Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"

“Solo perché ci abituiamo ad una cosa, non vuol dire che ci piaccia”

Fin dove può spingersi l’azione di un bambino per catturare l’attenzione della propria madre?
Fin dove può spingersi, per essere stato un errore, accettato solo per responsabilità di chi lo ha
generato?

Non tutti sono bravi a fare i genitori, ma ci si prova. A volte però l’assenza di sentimento è incolmabile per loro, e per i propri figli.
È un po la condanna di Eva, essere una madre anaffettiva, incapace di manifestare, talvolta provare, amore per Kevin.
Lei è un’avventuriera all’apice della sua carriera, che decide di mettere da parte, andando via da New York con il marito, nel tentativo di ricercare una dimensione più adatta a una famiglia.

Ma questo non basta. Non può bastare un gesto gentile, una cena, una giocata a golf per costruire un legame, anzi il Legame per eccellenza.

E Kevin lo sente, e disprezza ogni tentativo di riconciliazione da parte della madre, perché lui è un figlio non voluto e questo è imperdonabile e deve essere fatto pesare, in ogni modo e con qualsiasi mezzo.

A lui non interessa che lei gli prepari la minestrina per pranzo o tenti di essere carina, quanto piuttosto una reazione sincera e profonda, nel bene o nel male.

“Solo perché ci abituiamo ad una cosa, non vuol dire che ci piaccia” è il frutto delle riflessioni di un bambino di appena quattro anni, intento a spezzare i suoi pastelli di cera, e forse la frase esemplificativa dell’intero film.

La storia incede, tra immagini sbilenche e tremolanti, che alternano ricordi al presente nel quale la protagonista cerca di ricostruirsi una vita, irrimediabilmente segnata dalle conseguenze della sua incapacità di relazionarsi con il figlio.

Eva va alla ricerca di un nuovo lavoro, si reca spesso a trovare il figlio, con il quale intrattiene lunghe e disagianti conversazioni di silenzio, mantenendo costantemente in viso l’espressione di chi pensa : “Dove ho sbagliato?”.

Il Guardian Unlimited l’aveva già posta fra i primi 20 migliori registi dei giorni nostri nel 2007, ma è con “E ora parliamo di Kevin” che la scozzese Lynn Ramsay consacra la sua bravura.
Dal sarcasmo della canzoncina, Mule skinner blues, che in una delle prime scene incornicia in modo grottesco l’inizio, tutt’altro che felice, della giornata di Eva che uscendo trova le mura di casa e la macchina imbrattata, all’inquadratura minuziosa delle labbra del figlio, intento a strapparsi le unghie a morsi e riporle in fila sul tavolo.

Ma la genialità dell’intenzione nell’immagine, sta nel soffermarsi in dettagli apparentemente effimeri, come rifare il letto tirando le pieghe delle lenzuola, che in qualche modo si fanno metafora delle pieghe più profonde di cui è cosparsa la vita dell’unica vera vittima di questa storia.

O nel mantenere il primo piano sulle pupille di Kevin che riflettono il bersaglio delle frecce, rappresentazione esemplificativa dell’unico vero bersaglio per lui: la madre.

Non ci sono sbavature, tranne quelle dei colori, volute.
Il colore contamina lo stato d’animo, e specialmente il rosso, in questo film da alla relazione madre-figlio una connotazione violenta e corrosiva.

Magistrale il ventenne Ezra Miller, già noto per aver dato prova delle sue doti in “City Island” dove vestiva i panni di un adolescente feticista di donne grasse, che è una delle colonne portanti di questo film insieme al premio oscar Tilda Swinton, una delle poche attrici in cui il sottotesto e la mimica facciale sono cosi espliciti da rendere opzionale il testo recitato.

D. Riz

 

E ora parliamo di Kevin ultima modifica: 2012-02-29T10:06:11+00:00 da Redazione

Utilizziamo cookie analitici e di profilazione di terze parti per migliorare la tua esperienza di utilizzo. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi