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“Quello che ho fatto è stato scrivere una sceneggiatura di 76 pagine, che è la metà dei miei vecchi lavori, perché non volevo raccontare la storia a parole. Non volevo il solito teatrino di personaggi che spiegano al pubblico perché dovrebbero affezionarsi a loro.”

Finalmente ce l’hai fatta. Grazie, Nolan. Perché noi al cinema vogliamo il Cinema, non vogliamo romanzi letti ad alta voce. Ma andiamo con ordine.

Dunkirk è il decimo lungometraggio diretto da Christopher Nolan, il terzo scritto unicamente da lui, dopo Following e Inception. I numeri sono da film ad alto budget: coinvolte più di 500 persone di troupe, 1500 comparse (e dei cartonati, per alcune scene di massa), navi da guerra e aeroplani della seconda guerra mondiale, un molo di 200 metri costruito in un mese solo per poterlo distruggere durante le riprese. Ed è stato girato in pellicola IMAX 65mm, perché Nolan è uno di quei registi, come Tarantino, che si sta interrogando sul mezzo cinema, oltre che sul senso del cinema, inteso proprio come sala cinematografica. Nolan invita il pubblico ad andare al cinema, a vivere il film come un evento, a celebrare il cinema nel suo tempio. Dunkirk ci ricorda che il cinema è una cosa enorme, più grande di noi, e va celebrata in un tempio, in una sala cinematografica.

Entriamo nella sala. Durkink è un film di guerra che parla dell’evacuazione dell’esercito inglese dalla spiaggia di Dunkirk (o Dunkerque, in francese), un’operazione miracolosa, ma pur sempre un’evacuazione, quindi una sconfitta.
Ecco, primo elemento interessante: è un film di guerra che parla di una sconfitta.
Un altro elemento degno di nota: non si vede niente di quello che ti aspetti di vedere di un film di guerra, niente sangue, nessun corpo maciullato, non si vede nemmeno il nemico, che poi il nemico è l’esercito tedesco nazista, che coi loro aeroplani gioca al tiro al bersaglio sulla spiaggia di Dunkirk, abitata dalle truppe inglesi. Il nemico non si vede né si nomina, tutto resta dentro la testa, nei pensieri, tra la paura e l’istinto di sopravvivenza.
 Ecco, un altro elemento: non ci sono eroi, tutti desiderano solo (e dici poco) sopravvivere, a costo di calpestare gli altri, a costo di calpestare la propria umanità. Questo calpestarsi per sopravvivere, per tornare a casa, una casa che si riesce quasi a vedere dalla spiaggia di Dunkirk, eppure sembra così irraggiungibile, questa sensazione claustrofobica è fortissima, scandita da un ritmo ansiogeno, martellante.

Sul ritmo: l’autore della colonna sonora è il fedele compagno Hans Zimmer. Nolan, quando di Dunkirk c’era solo la sceneggiatura, gli fece ascoltare il ticchettio di un suo orologio da taschino, ticchettio che si sente all’inizio del film e che continua, sotto altre forme, praticamente per tutto il film. Nolan ha spiegato che hanno utilizzato un’illusione acustica, la scala Shepard, che consiste nel far credere che ci sia sempre un tono ascendente. E Nolan ha costruito la sceneggiatura secondo questo principio: tre linee temporali che danno una costante idea di intensità crescente. Il cinema è illusione.

A proposito della struttura e del montaggio: tre spazi – la spiaggia di Dunkirk, il mare con le imbarcazioni di coraggiosi cittadini inglesi, partiti per andare a recuperare i loro soldati, e infine il cielo abitato dagli aeroplani inglesi e tedeschi. Tre tempi – il molo, 1 settimana. Il mare, 1 giorno. Il cielo, 1 ora. Vediamo le azioni svolgersi in continuità, ma in realtà non sono sincronizzate. La differenza tra tempo della storia e tempo del racconto. Che genio, è riuscito a mettere perfino al centro di Dunkirk il tema del tempo. Da Memento, dove lo dilata, a Interstellar, dove si moltiplica, fino a Dunkirk, dove viene smembrato. Capita pure di vedere una stessa azione più volte, da più punti di vista, in momenti (del racconto) diversi, praticamente quello che fa Nolan è dissezionare il tempo e le immagini. Quello che fa Nolan è Cinema.

Quindi grazie, Nolan, per averci donato un po’ di Cinema, senza il solito teatrino di personaggi che spiegano al pubblico perché dovrebbero affezionarsi a loro.
 A proposito dei personaggi: non conosciamo il loro background, nessuno li introduce, sono definiti unicamente dalle loro azioni. Tom Hardy si copre il viso con casco e ricetrasmittente a inizio film e resta così fino alla fine, parlando pochissimo. Recita solo con gli occhi. A un certo punto ci sono più o meno dieci secondi in cui deve prendere una decisione fondamentale. È solo, nella cabina del suo caccia, e ha poco tempo per decidere. Non parla, non avrebbe senso. Vediamo soltanto i suoi occhi, ha dieci secondi circa per farci capire il suo dubbio, che è un dubbio enorme, e può farcelo capire utilizzando solo gli occhi, e ci riesce: noi nei suoi occhi vediamo tutto. Questo, ripeto, è Cinema.

di Natalina Rossi, all rights reserved

 

Dunkirk in 65mm, il cinema come un tempio ultima modifica: 2017-09-12T06:30:34+00:00 da Natalina Rossi
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A proposito dell'autore

Natalina, qualche volta Alice. Dipende dal treno da prendere. C’ha gli zigomi aggressivi, uno strano attaccamento ai suoi polsi, simpatiche fobie sociali da raccontare alla gente con un bicchiere di Primitivo in mano, e poi una penna tipo kit d’emergenza salva vita. C’ha una casa che è tipo una galassia di Star Wars con le pareti coperte di locandine e facce di Servillo sparse. Un legame silenzioso con Ettore Scola che ha consolidato presentandosi ai suoi funerali, così, perché lui capiva i suoi desideri e un sacco di lacrime. Gioca a PES 2009 perché quanto è forte il Barcellona a quei tempi mai più. E’ alla ricerca della mappa segreta dei suoi spostamenti per trovare pace con il corpo.

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