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Intervista allo scrittore – nonché insegnante d’inglese – classe 1984, doppio passaporto e patente da sognatore, Jason Forbus.

A cura di Andrea Lisi

 

Ciao Jason, raccontaci qualcosa della tua vita e delle tue origini.

Innanzitutto ti ringrazio per offrirmi la possibilità  di condividere questo progetto, parlarne è anche un modo per fermarmi un momento e spiegarlo (e spiegarmi) a me stesso.

Rispondere a questa domanda, parlare della mia vita e origini, non è semplice; tutti noi siamo figli che furono a loro volta figli di figli e di figli, fino all’alba del tempo dell’uomo. Per motivi che spiegherò meglio in seguito, sono sempre stato affascinato dalle mie origini, e ho avuto la fortuna e la tenacia di consultare vari archivi, biblioteche e musei per accertarmi delle mie provenienze.

Dunque, sono figlio di un ex sottufficiale della marina statunitense stanziato a Gaeta e una donzella di origini campane. Due mondi che s’incontrano, in effetti, ma ancor prima della nascita del sottoscritto i miei nonni paterni sono in qualche modo il simbolo vivente di un mondo in continuo mutamento: mia nonna è, infatti, gallese di origine e proveniente dalle Isole Bahamas, dove la sua famiglia fu esiliata nell’Ottocento, mentre mio nonno ha origini scozzesi. Un lungo calvario quello dei Forbus (dal gaelico scozzese Forb-ais, “alla terra”), iniziato più di mille anni fa: dalla Scozia all’Irlanda, dall’Irlanda alla Scozia, dalla Scozia alla Svezia, dalla Svezia alla Scozia, dalla Scozia all’Inghilterra e infine eccoli, qualche attentato dopo al sovrano d’Inghilterra, esiliati negli Stati Uniti d’America e infine in Italia; è proprio vero, tutte le strade portano a Roma.

 

Pensi di avere un’identità  definita o definibile? Fino a che punto i viaggi e il tuo bagaglio di esperienze a cavallo di varie culture pesano nei rapporti con la gente che ti circonda e nella tua quotidianità?

A ventisei anni d’età, la mia vita è finora stata il manifesto dell’epoca in cui vivo: sbandato da una nazione all’altra, ho vissuto per diletto, studio e lavoro negli Stati Uniti, in Italia, Svezia, Spagna, Inghilterra e Scozia. Metteteci tanti altri Paesi di mezzo ed eccovi un povero giramondo che conosce ogni zona in cui vive e ha vissuto meglio di chiunque altro (ed è pronto, dall’altezza della sua superbia, a dimostrarvelo in cambio di una buona birra scura).

È evidente che non possiedo qualcosa come un’identità  ben circoscrivibile. Mi sovviene al riguardo un aneddoto piuttosto divertente: proprio alcuni mesi fa, in Scozia, ho partecipato mio malgrado al censimento di Sua Maestà. Il censimento britannico è di gran lunga la cosa più indiscreta dopo una comara di Via Indipendenza* che abbia mai avuto il dispiacere di incontrare nella mia vita (*per chi non fosse pratico di Gaeta, Via Indipendenza è una strada lunga qualche miglio che si dipana in dozzine di vicoli dove migliaia di persone vivono a costante contatto l’una con l’altra, e dove alcune persone di sesso maschile e/o femminile hanno la cattiva abitudine di farsi gli affari altrui in un modo che eccede la premura per il proprio vicino). In questo censimento, fra le varie domande da Grande Fratello, una su tutte mi ha lasciato esterrefatto: la stessa di cui sopra. Chiaramente, dovendo pur rispondere qualcosa su questo censimento, ho tenuto a rassicurare l’ufficio anagrafico scozzese della mia appartenenza e lealtà alla nazione libera dell’Antartide. Credo che mi farò stampare un apposito passaporto, chiaramente sulla copertina farà bella mostra di sé un pinguino reale incoronato da una corona d’alloro o una stellina socialista, a seconda dei gusti.

No, davvero, proprio non l’ho mai capita questa cosa di avere questa o quell’altra identità  nazionale. Credo che oggi cultura, lingua e valori siano talmente mescolati, universalizzati, difformi e standardizzati al tempo stesso che definirsi italiano, statunitense, cinese o nigeriano ha esclusivamente valore in termini calcistici e gastronomici. Vi faccio un esempio: Giovanni di Nola tifa Barcellona, vota democratici, mangia giapponese, ascolta musica indie tedesca e adora i film di David Lynch; ora si dà il caso che un ragazzo di nome Wong di Singapore condivida in toto le passioni e affiliazioni di Giovanni di Nola. D’altro canto il fratello di Giovanni, Roberto, tifa Real Madrid, vota il partito della pagnotta, mangia coreano, ascolta musica punk ungherese e odia il cinema. Ma le similitudini fra Giovanni e Wong vanno ben oltre le passioni e le affiliazioni politiche: le loro, a dispetto delle centinaia di miglia che li separano, sono esistenze accomunate da un vissuto incredibilmente simile, reso simile da una struttura globale, da un network d’idee, valori e pratiche quotidiane che, con le sottili sfumature legate al territorio d’appartenenza, gli danno modo di fraternizzare e socializzare forse più di quanto Giovanni e il fratello Roberto, che vivono a pochi metri di distanza, potranno mai fare. Ho chiaramente semplicizzato centinaia di trattati sociologici scritti da professoroni, ma considerando le esigenze del caso non potevo fare altrimenti.

Mi chiedi, allora, come vivo la mia quotidianità? Con la consapevolezza che questa è una fase di transizione, il vecchio sta cedendo al nuovo a una velocità  tale che idee, valori e pratiche quotidiane mutano così in fretta che Giovanni “nel corso della sua vita” sarà  molti più Giovanni di quanti Peppini suo padre Peppino fosse mai stato.

