non so neanche quanto sia possibile auspicarsi un moto dal basso che possa sopperire alle manchevolezze della politica: la scelta di condividere un programma e presentarsi uniti alle elezioni non è qualcosa che può essere deciso dagli elettori. 

Per motivi di sopravvivenza, quindi, io credo che l’unica strada percorribile sia un’unione di sistema tra i Cinque Stelle ed il Partito Democratico. Magari, come avviene nel centrodestra, potranno esserci dei casi in cui ci si presenterà divisi, ad esempio alle comunali di Roma, ma saranno delle eccezioni sempre più rare. Per contare ancora qualcosa, per scrivere una pagina di presente e futuro, non perdetevi di vista. Andateci alla rimpatriata, anche prima di settembre.

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