Doğan Akçali, il poeta
curdo che non ti aspetti

Doğan Akçali, il poeta curdo
che non ti aspetti

Chiacchierata con il rifugiato politico, autore di "Amore Mesopotamico":
“Non sono io che ho scelto la Poesia, è Lei che ha scelto me”

di Simone Pasquini

Doğan Akçali, il poeta
curdo che non ti aspetti

Doğan Akçali, il poeta curdo
che non ti aspetti

Chiacchierata con il rifugiato politico, autore di "Amore Mesopotamico":
“Non sono io che ho scelto la Poesia, è Lei che ha scelto me”

di Simone Pasquini
Doğan Akçali, il poeta curdo che non ti aspetti

Doğan Akçali, il poeta
curdo che non ti aspetti

Doğan Akçali, il poeta curdo
che non ti aspetti

Chiacchierata con il rifugiato politico, autore di "Amore Mesopotamico":
“Non sono io che ho scelto la Poesia, è Lei che ha scelto me”

di Simone Pasquini
5 minuti di lettura

Pochi giorni fa ho avuto la fortuna di parlare con Doğan Akçali, una persona davvero affascinante. E’ un rifugiato politico. Da tipico cittadino di questa parte di Mondo, devo ammettere di non aver mai avuto prima d’ora la possibilità di parlare con qualcuno come lui, costretto ad abbandonare casa ed affetti perché perseguitato. Sembrano così lontane le storie di questi uomini – e pur tuttavia le sentiamo ogni giorno in televisione – da sembrare quasi uscite da un film. Finché poi non te li trovi davanti. Ci parli finalmente, e ti rendi conto che se anche ti somigliano dal punto di vista fisico serbano dentro di loro ricordi ed esperienze che ci distanziano anni luce. 

Ma Dogan non è solo questo. Dogan è anche (anzi, dovrei dire soprattutto) un poeta. Fra poco pubblicherà il suo primo libro di poesie con The Freak Editori intitolato “Amore Mesopotamico”. Incuriosito, ed al tempo stesso affascinato, ho avuto il privilegio di scambiare alcune parole con lui e fargli alcune domande sulla sua storia e sulla sua passione.

Dogan è arrivato in Italia nell’ormai lontano dicembre del 2012. Ora vive e lavora a Milano, dove si è stabilito una volta completato il lungo iter per vedersi riconosciuto lo status di rifugiato politico. 

Fin dal primo momento della nostra chiacchierata Dogan mi aiuta a comprendere cosa significhi vivere da straniero in casa propria. Dogan infatti è curdo, ma è nato e cresciuto in Turchia. Questo ha significato per lui vivere fin da giovanissimo in un Paese che cerca di nascondere, di negare in qualche modo una parte della sua stessa popolazione. Il curdo è una lingua “proibita” in Turchia: Dogan ricorda di averlo imparato e parlato praticamente solo dentro le mura di casa, costretto fin dall’età scolare ad utilizzare solo ed esclusivamente il turco. Sebbene sia una lingua che lui conosce bene, è e rimarrà sempre una lingua che gli è stata imposta. 

Conscio del peso, e sicuramente della grande frustrazione, che lui e molti altri membri del popolo curdo sopportano ogni giorno a causa di questa situazione di perenne discriminazione, gli chiedo se lui creda nella possibilità un giorno di avere uno Stato curdo. Mi risponde direttamente, affermando che un simile progetto significherebbe la realizzazione di un grandissimo sogno. Dopo tanti anni lontano da casa, sarebbe una immensa felicità per lui poter tornare a vivere nella sua terra ed essere libero di amarla senza costrizioni. “Un popolo di quaranta milioni di persone senza uno Stato! Ma ti sembra possibile?”. In effetti, per quasi tutte le persone è difficile immaginare cosa significhi essere uno straniero già al momento della nascita. 

