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Ore 21,05, venerdì 23 dicembre 2016.
Titolo apparente: L’atterraggio di Andrea.
Titolo vero: Felpe e affetti.
Quando vado a prendere Andrea all’aeroporto, scende sempre con la felpa viola della North Face.
Gliela regalammo quando compì 16 anni e tuttora mi chiedo come faccia a stargli ancora.
Può essere il 7 luglio o il 14 dicembre o il 25 maggio, ma quella felpa la indossa sempre.
Dice che è per l’aria condizionata sull’aereo e per gli sbalzi di temperatura.
“Però Andrè non si spiega. E poi da melanzana è diventata viola e adesso è color seggiolino Metro B”.
Andrea dice che ho ragione, che non è vero che la mette per l’aria condizionata.
Dice che la mette perchè teme di non essere riconosciuto ogni volta che torna.
Dice che la mette a prescindere dal fatto che sia io o Luca o Fra ad andarlo a prendere. Una turnazione fissa, che risente della vita e delle possibilità del momento: col mio piede rotto furono gli altri a prendersene carico, ora che Luca è innamorato e non c’è mai vado sempre io e quando Fra andò a Torino l’onere fu passato a noi.
Siamo da sempre noi tre i traghettatori di Andrea da Ciampino a casa.
Ma Andrea è sempre Andrea e quando le porte scorrevoli si aprono dietro al gate, la sua felpa viola lo anticipa a noi amici.
“Ecco Andre”.
Andrea dice che quando le cose tornano hanno bisogno di essere riconosciute, hanno bisogno che qualcuno le riconosca nella loro invarianza, hanno bisogno di poter dire “sì, sono sempre io.”
Andrea dice che la distanza e il tempo a volte cambiano, ma profondamente si rimane sempre gli stessi. Purtroppo, a volte. Per fortuna, molto spesso.
Quelli del regalo dei 16 anni e quelli che ti accompagnano da una vita. Gli stessi, ma cambiati. Purtroppo. O per fortuna.
Andrea dice che quando le cose tornano hanno bisogno che qualcuno le riconosca, hanno bisogno che qualcuno le accolga con certezza e senza indecisioni, hanno bisogno di un immediato sorriso che dica “sì, sei tu”, “sì, sono io”.
Andrea dice che è brutto sentirsi persi, dice che è brutto sentirsi non riconosciuti.
Andrea dice che quando si torna, si torna sempre un po’ diversi.
E allora è necessario non sentirsi stranieri tra gli affetti di sempre.
Dice che cambiare non gli è mai piaciuto e che la felpa viola gli ricorda che lui è lui e noi siamo noi.
Che nonostante i gusti orrendi, ancora ci vuole bene.
E nonostante i gusti orrendi, ancora la indossa.
Andrea dice che indossare gli affetti è la cosa più bella del mondo.
Soprattutto se sono stropicciati e bucati.
Soprattutto se portano sopra il segno degli anni passati.
Ore 15,15, sabato 7 gennaio 2016.
Titolo apparente: Accompagnare Andrea alla ciclofficina
Titolo vero: Bici e contraddizioni
– Che poi, Andrè, non l’ho mai capito perchè te devi portà la bici pieghevole in motorino. Ingombra e stiamo stretti. Che senso c’ha. Ancora lo devo capì
– Il senso, Chicca, ce l’ha. Ed il senso è che la vita è contraddizione. Tipo tu oggi c’hai la felicità de un cartello autostradale e sei vestita come Cristina D’Avena fatta de coca. La vita è contraddizione.
 Degli Andrei e degli amici che lavorano all’estero e partono il giorno dopo, uno ne sente la mancanza già dal giorno prima della partenza. Ne sente la mancanza ancor prima della mancanza.
Perchè, chissà come mai, la mancanza non si manifesta solo nell’assenza.
La mancanza si manifesta anche nella presenza.
La vita è contraddizione.
Lo dice Andrea.
Domenica 8 gennaio 2017.
Titolo apparente: Partenza di Andrea
Titolo vero: Andrea vuole volare
Andrea è un pilota di aerei.
E stasera è stanco, rimane in silenzio, dietro di me, sul mio motorino.
“Stasera guida tu, che sono stanco”.
Lo dice ogni volta.
Lo dice come se fosse la prima volta, come se le altre volte riuscisse invece a guidare.
