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“Il jazz è lasciare che la luce brilli, non cercare di accrescerla. Lasciala essere. E suona il tuo brano.” (Roberto Cotroneo)

In una casa semi vuota, un pianoforte che riempie da solo un salone, con una luce potente, calda, che solo il cielo di Roma è in grado di rendere, inizia questa storia.

Una casa malinconica, pregna di ricordi, di spartiti e pentagrammi sparsi come foglie autunnali, una casa in cui il silenzio si fa forte, ma urla con un rumore assordante nella mente di chi scrive. E chi scrive intende partire da quella casa alla ricerca delle note che bruciano un cuore spento, a volte intermittente, ma in grado di captare una tromba che sembra suonare lontano, verso sud.

Quel sud in cui si cela un uomo vecchio, in voluta solitudine tra le mura di un’altra casa, per stare in ascolto di un mare incredibilmente vicino ed essere toccato da una luce tersa, barocca, che riscalda.

E nemmeno un rimpianto è il racconto di un viaggio, di un meraviglioso viaggio alla ricerca del padre di My Funny Valentine, e cioè del compianto Chet Baker, del jazzista bello e maledetto, dalle vene colme di droga e disperazione, dallo sguardo a tratti distante e triste, a tratti superbo e lontanissimo, suicidatosi, così dicono, nel 1988 con un tragico volo da un albergo di Amsterdam.

L’autore traccia le linee di un percorso che segue le note, la musica, le rimembranze di emozioni scaturite da accordi e ascolti difficili da eliminare, che riemergono in momenti in cui si sente la necessità  di incamerare certezze e di seguitare quello che più di altro parla il linguaggio della nostra anima.

Ogni pagina che scorre non è solo inchiostro che evoca immagini, parole, ma con la dovuta cura e il giusto orecchio, quelle pagine sono fatte di suoni, di dolcissimi suoni, come se un brano, più brani, una jam session avesse preso piede e possesso della carta e accompagnasse il lettore nel medesimo modo in cui si atteggiano certe colonne sonore cinematografiche, che per la loro bellezza e potenza non riesci a slegarle da quelle scene.

E le scene si susseguono come frame fotografici tra macchine in corsa tra uliveti e terre rosse, attraversano locali cosparsi di blu notte, strade parigine, fumo di sigarette e rumori di strumenti scordati.

E il Chet di Cotroneo è dentro ogni cosa, è lo specchio in cui si riflettono e si riversano le fattezze umane, in cui sgorga sangue annoiato di un pubblico pagante e in modesto applauso, in cui vanno a sbattere le ipocrisie collettive e la voglia di sentirsi meno in peccato se si scaricano le brutture carnali, per un puro gusto di rassicurazione ed espiazione, su un solo uomo, che con la sua vita di eccessi ed estreme quotidianità  ha celato il suo vero essere intrappolandolo in una maschera difficile da riconoscere.

Non è una sterile biografia né uno spudorato e stucchevole commiato o una marketta a buon prezzo e nemmeno uno svelare un dark side che non esiste, o che esiste solo nello sguardo superficiale e facile di chi ha bisogno del solito “mostro” per inneggiare a personali sicurezze di essere nel giusto.

Chet è la storia di ogni persona che sfugge dal luogo comune ma senza aizzare bandiere di vittimismo, senza fare le battaglie per tutto il popolo nero d’America, come sembrava facesse il suo acerrimo rivale Miles Davis, in uno scontro degno dei nostrani Coppi e Bartali.

Chet è tutto il jazz che non riesci a spiegare, tutta quella magia che si accende quando parte il primo accordo, o forse ancor prima, quando l’unico attacco che percepisci è l’attimo di silenzio che intercorre tra chi è in procinto di posare il tasto sulla tromba e il fiato che si stringe in gola, in un intreccio di coraggio ed emozione rarefatta.

Chet incarna tutto quello che non vorremmo mai sapere dell’altro, la forza che spaventa, la diversità , quella reale, che ci terrorizza, l’autenticità  che ci allontana e il bisogno d’amore che non sempre ci porta a desiderarlo, a volerlo, a tenerlo stretto con sé. Ci accontentiamo dei cliché  della patina che ci appare nell’immediato, perché si ha paura di scavare a fondo, nelle vite che contraddicono il normale corso delle cose.

Ci basta quello che ci è servito in modalità  fast-listening, non cerchiamo né chiediamo di venire a conoscenza dell’autentica sostanza dei volti che si mostrano ai nostri sciocchi e ordinari occhi.

Chet era idolatrato come una star dei suoi tempi, come un James Dean qualunque, e il suo essere cane randagio, al netto dei fiumi di alcol ed eroina che assumeva, faceva diventare ciechi anche i suoi più vicini compagni d’esistenza.

Ma Chet era tutto e il suo contrario, una leggenda che odora di nostalgiche carezze e di abbracci mai dati o spezzati in corso, di amarezza stemperata solo dal suo jazz che lo ha reso immortale.

E quel brano, la Valentine di Chet, che sia la versione di 3 minuti scarsi o la long track di 9 minuti e 35, realizzata con l’orchestra di 62 elementi ad Hannover, quella versione che strappa il fiato a morsi, in cui è contenuta un mondo vero, fatto di rabbia e solitudine, di bisogno d’amore, che riesce ad aprire qualsiasi sinapsi dello spirito e ti porta oltre ogni confine temporale e terreno, bene, quel brano è una storia nella storia.

Quel brano è la cartina tornasole che ruota intorno all’autore, nella sua ricerca di verità  che sembrano servire per comprendere lo stato dell’arte di sè stessi, quel brano è l’inizio e la fine di un filo sublime che è in grado di muovere e riconsiderare sensazioni perdute per trovare le strade di una memoria in sofferenza ma che ricorre come l’aria per dettare i connotati di carte d’identità  tatuate sull’invisibile petto dell’anima.

È una lettura che rapisce per gli splendidi soli che rievoca, per la musica che cita, per le vibrazioni di jazz che comunica e per le visioni che materializza, per la pace che si ostina a catturare.

Le immagini che riporta, quei luoghi, le città , i panorami umani come naturali, nella sottoscritta possono essere racchiuse in un’unica polaroid d’annata, che rappresenta un Salento di cui è geneticamente innamorata, da cui parte una tromba, solitaria e pulita che lascia i timpani in fremito dolce e ti conduce in un avamposto mentale, che tocca il cuore e che danza con tutto il resto, e si adagia sul mare, quel mare immenso che sembra vicino anche se dista una vita da qui, una vita da Chet, senza nemmeno un rimpianto.

“Per vedere davvero bisogna mettersi in ascolto. é in questo senso che la musica può essere considerata un viaggio”. (Roberto Cotroneo).

Acquista il libro: http://www.bol.it/libri/nemmeno-rimpianto.-segreto/Roberto-Cotroneo/ea978880460803/

E nemmeno un rimpianto, l’ultimo romanzo di Roberto Cotroneo ultima modifica: 2012-02-09T11:29:53+00:00 da Vittoria Favaron

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