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Se una casa produttrice volesse costruire un franchise, probabilmente penserebbe al sotto-genere Young Adult.  Come Hunger Games, Maze Runner e Divergent, anche il film in analisi s’inserisce perfettamente nel filone tanto gettonato, in cui troviamo giovani adulti impegnati in eventi più grandi di loro, i quali metteranno in difficoltà i protagonisti costringendoli a compiere scelte difficili. Darkest Minds, come i prodotti menzionati in precedenza, costruisce la narrazione su due importanti conflitti: il primo rappresenta lo scontro con il sistema governativo o para-governativo, mentre il secondo mostra il passaggio dall’adolescenza all’età adulta; a unire questi due elementi c’è ovviamente la rivoluzione esterna nei luoghi di battaglia e interna ai personaggi per il cambiamento che tutti affrontiamo nella fase di crescita. Realizzare una saga con tutti questi elementi, si è già dimostrata una scelta vincente e difatti, anche il film diretto da Jennifer Yuh Nelson vorrebbe continuare proseguendo grazie all’opera letteraria scritta da Alexandra Bracken.

In un futuro imprecisato, un’epidemia ha colpito bambini e adolescenti provocandone la morte o alcuni strani poteri. A causa della paura, tutti gli esseri umani coinvolti da questo strano contagio sono deportati in campi e catalogati per diversi colori secondo il proprio potere. Ruby Daly, la nostra protagonista, appartiene alla categoria più pericolosa di tutte, identificata con l’arancione, colore per riconoscere quell’essere umano con l’abilità del controllo della mente. Dopo la decimazione dei bambini, sono nate diverse organizzazioni che vogliono sfruttare i poteri soprannaturali dei ragazzi, perciò la domanda nasce spontanea (sia per lo spettatore, sia per Ruby): Di chi ci si può fidare?

Darkest Minds non brilla per originalità, anzi sarebbe meglio dire che non brilla molto nel complesso ma racchiude dentro di sé due tematiche attualissime e di forte impatto: la paura del diverso e l’uguaglianza nel genere umano. Tutte le azioni crudeli del film sono in principio scatenate dalla paura o dall’arricchirsi grazie ad essa, come ci dimostra benissimo Lady Jane, cacciatrice di taglie che sfrutta la paura del governo per guadagno personale. Anche il personaggio principale compie moltissime azioni per via della paura, la quale influenza e determina moltissimo il pensiero dei protagonisti, i quali sono spaventati anche da chi sembra essere gentile. Legare due concetti come paura e uguaglianza è semplice, ma non per questo Darkest Minds risulta meno godibile; tuttavia a volte sembra di essere al cospetto dell’episodio di una serie televisiva anonima, non solo per una scrittura frettolosa nel dover arrivare all’obiettivo, ma anche per una messa in scena che non stupisce mai.

Considerando che la saga letteraria è molto amata negli stati uniti, forse ci potrebbe essere l’inizio vero e proprio di un franchise, ma la pellicola di partenza è molto debole. A differenza di Hunger Games, dove Amandla Stenberg (Ruby Daly) interpretava la giovanissima Rue, Darkest Minds non possiede quella disperazione nella lotta per le proprie motivazioni. Nel film della Nelson, le varie sensazioni sono dette e poco percepite dallo spettatore, in questo Darkest Minds trova il suo maggior difetto.

di Gianluca D’Alessandro, all rights reserved

Darkest Minds: il franchise Young Adult di Jennifer Yuh Nelson ultima modifica: 2018-08-13T07:30:32+00:00 da Redazione

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