E invece no, ogni volta che lo riporto all’aeroporto, ogni volta che lo vado a prendere, nel tragitto verso o per l’aeroporto, lascia guidare me.
E io me lo sono sempre chiesta come mai uno che vola in aria, lasci guidare me sulla Terra.
E allora io credo di avercela una risposta.
Credo che quando abbiamo i piedi piantati al suolo, quando ci sentiamo sicuri di vivere e procedere, allora uno vale l’altro, una guida vale l’altra, che accada qualsiasi cosa.
Ma quando invece voliamo, quando invece non tocchiamo la terraferma, quando il nostro animo è sospeso e gli eventi non sono sotto la nostra padronanza, allora preferiamo guidare noi, preferiamo essere noi a guidare qualcosa che ci mette molta paura, qualcosa che temiamo come nulla di più al mondo.
E così credo che Andrea abbia deciso di fare questo lavoro.
Per sapere di poter dominare quando il suo animo vola, quando il suo animo è sospeso nelle mani di un dio maggiore.
Perchè in fondo forse ha ragione.
Quando il nostro animo è poggiato a terra, siamo tutti più sicuri.
Ma quando l’animo è poggiato tra le nubi di una felicità in volo, allora no, allora non ci sentiamo più al sicuro e al riparo.
E c’è chi sente l’esigenza di non salire mai.
Chi prega che vada tutto bene.
Chi prova a distrarsi sperando il viaggio finisca presto.
C’è chi sospira e chiude gli occhi.
Chi guarda giù chiedendosi se ha fatto bene a lasciare la vita degli umani o se è invece stato magico andare sopra le nuvole.
E c’è chi guida e decide per sempre di non voler lasciare ad altri la sua rotta.
Come Andrea.
Che dice che è stanco e lascia guidare a me il motorino.
Ma che in fondo lo sa.
In fondo è stanco di non poter mai sognare.
Di non poter sognare sopra le nuvole dell’animo e delle cose che spaventano come le felicità.
Perchè è sì pericoloso, ma è ancor più pericoloso non provarlo mai.
E allora io gli dico, per tranquillizzarsi, di ascoltare l’ultimo singolo di John Mayer, che stavolta si è nuovamente superato.
E lui mi dice di no, che tanto nessuna canzone può mai superare Free Fallin’.
E allora gli dico che ha ragione.
Che forse per uno come lui, che gli aerei li guida e che dalle nuvole non scende mai, è comprensibile amare una canzone che si chiama proprio così.
Che si chiama “Caduta Libera”.
Quella che in fondo auguro a lui. Che in fondo auguro a tutti.
Che in fondo tutti ci auguriamo di poter provare.
La testa che gira quando siamo in alto, la sensazione di mille felicità che hanno lo stesso nome o un solo suono, e il pericolo timoroso della caduta.
Perchè di fatto quando sei lassù ti senti in pericolo.
Ma poi sai che quello che hai vissuto nessuna parola potrà contenerlo.
E sarà stato prezioso.
E nessun altro potrà mai capirlo.
Che alla fine sei caduto.
Ma tutto sommato ne sarà pur valsa la pena.
La pena di un libero volo, la pena di un mondo senza gravità, la pena di un mondo diverso in cui certe regole severe capitolano sotto la bellezza di un paesaggio dell’anima.
Di un’anima leggera e di un’anima che riesce finalmente ad essere felice.
Nonostante il timore dell’altezza, nonostante si sappia di non riuscirla a padroneggiare.
Andrea è stanco e stavolta si addormenta, sul motorino e con il volto appoggiato alla mia schiena.
E io credo stia sognando.
Stia sognando di poter volare.
Andrea è tornato per Natale.
E’ tornato nella sua felpa e nelle sue contraddizioni.
Andrea è ripartito dopo Natale
E’ ripartito per tornare, dice.
Dice che chi va via, lascia sempre una scusa per tornare. Dice che tornare e ripartire sono in fondo la stessa cosa, che dipende dal punto di vista da cui guardi le cose.
E al gate mi saluta.
E al gate mi lascia uno scontrino.
Dice che è il prezzo della lontananza. E quel costo vuole lasciarlo a me.
di Cara Futura Rigby, all rights reserved
DIARIO DEI RITORNI ultima modifica: 2017-01-24T10:44:10+00:00 da Cara Futura Rigby

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