Dans Le Noir (seconda parte)

di Vittoria Favaron

Dans Le Noir (seconda parte)

di Vittoria Favaron

Dans Le Noir (seconda parte)

di Vittoria Favaron
17 minuti di lettura

Florence sorrise.

Si portò la sigaretta alla bocca, dischiuse le labbra, quanto bastava per appoggiare il bordo del filtro vicino all’estremità destra del contorno inferiore. Inclinò il capo verso il busto, mentre le sue mani erano impegnate a ricercare qualcosa nelle tasche.

Sta cercando un accendino, pensai.

E mentre quel pensiero mi giunse, i miei riflessi non furono altrettanto veloci, non quanto la situazione lo richiedesse. Avrei dovuto porgerle il mio di accendino, che invece era fermo nella tasca dei jeans, ancorato all’attesa di una mia mancata reazione.

Avrei dovuto, ma rimasi immobile, completamente distaccato dalle dinamiche visive che mi scorrevano davanti.

Lei, nel frattempo, trovò l’accendino.

Si accese la sigaretta.

Fece un tiro e cacciò il fumo verso di me.

Ritornò a guardarmi.

<< Grazie>> fu il suo nuovo esordio, accompagnato da un movimento del polso tale da far oscillare la sigaretta, e cioè il motivo della sua gratitudine.

<< Di niente>> Fu la mia banale replica.

Tra la mia risposta e il suo gesto di riportare la sigaretta al volto, per replicare un altro tiro, trascorsero 45 secondi.

Un tempo ridicolo se inserito nella quotidianità di attese davanti all’ascensore o alla fermata dell’autobus o durante la fila al bagno.

Un tempo estremamente necessario, se scorre in momenti come quello in cui ero incastrato.

45 secondi e le seguenti considerazioni.

Sei rigido, contrito. Manchi di fluidità e questo si nota. Lei lo starà notando. L’ha già notato. Sei un idiota. Certo, lo sei. E lei lo sa, perché prima non hai collezionato la figura della vita, anzi.

Quindi l’appellativo “idiota” scatta in automatico. Lei lo sta pensando. Perché non stai aggiustando il tiro, anzi.

Quindi sei l’idiota che resta impalato davanti a una tipa, possibilmente attraente, possibilmente simpatica, con la quale potenzialmente ti puoi guadagnare un’uscita, con la quale hai però collezionato una figura da idiota, e stai continuando a comportarti da tale.

Prima di fare il terzo tiro di sigaretta, lei penserà bene di spegnerla sopra la tua faccia per ricambiare tanta stupidità consumata in una sera. E te lo meriti. Te lo stai meritando. E poiché sei un’idiota e anche un po’ ipocondriaco, la prima cosa che farai non sarà scusarti, non sarà chiarire con lei.

No.

La prima cosa che farai sarà girarle il culo e correre verso il primo pronto soccorso aperto. Non saluterai neppure i tuoi amici e ti dimenticherai di pagare il conto. Penserai solo alla bruciatura di sigaretta che hai in faccia e che deturperà il tuo volto.  Penserai a un possibile ricorso alla chirurgia plastica, mentre stai provando un male cane.

Quando arriverai al pronto soccorso, troverai un dottorino di 25 anni, durante la sua prima notte in ospedale, che ti guarderà con l’aria da saputello, perché non solo sarà un medico ma sarà anche inglese puro sangue, da cinque generazioni, di quelli con i cognomi blasonati e con gli stemmi nobiliari.

Ti guarderà con l’aria di scherno, come si guarda chi è stato beccato sull’autobus senza il biglietto, per il solo fatto che ti starai cagando sotto per una bruciatura ridicola.

Quando saprà che sei italiano il suo disappunto aumenterà a dismisura, inizierà a gonfiarsi come un tacchino pasquale e vanterà il suo sapere citando una serie di procedure mediche a te sconosciute, facendoti sentire un mentecatto. Non potrai reagire, perché il tuo deturpamento fisico dipenderà da quello stronzo, ma in realtà vorresti ricoprirlo d’insulti, imprecare contro il suo popolo, le sue abitudini da pezzenti, perfino contro la Regina Elisabetta, esprimere il tuo orgoglio verso la tua patria, passando dalla pizza, alla mozzarella e in rassegna tutti gli altri luoghi comuni che ti riguardano e, se non fosse abbastanza, ricordargli anche del rigore di Balotelli a Italia- Inghilterra.

Ma non lo farai.

