Davide Matera: La mia Trenodia per le vittime del Covid-19

di Pietro Maria Sabella

Davide Matera: La mia Trenodia per le vittime del Covid-19

di Pietro Maria Sabella

Davide Matera: La mia Trenodia per le vittime del Covid-19

di Pietro Maria Sabella
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Davide Matera, musicista compositore siciliano, già impegnato, insieme al fratello Marcello, con il progetto Al Jazeera di un documentario del 2018, dal titolo “Looking for Goha”, sul personaggio di Giufà, del regista egiziano Ayman ElGazwy, ci parla della sua Trenodia.

Un canto funebre per onorare le vittime del Covid-19 e il dolore che i familiari di queste vittime non hanno potuto esprimere, proprio a causa dell’alta letalità del virus stesso.

L’opera sta facendo il giro del mondo attraverso il Web; le visualizzazioni percorrono i continenti: da Monreale alle Americhe, all’Africa, l’Asia. Un canto corale che vuole essere un abbraccio immateriale senza confini, senza nazioni, ma con la condivisione profonda che un’anima educata dalla musica sa di volere offrire.

Come nasce una trenodia?

La trenodia è un canto funebre, una delle forme della lirica corale della Grecia classica. Nel XX secolo questa forma è stata ripresa dal compositore polacco KrzysztofPenderecki che, con la sua ” Trenodia per le vittime di Hiroshima“, ne fece una partitura esclusivamente orchestrale. Nella mia composizione ho recuperato l’uso delle voci perché credo esprimano meglio di ogni altro strumento il senso del “Lamento”inteso come dolore, dispiacere, riprendendo quindi, oltre all’antica forma greca, il genere di musica vocale sacra Lamentazione o Lamento in voga soprattutto nei sec. 17° e 18°. Le “Lamentazioni” hanno origini molto antiche: se ne trovano già nella Bibbia (Lamentazioni di Geremia) ma anche nell’Iliade, nell’Odissea, nel Veda Indù e in alcuni testi antichi della Mesopotamia come i lamenti di Ur o gli ebraici Tanakh.

Qual è stato esattamente il momento in cui hai pensato di comporre questo brano? Lo colleghi ad un accadimento particolare?Si percepisce un senso di ricerca, di prospettiva verso una speranza, sia ultraterrena che musicale. È corretto?

La composizione si muove su tre momenti emozionalmente complementari e cronologicamente contigui, momenti che ripercorrono il corso delle vicende che abbiamo tutti vissuto: il senso di smarrimento e di angoscia provocato da un “nemico” invisibile, imponderabile, sconosciuto a quella scienza che credevamo essere risolutrice d’ogni problema e che in qualche modo oggi ha preso il posto delle religioni. Quindi caduta delle certezze, turbamento esistenziale – più che il diffondersi della pandemia, a turbarmi è stato vedere crollare miseramente l’insieme delle apparenti conquiste di un uomo che ha abusato del pianeta e di ogni creatura vivente – improvvisamente l’uomo mostrava tutta la sua fragilità, il fatto, troppo spesso dimenticato, d’essere ospite e non signore e padrone di questa terra. Nel secondo momento la composizione lascia spazio alla pietas, alla compassione, all’empatia verso tutti coloro che sono stati coinvolti in prima persona in questo dramma. Nella parte finale ho voluto lasciar voce alla speranza, alla vita, alla luce, convinto che, seppur terribile, questa esperienza, come ogni cosa su questo mondo, avrà una fine e un nuovo inizio. Forse proprio quest’ultima parte è attraversata da un’atmosfera che fa pensare a qualcosa di non terreno, del resto non nascondo che, pur essendo ateo, sono sempre stato molto attratto da diverse forme di misticismo. In questo senso il finale della Trenodia lascia dietro di sé il suo carattere funebre per assumere contorni luminosi, trascendenti. 

Come mai ti allontani dal minimalismo che è ancora così in auge? Quale stile intendi proporre attraverso questa nuova opera?

Il minimalismo ha una storia di tutto rispetto nell’ambito della musica colta: nasceva negli anni sessanta, in America, come alternativa al serialismo della scuola di Vienna, e ai suoi eredi della scuola di Darmstadt, Stockhausen, Ligeti, Luigi Nono, Boulez. Compositori minimalisti, come La Monte Young, Steve Reich, Glass consideravano la musica seriale “impossibile da ascoltare”, astrusa. Da qui l’esigenza di rendere più accessibile la musica con uno stile che riscopre la piena tonalità, con ripetizioni di piccole cellule melodiche che impegnano l’ascoltatore nella focalizzazione di minimi sfasamenti sonori, con interessantissimi risultati che danno un effetto ipnotico e strizzano l’occhio alla musica del mondo orientale. Tutto questo col tempo si è perso, oggi la musica “minimale” di famosissimi compositori a noi contemporanei si è ridotta a uno solo degli innumerevoli aspetti del minimalismo delle origini: la ripetizione infinita di un modulo melodico su cui fare emergere delle melodie che spesso risultano molto meno interessanti di quelle delle canzoni pop.