A questo punto mi parla della comunità curda in Italia: sono sparsi un po’ in tutto il Paese, anche se principalmente nel Nord Italia e a Roma. In effetti, solo una parte di chi si vede riconosciuto lo status di rifugiato decide di rimanere qui, poiché molti preferiscono trasferirsi in altri Paesi del Nord Europa. Spesso riallacciano i contatti fra loro in occasione delle manifestazioni organizzate dalla comunità curda per far sentire la propria voce e continuare a portare all’attenzione della politica il loro dramma. Gli chiedo se, secondo lui, l’Europa stia facendo abbastanza per la questione curda. Sicuramente, mi dice, l’aiuto portato da molti paesi europei è stato molto importante per smorzare le violenze che negli ultimi anni hanno infierito sulla popolazione curda in Siria ed in Iraq. Tuttavia, la situazione per la popolazione civile è ormai disperata e sta peggiorando sempre di più. Tutto quello che per ora la sua comunità può fare, mi dice, è continuare a manifestare, nella speranza che la politica si decida ad affrontare seriamente questo problema.

Poiché ero stato colpito, diciamo anzi affascinato, dalla scelta della poesia come mezzo, gli chiedo come mai abbia preferito i versi alla prosa per comunicare i suoi sentimenti ed il suo vissuto personale. La risposta mi colpisce: “Non sono io che ho scelto la Poesia, è Lei che ha scelto me”. Mi racconta delle sue prime poesie, quando appena ragazzino si divertiva a comporre semplici versi con la sua sorellina. Nel corso del tempo, con la crescita, sono cambiati anche i temi che ha sentito di dover affrontare. Dopo l’amore, tema poetico per eccellenza, decide di trattare anche la politica e la filosofia. Per molti anni la poesia è stato un importante conforto per lui, ed egli ha fatto di tutto per coltivarla con assiduità. Dopo che fu costretto a lasciare la sua casa, però, mi confida di non essere stato in grado di scrivere per anni. 

Fu in Italia che ricominciò, grazie anche all’aiuto della sua insegnante di italiano. Lui componeva in questa nuova lingua che stava imparando, per poi farsi assistere dalla sua insegnante con la correzione. La lingua italiana, in effetti, costituisce un elemento molto importante. Dogan mi dice di apprezzare moltissimo l’italiano, lingua dolce e musicale, che racchiude secoli e secoli di cultura. 

Ma c’è un motivo anche più profondo. Le lingue che lui conosce costituiscono anche gli attori di un dramma: il turco – che pur padroneggia perfettamente – rappresenta per lui una lingua estranea e straniera, simbolo dell’oppressione che egli testimonia con le sue poesie; allo stesso tempo, però, il curdo è la lingua “proibita”, parlata ma non scritta. In tutto questo l’italiano diventa la lingua franca con cui poter comunicare il messaggio poetico, i propri sentimenti, i suoi ricordi.

Con la poesia, mi dice Dogan, lui può parlare a tutti e di tutto. Per lui, uno straniero lontano da casa, la poesia diventa lo strumento con cui poter parlare agli altri, perché “ognuno deve potersi ritrovare nella poesia”. Anche per questo, mi spiega, lascia le sue poesie senza punteggiatura: lasciare le frasi libere permette a chi legge di riempire quegli apparenti vuoti come il lettore stesso sente di dover fare, secondo quella che è la sua personalità, il suo stato d’animo. Ogni persona è differente, ma nei versi possiamo trovare una particolare forma di “unità nella diversità”, dove il testo ci racconta cose che tutti noi possiamo comprendere, poiché tutti siamo esseri umani, ma che ognuno di noi può leggere in modo diverso. 

La poesia, quindi, come ponte per superare quelle diversità che – mi dice – molto spesso impediscono agli uomini di conoscersi veramente, ostacolati dalla diffidenza che sempre nell’uomo circonda ciò che ci sembra diverso, e che quindi traduciamo come “estraneo”, anche se è fatto della nostra stessa sostanza.  Me lo dice qualcuno che è stato costretto ad essere un “estraneo” per tutta la vita. 

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