Passerai invece tutta la notte al pronto soccorso, per poi finire dentro un taxi, con un cerotto che ti coprirà mezza faccia e un odore tremendo di disinfettante fin sopra il setto nasale.

Tornerai a casa, ti butterai sul divano, ti accenderai una sigaretta e penserai: sei un fottuto idiota.

Questo pensai in quei 45 secondi, che svanirono nell’attimo esatto in cui Florence fece il quarto tiro alla sigaretta, ricacciò il fumo, mi fissò con aria perplessa e disse:

<< Tutto bene?>>

La mia risposta non disattese minimamente il mio stato confusionale.

<< Tu non sei inglese, vero?>>

Vidi il suo sopracciglio sinistro inarcarsi, ma il suo sguardo non mostrò segni di particolare turbamento.

<< Non, je ne le suis pas. Mais, est-ce que cela importe?>>

Furono le sue parole, che naturalmente non fui in grado di tradurre, ma che frugarono alla perfezione in quel dialogo ai margini dell’assurdo.

Uno sbilanciamento comunicativo che Florence seguiva con naturalezza, quella naturalezza che suscitò il mio sorriso e che servì a rilassare lo spazio intorno, a cominciare dal mio corpo.

Sentii i muscoli sganciati verso una specie di abbandono, così come i nervi del viso, la temperatura delle mani, la postura delle spalle. Il muscolo coperto dallo sterno e dal cappotto riprese i suoi battiti regolari.

Ora eravamo in due a sorridere, a guardarci su un piano allineato, senza sbavature provocate da imbarazzi lasciati ai minuti precedenti.

Ora le parole non risuonavano pastose e smorzate, il nostro vocabolario comune era teso a tracciare lo scambio di un dialogo leggero.

Il perché ci trovassimo a cenare in quel posto, ad esempio, o il perché ci trovassimo a Londra, chi fossero i nostri amici, cosa avessimo ordinato, se il cibo fosse stato di nostro gradimento.

<< La cucina italiana è magnifique!>>

<< Anche quella francese>> Barai naturalmente, ma volevo evitare il solito cliché da italiano medio.

<< Sei mai stato in uno di quei localini su Heddon Street?>>

<< Si, certo. Ma preferisco i locali a sud della West London. Meno pomposi, più easy e si mangia nettamente meglio. Ci sei mai stata?>>

Davanti quella risposta Florence restò in silenzio. Lasciò che l’eco delle mie parole finisse di dissolversi nell’aria e girò il capo verso la strada.

Ad un tratto mi travolse la sensazione di aver detto l’ennesima cosa sbagliata, di non essere riuscito a bluffare l’indole da solito italiano un po’ borioso. Un po’ Uppish.

<< No, non ci sono mai stata…Vorrà dire che dovrai portarmi…>

Rispose, continuando a guardare le auto in corsa e le luci del marciapiede, i passanti che attraversavano e i rumori che si accavallavano veloci.

Rispose, porgendomi il suo profilo, da cui però trapelava una linea sorniona delle labbra, gli occhi intrigati dall’effetto delle sue parole, i muscoli sciolti, ad ostentare un contorno pacato.

Rispose così, naturale, piena del suo fascino, sicura di sé. Dentro la sua bellezza.

La sua bellezza, ora più di prima completamente visibile.

Rispose, in quel modo, esaurendo di colpo le battute dallo spessore conformista e ordinario.

Di colpo la nostra conversazione cambiò di registro.

Era il mio turno, e non potevo concedermi errori. Era giunto il momento del riscatto, il momento in cui l’idiota può redimersi dalla sua condizione, giocre la carta vincente e diventare l’eroe dell’ultima ora, con applausi scroscianti e pacche sulle spalle degli amici, la mattina seguente.

Era il mio momento e dovevo concentrarmi sul da fare, moderare le mosse, mostrarmi all’altezza.

Ora Florence si lasciava guardare, senza applicare i suoi trucchi, senza l’ausilio del buio, nella sua pienezza carnale, a vantaggio delle mie pupille che registravano senza pudore ogni suo tratto somatico. Ogni suo centimetro era ad appannaggio del mio sguardo. Il perimetro delle sue gambe, la muscolatura affusolata nei jeans, che ne segnavano la sagoma perfetta. Il rilievo del suo bacino, l’ossatura armoniosa e il seno pronunciato. Il collo liscio e longilineo. E ancora il suo ovale, la sinuosa proporzione dei tratti, la linea del naso, l’orlo delle labbra. E ancora i suoi occhi, che ora trafugavo con fare insolente, dal colore del caramello, racchiusi in un taglio aperto ma sottile. I capelli scalati, che scendevano morbidi sulle scapole pronunciate, che riuscivo ad intravedere dalla fessura che aveva lasciato la sua giacca.