Da tempo sto tentando una sintesi di quello che l’immensa tradizione musicale ci ha lasciato. Tento di far convivere nel modo più naturale possibile, non so se riuscendovi, stili e generi di qualunque epoca della storia della musica. È qualcosa che mi viene spontaneo, se poi i risultati sono buoni saranno gli ascoltatori a decretarlo, ma per me è una scommessa molto interessante, qualcosa che mi stimola molto dal punto di vista creativo, perché non ho davvero limiti alle possibilità compositive.    

Dentro la tempesta Coronavirus, abbiamo assistito alla creatività di diversi tuoi colleghi artisti. La tua trenodia dove si colloca, quale significato aggiunge?

Sono due approcci alla creatività assai differenti. Nei casi che citi, la musica assume una funzione ricreativa, in qualche modo tende ad esorcizzare un momento vissuto da tutti come straordinario, insolito e assolutamente inedito, ma che in qualche modo lascia ancora al riparo, al sicuro dagli effetti terribili di questa emergenza.

Ho iniziato a comporre la trenodia nei giorni più bui della pandemia di Sars-CoV2. I giorni in cui sembravanocrollare le nostre pur fragili certezze. Le fosse comuni, i camion militari pieni di bare, le città deserte, il terrore nei racconti dei protagonisti. I medici e il personale ospedaliero stremati dall’enorme e drammatica quantità di lavoro piombatagli addosso, armati quasi esclusivamente di umana pietas. E poi i tantissimi morti, gli anziani costretti, nel momento più terribile della propria vita, a non trovare conforto in una carezza, in un sorriso, nel calore della mano di una figlia, di un fratello. È questo che mi ha spinto quasi automaticamente a scrivere la composizione, e proprio ai tanti che hanno sofferto e cercato di salvare quante più vite umane possibili ho dedicato il pezzo. 

Ti è già successo che le tue composizioni nascessero da un momento di crisi?

La musica può nascere davvero per le situazioni emotive più diverse. Certo, è capitato che una partitura nascesse da un momento di crisi, ma una crisi personale, intima. In questo caso “la cognizione del dolore” ha assunto un carattere universale che mai prima d’ora, come tutti noi, avevo avuto modo di sperimentare; riguarda l’intera umanità.

Credi che la musica sia in grado di elevare l’essere umano?

La musica fa parte del patrimonio più prezioso dell’umanità. Il carattere di una nazione si può benissimo individuare dal tipo di musica che ascolta. Tornando ai greci il loro pensiero musicale era basato sull’osservazione degli effetti che la musica produceva nell’animo dell’uomo, secondo l’ethos, secondo l’efficacia psichica, la qualità emotiva di ogni elemento del linguaggio musicale: avevano modi, generi, ritmi e ognuno aveva il proprio ethos che invitava all’azione,all’eroismo, che serviva allo sviluppo della volontà, all’equilibrio nelle facoltà dell’animo. Per Platone la musica non doveva mirare al divertimento ma a formare armoniosamente la personalità dei futuri cittadini. Per Aristotele la musica serviva a liberare l’animo dall’oppressione e dagli affanni, aveva una funzione catartica. Ti stupisce pensando a cosa si sia ridotta oggi.

Qual è il tuo ascoltatore ideale e perché?

Non pongo limiti intellettualistici alla fruizione della mia musica. La Trenodia non è una composizione facile ed ha una durata di oltre nove minuti, non è una canzone, eppure ho riscontrato un apprezzamento piuttosto generale da ogni parte del mondo: il pezzo è stato condiviso da ascoltatori di quasi tutta Europa: Spagna, Francia, Gran Bretagna, Italia, America, India. Forse perché tutti siamo accomunati dallo stesso problema, dalla stessa paura e dalla pietà per chi ha sofferto o ha perso la vita.     

Cosa pensi che proverà il tuo ascoltatore ideale?

Dai commenti della mia pagina Facebook (https://www.facebook.com/Davide-Matera-949852095067559/) leggo molta immedesimazione. Probabilmente la composizione restituisce l’atmosfera cupa di quei giorni. Le cose più belle, che mi hanno anche fatto un po’ arrossire, sono state alcune espressioni degli ascoltatori come: “sublime”, “brividi”, “un pugno allo stomaco”.  

Che progetti hai in mente per l’opera che hai composto?

Mi piacerebbe poterla ascoltare eseguita dal vivo.Io sono siciliano, magari trovarla in programma per la prossima edizione della Settimana di musica Sacra, nel bellissimo Duomo di Monreale, sarebbe un bel modo per commemorare quanti non hanno potuto avere un degno estremo saluto; ma anche ovunque ci sia la possibilità di concertarla.  

Davide Matera vuol dire anche Dasvidania. Pensi che questo nuovo componimento possa influenzare la musica dei Dasvidania? Avete già pensato a qualche nuovo progetto?

Sono due mondi che spesso s’incontrano. Ogni esperienza fatta in uno dei due generi, nel genere “colto” e nel pop, arricchisce in qualche modo la prospettiva del fare musica, il linguaggio, i suoni, i colori. Dopo questa esperienza tornerò ancora a quel pop che non ho mai smesso di amare. Sto già lavorando insieme ai componenti della band a una nuova canzone, anche per tornare finalmente a quella quotidianità sospesa per tre lunghi mesi.  

di Laura Riggio, all rights reserved

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