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Lavoravo in quel mercatino dall’età di quattro anni. Non che qualcuno abbia mai sfruttato le mie energie di bambino, ma il negozio apparteneva a mio padre e, prima di lui, a mio nonno. Era come una seconda casa e mi ci trasferii poco prima di raggiungere il metro e dieci di altezza. All’epoca del nonno, la bottega era una vendita al dettaglio di oggetti usati di ogni tipo; il buon Dante, infatti, in un orgasmo di fantasia la chiamò, appunto, “VENDITA AL DETTAGLIO”. L’insegna era essenziale nello stile, ma recuperava l’occhio con le dimensioni generose di ogni lettera.

Con il tempo, poi, ci specializzammo e, dal commercio di qualsiasi “prova del vivere”, come piaceva definire la mercanzia al capo, ci dedicammo esclusivamente allo scambio di macchine da scrivere. Lo spaccio divenne presto un vero e proprio emporio di incontro e confronto tra scrittori, giornalisti, giuristi e impiegati di ogni genere che amavano fare delle proprie tastiere meccaniche, oltre che uno strumento di lavoro, un gioiello personale. Non riuscii mai a comprendere a pieno come si potesse amare un oggetto del genere. Era impreciso, imperfetto, disordinato. Ogni minimo errore rappresentava una minaccia per l’intero documento. A che pro studiare tanti anni per poi imprigionare articoli o sentenze nei campi di battaglia tra carta e inchiostro rosso – nero? Non lo capii, fino a quando non conobbi lui. Era il 27 maggio 1925.

Aspetto curato e distinto. Una giacca marrone scuro lasciava appena intravedere il gilet di uguale tonalità e il bottone da cui pendeva la catenina del classico orologio da taschino; camicia bianca estranea a ogni pretesa, pantalone di lana sottile, un bel fiocco per scarpa; bastone con impugnatura in bronzo e immancabile bombetta. Arrivò in negozio con aria spaesata, quasi disorientato in quel paradiso di macchine da scrivere. In un attimo individuò l’area riservata alle “Underwood” e vi si diresse con la determinazione di uomo nuovo. Tornò il giorno dopo e il giorno dopo ancora e notai solo allora il suo interesse quasi morboso nei confronti di una, particolare, Underwood n. 1. Divorato dalla curiosità mi avvicinai a lui con l’aria distaccata di chi deve rimettere ordine tra gli oggetti. «Ragazzo», disse subito. «Hai cura degli oggetti che vendi?» la mia espressione interrogativa non lasciò spazio a repliche. «Conosci i singoli dettagli di questo capolavoro? » A fatica, spostai la mia attenzione sul “capolavoro”. «La tastiera non contiene il numero 1, lo zero e le vocali maiuscole accentate», risposi. “Esatto, se parliamo del modello. Ma Lei, conosci Lei? Guarda bene, ragazzo, osservane il lato destro: noti la sottile spaccatura? Sono mesi che la cerco.» L’espressione sul mio volto viaggiava tra il demenziale e il sospeso in attesa di una spiegazione e, senza che proferissi parola, l’uomo iniziò a raccontare: «Il mio nome è Eugenio Rubichi, sono un avvocato ma ho lavorato per qualche tempo come inviato speciale da Parigi per il quotidiano “La Tribuna”, usando lo pseudonimo “Richel”. Fino al 1897, per la precisione.

Quell’anno, infatti, fui protagonista di una vicenda che cambiò radicalmente le mie sorti. All’epoca, i rapporti tra Italia e Francia non erano dei migliori e la denigrazione da parte di Enrico d’Orléans nei confronti dei nostri soldati scatenò una serie di sfide a duello tra le parti. In particolare, un francese arrogante e permaloso, Thomeguez, si dichiarò pronto a sconfiggere qualunque avversario e si mise a disposizione di tutti gli ufficiali superiori italiani che volessero battersi contro di lui. Infastidito da tale atteggiamento, decisi di rispondere personalmente alla gentile offerta con un telegramma: “Provocazione accettata da mia parte e da un gruppo italiano. Firmato Generale Mannaggia La Rocca della nobile schiatta dei Cenci Roma – via Quattro Fontane.” Niente di strano, se si trascura che il Generale Mannaggia La Rocca altro non era che il soprannome che, al tempo, si era dato Luigi Guidi, un povero stracciarolo, creatore e interprete di una maschera diventata celebre negli ultimi carnevali romani dell’ Ottocento. Lascio immaginare a te, ragazzo, l’ira furibonda dello spadaccino francese dopo aver scoperto la beffa! Scatenai grande entusiasmo tra il popolo italiano ma la forte influenza di un giurista parigino mi condusse alla rovina, costringendomi ad abbandonare la carriera e a vendere ogni avere. Questa macchina da scrivere è stata la mia arma e compagna di vita. Prima di cederla le procurai questa minuscola frattura, un dettaglio all’apparenza insignificante e che, invece, mi avrebbe permesso di riconoscerla fra mille. Abbine cura, ragazzo. Tornerò a trovarla.»

Eugenio Rubichi morì, pazzo, pochi mesi dopo. Fino ad allora, tornò ogni giorno per cercare, fra le mille imperfezioni, il suo dettaglio.

 

di Giulia Perrone All rights reserved

Dettagli ultima modifica: 2012-10-18T02:30:03+00:00 da Giulia

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