Florence buttò la sigaretta a terra.

Ritornò a sostarmi di fronte.

Il suo sguardo.

Il mio sguardo.

Il silenzio che tagliava i centimetri che ci distanziavano.

Sorrise.

Sorrisi.

Ed ecco il trucco da eroe ritrovato. Il guizzo che vale ogni sbaglio commesso.

<< Aspettami qui>>, le dissi.

Senza aspettare la sua reazione, mi sporsi in avanti, superai la sua sagoma e tornai dentro il locale.

Mi affrettai a raggiungere i nostri tavoli. Mi diressi verso Paul che mi vide da lontano, ma non lasciai neppure a lui il tempo di potermi rivolgere la parola.

Poggiai 80 pound sul tavolo e mi limitai a dire: <<devo andare, domani vi spiego, buona serata>>.

Mi spostai verso il tavolo di Florence e replicai il gesto.

<< La cena di Florence è pagata, tenete il resto>>.

Corsi via, uscii di nuovo dal Dans Le Noir e tornai da lei.

Non si era mossa da dove l’avevo lasciata. Mi aspettava.

<< Andiamo? >> le dissi.

<< Let’s go, guy..>>

Camminammo lungo la strada, incalzando la falcata, alla ricerca di una stazione taxi.

Procedevamo vicini, a tal punto che ogni sussulto del cemento portava i nostri passi ad avvicinare i corpi, urtare le braccia, incespicare l’uno verso la traiettoria dell’altro.

<< Dove vuoi andare?>> Esordii ad un tratto.

<< Wherever you want, into this night… Où  vou voulez, dans cette nuit… come si dice in Italiano?>>

<< Ovunque tu voglia, dentro questa notte>>.

<< Qesta Note.. no no… Q-u-e-s-t-a n-o-t-t-e.. Questa notte!? Est Droit?>>

E non mi diede il tempo di dirle che la pronuncia era corretta, che trovavo irresistibile il modo repentino in cui cambiava lingua, il suo accento francese, il suo entusiasmo che trapelava da ogni parola, perché lei era già sgusciata per strada, saltellando come una bambina, rapita dalla vista di un taxi libero, fermo al semaforo.

Non mi diede il tempo neppure di capire cosa stesse facendo che la vidi entrare nel taxi, indicarmi al taxista e far partire l’auto verso la mia direzione.

La vidi aprirmi la portiera, in un modo volutamente plateale che coinvolse anche me, mi portò ad assecondarla in quel gioco delle parti, del galantuomo e della signorina che scappano dalla città per andare chissà dove.

<< Temple Station please, Sir>>

<< Yes, Sir>>, rispose il tassista.

<<Perché Temple Station? Cosa c’è li?>> Chiese lei, enfatizzando il tono della voce (eravamo nel pieno del gioco).

<< Iniziamo dalla vista sul Tamigi e andiamo a scendere, lady… il resto si vede>>

<< Yes, Sir>> aggiunse lei, con tono ilare, sporgendosi verso la portiera, con un lato del volto poggiato sul finestrino e la mano destra a tenere la testa.

Il gioco durò il tempo della corsa in taxi.

Arrivati a destinazione, la nostra vista si aprì davanti al Tamigi e alla sua tracotanza di luci, a sbattere contro il buio, in cui era arenata quella notte.

Il buio copriva anche noi.

Eravamo complici, io e Florence. Pieni di quella complicità che solo l’impatto degli eventi fortuiti può ricreare.

Di quella complicità che solo l’attrito iniziale del nostro incontro poteva sancire. Di quella complicità che può catturare solo due sconosciuti ostaggio di balbettii emotivi.

Era quello che pensavo, o che credevo stesse accadendo.

Ma in cuor mio pensavo che io, in quella notte, ero con lei, di cui sapevo a malapena le quattro cose che contano in una donna, con la quale volevo approfondire, certo, scoprire e andare a fondo certo, portarmela a letto certo, anche se era volgare pensarlo ma non c’era tempo per i protocolli galanti, e in fondo era anche il suo desiderio, pensavo.