Che opinione hai rispettivamente di arte e politica? Come ti rapporti con queste categorie? C’è qualche settore su cui ti tieni informato ed aggiornato, qualche corrente di pensiero che consideri affine?

Mi piace vivere d’arte, perché è qualcosa che so di non poter controllare. Politica, religione e società  sono cose che lascio, nei limiti imposti dal buonsenso, ad altri. (E quindi mento spudoratamente, perché mio malgrado vivo in questo mondo e ogni cosa che faccio e in cui credo è in qualche modo il riflesso, filtrato dalla mia indole, di influssi esterni).

Raccontaci qualcosa in più su Ali Ribelli e la sua storia. Quali sono i progetti attuali a cui stai lavorando? Quali invece quelli passati di cui ti senti maggiormente orgoglioso?

Ali Ribelli nasce come una fanzine dedicata all’arte nelle sue varie espressioni, quindi letteratura, arti visive, musica, durante gli anni del liceo. Sì, era l’ennesimo giornalino adolescenziale. Ma forse era qualcosa di più di quello, se penso che “ con un pizzico di c…, ehm, fortuna “la fanzine ha girato in lungo e in largo per l’Italia. Nel 2002, mettere la fanzine come download gratuito su internet non era cosa da tutti. Oggi le migliori webzine hanno difficoltà  ad emergere (il discorso di quanto in fretta cambiano le nostre pratiche quotidiane e in questo caso il mezzo di comunicazione), ma all’epoca bastava davvero poco: un giornaletto in bianco e nero e una newsletter, e il gioco era fatto. Il progetto nacque da un’idea mia e di Giorgio Franzoni, all’epoca compagno di classe e oggi bravissimo disegnatore con il quale ho la fortuna di collaborare abitualmente. Grazie poi alla collaborazione di persone sensibili quali Andrea Lisi, la fanzine ebbe un ottimo riscontro di pubblico anche nella zona.

Al crepuscolo dei nostri anni liceali si fa stabilire la data di archiviazione della rivista, che sarà  ripresa solo molti anni dopo, nel 2009. In quell’anno, volendo cominciare una collana di pubblicazioni indipendenti, decisi di rispolverare quel nome, cui restavo “e sono tutt’oggi” molto affezionato. In fondo, a parte qualche ruga e qualche capello grigio che comincia a insinuarsi con fare prepotente fra la mia chioma castana, i sogni e il cuore sono ancora quelli di tanti anni fa.

Al momento, la collana di pubblicazioni indipendenti è cresciuta e si è estesa a tal punto da raccogliere numerosi artisti, italiani e non, in un collettivo artistico “un’associazione culturale onlus” che si propone di promuovere e diffondere Arte con l’iniziale maiuscola, un’Arte ispirata e bella, che possa fare del bene ai soggetti di categorie a rischio quali i clandestini e i senzatetto.

Oltre alla pubblicazione di numerosi libri, in italiano e in tante altre lingue, che non sto qui ad elencare (per maggiori informazioni, visitate il sito www.aliribelli.com), sono al lavoro a un’opera musicale tratta dalla mia favola Il Fanciullo Lontano. La prima dell’opera, composta dal cantautore Cristian Maddalena, si terrà  al Palazzo Caetani di Fondi in data 29 settembre 2012 (per maggiori informazioni, visitate sempre il nostro sito: esiste per questo!).

Quando e come è iniziata la tua collaborazione con Bissan Rafe Qasrawi?

A proposito di globalizzazione, eh? La mia collaboratrice principale è una ragazza palestinese “Bissan, per l’appunto, rifugiata politica presso gli Stati Uniti”. Sempre a proposito di globalizzazione, ho conosciuto Bissan su internet nel gennaio del 2009. Ero alla ricerca di un disegnatore che fosse disposto a realizzare la copertina del mio primo libro, Il Blu Silente, e lei si dimostrò sin da subito entusiasta al progetto. Da allora abbiamo avviato una collaborazione assai proficua che è scaturita in una lunga sfilza di progetti che annoverano copertine di libri, vignette satiriche, e tanto altro ancora. Ecco, io e Bissan siamo un po’ come Giovanni e Wong di cui vi ho parlato sopra.

Quali sono i motivi, in questo momento storico, per cui hai scelto di vivere in Italia, perché nel Sud Pontino, perché ad Itri?

Perché credo molto in questa terra, perché ha un po’di tutto, dal mare alla montagna, dall’idealista al camorrista. Ma soprattutto perché ci sono passati un po’ tutti, e allora c’è maggiore varietà  etnica, di un tipo meno manifesto magari ma proprio per questo più affascinante. Spero che tale varietà  possa crescere negli anni venturi e portare alla nascita di un vagabondo tipo, un individuo con la testa fra le nuvole e i piedi ben piantati sulla terra, terra dove vive e che deve quindi rispettare.

(Senza voler imporre toni retorici o scaramantici) Come e dove ti vedi da qui a 5 anni? E fra un decennio?

Dipenderà  molto dalle esigenze del caos. Vivrò dove sarò felice e dove potrò amare, sia a Itri, in Alaska, o fra le stelle (consentitemi qualcuna delle mie, su).

Concludi con una tua citazione preferita.

È facile, nel mondo, vivere secondo l’opinione del mondo; è facile, in solitudine, vivere secondo noi stessi; ma l’uomo grande è colui che in mezzo alla folla conserva con perfetta serenità  l’indipendenza della solitudine. “Ralph Waldo Emerson”.

 

Due chiacchiere con lo scrittore Jason Forbus ultima modifica: 2011-11-08T19:24:34+00:00 da Redazione

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