Della cura del tempo e dell’Uomo per superare il Coronavirus

di Pietro Maria Sabella

Della cura del tempo e dell’Uomo per superare il Coronavirus

di Pietro Maria Sabella

Della cura del tempo e dell’Uomo per superare il Coronavirus

di Pietro Maria Sabella
4 minuti di lettura

In quest’oggi indefinito, in cui la maggior parte delle persone è chiamata in modo coatto ad osservare l’isolamento, sta subentrando nuovamente, nelle nostre quotidianità, l’esigenza di curare il tempo, di amministrare con prudenza e con fantasia il dono più importante che sia stato offerto all’essere umano, il tempo appunto. Negli ultimi anni, a causa e grazie al progresso tecnologico, la nostra società si è abbandonata all’idea che il tempo non fosse un “fine”, ma semplicemente il “mezzo” attraverso il quale giungere a degli scopi. L’ “imperativo categorico” morale si è annacquato nelle vesti nude della globalizzazione priva di strutture democratiche atte a reggere il processo di arricchimento di una buona parte della popolazione mondiale, in particolare in Oriente. E in questa centrifuga, il tempo è stato il primo elemento ad andare in lockdown (per usare inglesismi ad oggi tanto cari). Non c’è tempo per i poveri, non c’è tempo per ascoltare gli emarginati, non c’è tempo per far riposare la carne e soprattutto la mente. Come nelle nostre vite private, così negli ordinamenti e nelle economie più sviluppati, la concentrazione principale si è focalizzata su una corsa esasperata, non tanto verso il progresso, bensì a favore dell’allargamento della domanda di beni e di servizi, andando oltre la cura dei diritti e la cura per lo spirito dell’essere umano.In particolare, il mondo della comunicazione,  dell’economia e della politica, ma anche della didattica e della cultura in generale, si sono assuefatti a questo modello, si sono avvitati intorno all’esigenza di rendere tutto immediato, di facile e pronta consumazione. Ciò che importava era ottenere il risultato finale, prima degli altri, anche a discapito della qualità del servizio offerto, purché offerto con un buon packaging (altro inglesismo particolarmente diffuso).Così, nel giro di venti anni, a dispetto della caduta delle Torri Gemelle, di varie guerre indefesse, della caduta finanziaria dei monopoli della ricchezza nel 2008-09, delle migrazioni di massa, abbiamo continuato a coltivare il mito del progresso per l’arricchimento, senza ascoltare le parole del cieco Tiresia, che invero scuoteva già il pianeta con gli stravolgimenti climatici.Ma tutto questo, nelle nostre vite private si è tradotto nell’instaurazione di un “tipo” di esistenza , di un “giorno tipo”, allungato e imbrigliato su semplici processi meccanici, tesi a giunger alla sera immuni da disturbi. Come all’interno delle fabbriche del primo novecento, l’intera giornata è stata scandita da rapide e necessitate azioni, soltanto in apparenza in grado di colmare il vuoto cosmico interiore. Si è andati oltre alle inquietudini dello Zarathustra di Schopenhauer e di Nietzsche, né verso il mercato, né verso la montagna, e il “superuomo” che ne è derivato, per molte ragioni, è finito completamente fuori dalla morale. Persino Dio è stato imbrigliato a dei piccoli momenti, – per i credenti-  a quei sessanta minuti scarsi della domenica mattina, per il resto, anch’Egli è risultato superfluo, non necessario. L’impatto tecnologico ha avuto gli stessi effetti che seguono all’abbandono dell’amato. Confusione e imprudenza hanno determinato il modo in cui, comunemente, e sempre da intendersi nella gestione quotidiana, ci si è approcciati all’uso dell’Internet Technology. E in questo processo di scoperta verso ciò che è facile e non sempre giusto, abbiamo abdicato definitivamente alla cura del tempo. Perdita di certezze, routine lavorativa, sconfitta della morale, segregazione di Dio  e uso improprio delle tecnologie hanno così caratterizzato l’ambiente psicologico e sociale intorno al quale è stata impostata l’esistenza. E nell’annullamento del tempo, ogni azione, ogni manifestazione del pensiero, ha perso la propria densità, la propria importanza ed autonomia. Tutto fuso In un enorme e intenso magma nel quale annaspare e nuotare alla ricerca della propria salvezza.Paura e angoscia rivestono come calzari i passi delle nostre giornate. E solo in questa fase di ostracizzazione dalla mondanità si è riscoperta la funzione del pendolo che scandisce il tempo, fra la vita e la morte. Per certi versi, la vacuità si è abbattuta funesta rovesciando miti e misericordie profane. Infiniti appaiono i secondi in cui i gesti quotidiani riprendono dimensione, anche stavolta, senza un fine apparente. Perdute risultano le giornate, tanto da cercare di rimediare un briciolo di consolazione nelle liturgie religiose, fino a qualche giorno fa tanto bistrattate. E in questa occasione di smarrimento, anche le democrazie sembrano vacillare di fronte alle agiate mistificazioni di solitari condottieri, anch’essi desiderosi di guadagnar tempo, di sconfiggerlo, di violentarlo con l’esercizio arbitrario del potere.In questo paradosso per la civiltà del XXI secolo, si è scatenato un momento di totale sospensione dal reale e “mezzo e “fine” si ripropongono come scelta ultima delle comunità. E dal momento che il tempo, fino a che non potrà essere gestito e governato come “quarta dimensione”, probabilmente rimarrà ancora uno strumento per agire e non un fine ultimo, per ricostruire il percorso dell’umanità verso il futuro, al termine di questo isolamento, per dare un senso a queste vite così scosse e molestate, potrà essere fondamentale rimettere l’Uomo al centro, come fine ponderato delle nostre azioni, come attenzione verso il debole, verso l’amico e il nemico, verso chi ha bisogno, l’emarginato, il diverso, e non come mezzo per il raggiungimento di vacui e dannosi scopi. << Agisci in modo da trattare l’umanità sia nella tua persona che in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo>>.Probabilmente solo così potremo dare un senso a questo tempo.

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