Era il desiderio di entrambi, e ce lo stiamo raccontando in un modo folle e bizzarro per non finire annoiati dentro un letto a rimuginare del salmone da 35 pounds.

Perché non dirlo, non dirselo, e navigare in quest’illusione da film a basso profilo sentimentale, con Winona Ryder che si assiste e una città così priva di bellezza ai nostri piedi, fungeva da ottimo preliminare.

Non aveva molta importanza demarcare confini e invocare ulteriori giustificazioni.

Non ci restava che sfamarci di quella notte e intingerci i denti a morsi voraci.

Quindi Temple, percorrendo Strand, sgusciando su Charing Cross, con una sosta al supermarket aperto ventiquattrore per reperire due birre, e giù fino a Covent Garden, per poi fermarci sotto il palazzo dell’orologio e sdraiarci vicini, presi dalle nostre birre, dai nostri corpi che cercavano il vicino di posto, i nostri visi separati da pochi centimetri e subito ritratti, le mani a cercare le carni reciproche.

Il mio desiderio che scorreva in discesa, senza gravità, sorretto da un’attesa che arrancava fiato, un’attesa di un segnale netto che provenisse da Florence.

Lei avvertiva questo sentire, quest’accrescersi di voglie, di contatto duraturo, di perdita di equilibrio. Lo sentiva e sapeva come calibrare, cosa trattenere e cosa porgermi, con che tempi, in che pezzi di misura.

Aveva quel potere e lo sapeva. Giocava e io la lasciavo fare. In fondo era compreso nel nostro gioco. Era  previsto nel pacchetto.

Si alzò di scatto, prese il mio braccio come a dire, andiamo via di qui.

Io la seguii senza obiettare, mi lasciai condurre, ritornammo su strada, senza affievolire la tensione che si stava consumando. Il mio compito era quello di tenere alto quel moto, di accrescerlo. Fortificarlo.

Scendemmo ancora, verso Trafalgar Square.

Le 4 del mattino. Il buio continuava a scandire il nostro andare.

Ancora notte, ancora le nostre voci, le risate, le conversazioni prive di senso, le parole quasi masticate, i silenzi. Poi gli abbracci, e i distacchi, e quel marciare a fisarmonica, con i tempi di una musica composta dai movimenti che noi imprimevamo ai nostri corpi.

Andammo così per un’altra ora, a reggere chilometri percorsi, come se avessimo riserve energetiche in libero sfogo.

Ad un tratto Florence arrestò il passo.

<< Quanto dista casa tua da qui?>> fu il suo esordio.

<< Abito in Pleder Street, nei pressi di Mornington Crescent..>>

<< Ok, arriviamo fino a Regent’s Street, poi chiamiamo un taxi e andiamo da te, ok?>>

Il suo sorriso si aprì nuovamente ai miei occhi.

<< Ok..>>

Avanzammo fino a Leither Square, tagliamo per Piccadilly Circus e imboccammo l’inizio di Regent’s Street.

All’altezza di Heddon Street, Florence si fermò di nuovo.

<< Ti va se facciamo un gioco?>>

<< Che hai in mente?>> fu la mia risposta sorniona, mentre lei aveva accelerato il passo e aveva imboccato la svolta per Heddon Street.

<< Scegli un tavolino dove sederti. Fai finta di aspettarmi, io ritorno su Regent’s Street e riprendo Heddon, ti vedo e faccio finta di sedermi al tuo tavolo…>>

Finì di spiegarmi l’inizio del gioco e intanto iniziò a frugare nella borsa alla ricerca di qualcosa. Sfilò un volantino della Farmacia Boots e lo girò dalla parte bianca.

<< Hai una penna per caso? Io l’ho persa nel casino della borsa!>>

Spostai il lato sinistro del trench per accertarmi di avere una penna nel taschino interno. La trovai, la presi e gliela porsi.

Lei ricambiò con l’ennesimo sorriso, per poi darmi le spalle e piegarsi a scrivere sul foglio raccattato poco prima.

Lo piegò dalla parte interna e si voltò verso di me.

<< Scegli un tavolo, su. C’è quello del Momo, o quello del Ribes. Siediti e tieni questo foglio chiuso. Aspetta ad aprirlo. Prima devo tornare e devo sedermi al tavolo e poi puoi aprirlo e leggere. Fa parte del gioco!

Please, don’t open it. Don’t read it! È una cazzata, I know, ma voglio concludere questa notte on my way. A modo mio. Ti prometto che dopo andiamo a casa.

