Dar – es Salam – Piazza Tahrir

di Pietro Maria Sabella

Dar – es Salam – Piazza Tahrir

di Pietro Maria Sabella

Dar – es Salam – Piazza Tahrir

di Pietro Maria Sabella
5 minuti di lettura

Sparano.

L’aria è immobilizzata, cristallizzata dalla polvere che si solleva dal pavimento distrutto della camera.

Il balcone non c’è più. Mi posso affacciare e guardare il fiume; sotto una pioggia fitta di detriti volano da un lato all’altro della piazza, impazziti. Sembra che il mondo abbia scelto questa città per manifestare l’Apocalisse.

Il mio thè non è più caldo. Non potrei dire neanche che sia freddo. Ha raggiunto quella temperatura noiosa che non reca nè alcun fastidio nè alcun piacere alle labbra, alla gola e al cuore.

Il negozio di Youssef è chiuso ormai da qualche giorno e le mie riserve di thè e caffè sono quasi esaurite.

Ricordo ancora quando all’Università, ci incontravamo dopo le lezioni con Husani, Kiki e Nashwa e passeggiavamo per il centro prima del tramonto e dell’ora della preghiera domandandoci cosa sarebbe accaduto in questo Paese.

Kiki voleva fare la giornalista. Subito dopo la laurea aveva cominciato a lavorare per un giornale di Alessandria e tornava qui a Il Cairo solamente per prendere un po’ di provviste e salutare me e gli altri. Sperava di potere attraversare liberamente il Sinai un giorno e di non dovere temere di essere fottuta da un proiettile israeliano, siriano o egiziano liberamente in volo per quelle terre abbandonate da Allah.

Le sue mani non si fermavano mai. Quando parlava gestiva ogni sua parola con un movimento, un segno e sembrava che le sue dita scrivessero le parole del nostro Dio in cielo, in aria. Sedeva sempre con le gambe conserte, tenendosele strette con le mani al bacino. I suoi capelli profumavano di gelsomino e le sue labbra erano del rosso della buccia delle pesche mature.

Io l’amavo già da quando frequentavamo il corso di estetica insieme all’Università Pubblica. Poi lei vinse una borsa e si trasferì all’Università Americana.

Restammo amici, ma le cose cambiarono quando Sadat iniziò a comportarsi come un vero e proprio tiranno dittatore.

La mattina e il pomeriggio in Università si organizzavano manifestazioni, cori, sit-in e si pregava, mangiava e chiacchierava insieme di politica.

Anche di Allah e di come la fede fosse necessaria per potere guidare fermamente un Paese, di come fosse indispensabile agire con moralità, onestà e forza.

Pensare ad un Egitto senza musulmani al governo era quasi impossibile per me.

Ogni volta che proferivo queste parole Kiki mi assaliva letteralmente con insulti e citando esempi di altri Paesi come l’Iran o la Turchia che avevano iniziato un cammino verso una laicizzazione dello Stato.

” Non capirai mai niente Moad”.

” Kiki, non siamo ancora pronti! Non capisci che finché qui in Egitto ed a Il Cairo non chiuderanno le fogne a cielo aperto, apriranno le scuole ad Al Quad, non riprenderemo a studiare la storia di ciò che fummo sarà tutto inutile?”.

” Inutile sei tu Moad che ti nascondi sempre dietro queste parole e aspetti che tutto cambi da solo”.

All’inizio degli anni ’80, la polizia entrò dentro le facoltà: fu un massacro. I militari ci colpivano, bastonavano ed arrestavano per attentato all’ordine costituito ed eversione.

La nostra eversione era la preghiera ed essere figli di Allah.

Non potrò mai dire di essere un laico, credevo che le parole di Allah fossero le stesse utili per una buona politica. Amare, curare, tenere per mano tua moglie e i tuoi figli, credere che non fosse cosa buona rubare, uccidere, offendere il tuo compagno.

Ma non tutti la pensavano allo stesso modo e Allah diventava una scusa per rubare, uccidere, offendere il compagno ed il governo ne approfittava e faceva piazza pulita di giovani, delle menti più brillanti di questo cazzo di stato.

Nella mia vita non sono mai andato a votare, neanche l’anno scorso, quando i carri armati erano schierati in mezzo alla strada per consentire alla gente di votare il cosiddetto e nuovo e il figlio del vecchio.

Quel giorno rimasi dentro il mio studio in Università, continuando a guardare le cose, così come sto facendo adesso da questa finestra mentre si ripetono quelle scene che ho vissuto quasi trent’anni fa.

Kiki era in piazza e poi dentro l’urna. Ormai lavorava al telegiornale di lingua araba più importante del mondo.

Ogni tanto mi inviava qualche mail, chiedendomi di sperare sempre che ogni giorno potesse essere migliore del precedente. Per lei è stato così, non avrà cambiato il mondo ma ha cambiato il mondo che le stava intorno.

Io per paura di cambiare il mondo sono rimasto fermo, dentro questa università, le teorie, i complotti, i sogni.

Io davo a lei ciò che le serviva per sognare, Kiki mi dava la forza di fare. Ma sapevo già di essere il più debole.

Mio figlio è in piazza, proprio lì, in mezzo a quella folla convulsa di pietre, lacrimogeni e detriti, mentre mia figlia è riuscita ad andarsene ed emigrare verso l’Inghilterra.

Kiki ha sempre voluto che Yasmine partisse per l’Inghilterra, io ho sempre voluto che Asaf restasse qui in Egitto.

Così come io dopo il matrimonio sono rimasto in Egitto mentre lei è partita per Muskaat.

Sembra che la storia si ripeta ciclicamente, che le anime si riproducano con la certezza quasi matematica di definire lo stesso risultato ogni volta.

Pregare, mangiare, bere un thè, è quello che oggi chiedono a noi Egiziani; la stessa cosa che mi chiedevano trent’anni fa, quando pensavo che – alla fine – non fosse così male mangiare, pregare, bere il thè in compagnia.

Quando invece Kiki vedeva oltre le cose, le immaginava e voleva veramente un Paese migliore.

Io immaginavo un Paese più unito, più solidale ma non mi rendevo conto di avere accanto le persone sbagliate.

Il giorno in cui pubblicai il mio saggio sul rapporto tra la crisi economica egiziana degli anni ’80 e gli effetti della politica di Mubarak venni arrestato per 20 giorni, accusato dai miei stessi compagni di partito.

Non feci niente, ma in giro tutti gli studenti si passavano questo libello, ne discutevano, lo acclamavano, ne scrivevano, lo portavano sempre con sé.

Senza volerlo, avevo seminato qualcosa di buono nella mia vita. Alla fine il cambiamento è scegliere.

di Pietro Maria Sabella

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4 risposte

  1. Sei geniale, Pietro. Per tutto il tempo ho pensato che davvero fosse un egiziano a scrivere…anzi all’inizio ho creduto li avessi conosciuti quei quattro ragazzi dell’università.
    E forte è la tua capacità di far catapultare il lettore nella realtà e nelle emozioni dei tuoi personaggi.
    Kiki è quella che vede oltre, lungimirante, con il futuro tra le dita. Per il coraggio delle idee hai scelto una donna
    Grazie per avermi dato la possibilità di leggerti, perché è sempre un piacere ed un arricchimento per me

  2. Grazie mille Silvia. Senza pretese ho tentato di descrivere con il cuore e la mente un’immagine di quello che può essere oggi l’Egitto.
    Il tuo commento mi rende davvero felice.

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