Sto accusando stanchezza… so… come on!>>

<< Ok, io mi siedo, tu torni indietro, poi ritorni qui, mi vedi, ti siedi e io posso aprire il foglio??>>

<< Oh Yes..>>

<< E poi che succede, che facciamo?>>

<< I don’t know. Depending on you… parlami, seducimi…inventa, fai quello che vuoi… On your way, come on!>>

Io annuii, seguii le sue istruzioni. Mi sedetti ad uno dei tavolini del Ribes, superando la piccola catena di sicurezza che divideva i posti all’aperto dalla strada. Non mi curai del fatto che se qualcuno ci avesse visto, ci saremmo cacciati in guai seri, a Londra la polizia non scherza, ma ripetei a me stesso che era questione di minuti, che avremmo giocato per l’ultima volta e che saremmo andati a casa, sazi, ma non del tutto, di quella notte fuori dal ogni logica.

Vidi Florence allontanarsi e percorrere al contrario Heddon Street. Si voltò ancora verso di me. Accennò un occhiolino e portò il dito vicino alla bocca, come a dire, non rovinare tutto, non aprire il biglietto, non guastare il gioco.

Le risposi incrociando le dita in segno di promessa, e ricambiai il suo occhiolino.

Poggiai il foglio sul tavolo, distesi le gambe e restai in attesa.

Cominciavo ad accusare la pesantezza di quella camminata, un principio di stanchezza che filtrava nei muscoli, nelle ossa.

Avevo spento i pensieri, la mia mente viaggiava serena.

Intanto il buio iniziava a dissolversi per fare spazio ai primi segni del giorno.

Mi soffermai ad osservare la vetrina del Ribes per curiosare cosa ci fosse all’interno.

Restai in quella contemplazione per alcuni minuti.

Di colpo mi resi conto che Florence tardava a tornare.

Pensai subito che era il suo modo di protrarre il gioco a lungo, renderlo più verosimile.

Trascorsero altri minuti. Prima 5, poi 10, poi 15 minuti.

La tranquillità, così ben ostentata, iniziò a inclinarsi.

Il mio moto rilassato iniziava a dissolversi.

Da sereno divenni nervoso.

Il gioco non sembrava più divertente. Iniziai a spazientirmi.

Aspettai altri 5 minuti.

Mi alzai con uno scatto che fece cadere la sedia all’indietro. Il tonfo echeggiò sulla strada desolata accompagnato da un rumore pesante.

Ripercorsi Heddon Street e mi ritrovai su Regent’s Street.

Girai lo sguardo prima a destra, poi a sinistra. Florence non c’era. Avanzai di pochi passi, pensando che si fosse nascosta in qualche traversa parallela, in qualche atrio esterno di negozio. Pensai che il  suo comportamento facesse parte del gioco, che in realtà era quello il gioco che aveva in mente. Andai a percorrere a ritroso il marciapiede, scrutando ogni angolo utile, imboccando le altre traverse.

Nessuna traccia di Florence.

Iniziai a parlare ad alta voce. Pronunciai il suo nome prima con tono moderato, poi con inclinazioni sempre più acute. La voce si alzò bruscamente quando iniziò a crescere il sospetto che lei non ci fosse più.

Mi muovevo su e giù per Regent’s Street come un pazzo a uno stadio avanzato. Iniziai a sudare, a percepire l’affanno. La stanchezza stava prevalendo sottopelle e offuscava il mio essere lucido.

Il sospetto che mi aveva colto pochi minuti prima iniziò la sua ascesa, per diventare infine certezza.

Florence non c’era.

Florence era andata via.

Florence era scomparsa.

Florence era scappata.

Mi fermai. Piegai lo sterno in avanti e poggiai le mani all’altezza delle ginocchia. Trafelato e appesantito mi diressi verso Heddon Street. Avevo bisogno di sedermi.

Ritornai al mio tavolino, sollevai la sedia caduta. Mi sedetti.

Percepivo i miei pensieri annaspati in una rassegna vorticosa e incontrollabile.

Respiravo a tratti. Poggiai i gomiti sul tavolo e presi la testa tra le mani.

Inevitabile fu la vista del foglio.

Mi ricomposi appena, iniziai a sudare ma fui costretto ad aprirlo.

 

vous êtes un idiot

 you are an idiot

 Adieu

Avevo sforato i 45 secondi.

 

 

Di Vittoria Favaron – all rights reserved

 

 

 

 

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