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Maria e Lino hanno una sartoria sotto al mio portone, hanno entrambi 70 anni. E quando entri nel loro negozio, senti di essere catapultato in un altro tempo.
Gli aghi sparsi, il bancone di legno graffiato dal lavoro, le scatole di latta a contenere gli strumenti per cucire, gli abiti appesi con i segni del gesso sul tessuto, il metro giallo quello morbido.
Lino mi chiede di cosa ho bisogno, me lo chiede guardandomi negli occhi e guardandomi per intero.
Gli dico che mi sono trasferita da poco in questo quartiere e che, sebbene cucia anche io, ho bisogno di un orlo preciso e particolare. Che forse io non ho tempo di fare. Che, forse, io non so proprio fare.
Lino mi sorride e aspetta che anche Maria si avvicini a me: entrambi guardano la stoffa e si guardano a vicenda. Parlano di ció di cui ho bisogno. Guardano me ed emanano il loro verdetto: mercoledì è tutto pronto, il costo è basso.
Lino mi chiede se sono nuova di qui, dice di non avermi mai visto.
Deve averlo intuito dalla reverenza che ho usato nel salutarli, quella che ho quando mi sento piccola, quella ho nell’entrare in posti nuovi, quella che mi esce quando sono a contatto con luoghi così intoccabili, così apparentemente lontani nel tempo e per cui sentire rispetto.
Gli dico di sì. Che sono nuova.
Come coloro che concepiscono l’accoglienza come un modo per raccontarsi che non per indagare, mi dice di non preoccuparmi, che avró tempo di ambientarmi.
Mi racconta che sono lì da tanti anni, da circa 50. Con la loro sartoria, in questa via.
Dice che il negozio fu una concessione commerciale del conte Tonini, conte marchigiano, proprietario dell’intero palazzo e originario del paese di Lino.
“Lui è delle Marche, io di Roma”, dice Maria guardandomi.
“Anche io sono di Roma, nata e cresciuta qui”, dico io per provare a farmi includere nella loro famiglia e per diminuire la differenza tra me e loro. Gli sorrido.
“Io e te siamo romane”, dice Maria nel tentativo di farmi sentire meno straniera.
“E scommetto che tu un amore marchigiano ce l’hai avuto”, dice Lino.
Ridiamo insieme.
E invece no, stavolta devo deluderti Lino: io un amore nelle Marche non ce l’ho avuto.
“Un affetto, peró, lì nelle Marche, invece ce l’ho”, gli dico: non voglio chiudere così i nostri dialoghi, non vorrei porre fine ai nostri argomenti. Tento di riparare in extremis: è che non te ne vuoi mai andare dai luoghi in cui ti senti ascoltato, in cui ti sento accolto, in cui ti senti fondamentalmente considerato solo e soltanto un umano. No, non me ne voglio ancora andare e gli dico che no, un amore nelle Marche non ce l’ho avuto, ma un amico sì. Un caro amico, Alessandro, della provincia di Macerata. Tanto alto e tanto grande da fare il giocatore di rugby. Ma tanto delicato e tenero da essere un umano a cui volere bene.
Rimango sospesa ad aspettare il verdetto, a chiedermi se saró stata inclusa nella loro fiducia.
Maria si stringe negli occhi. Mi accarezza la spalla e dice di capirmi.
Mi dice che invece lei, di un marchigiano, si innamoró terribilmente. E se ne innamoró per ben due volte, “manco una”. Due volte della stessa persona.
E per entrambe le volte, era Lino. Una prima volta si lasciarono. E una seconda, invece, si rincontrarono.
Dice che quando si lasció la prima volta con Lino, soffrì molto. E, nel vederla piangere, la madre le disse che solo a due cose non bisognava correre dietro: al tram e agli uomini.
Maria dice che un giorno vide il tram partire senza di lei. Era a Porta Maggiore e lei, immersa nella sua mente e distratta dai suoi pensieri, non si accorse di essere rimasta ferma sulla banchina.
Era rimasta immobile sul marciapiede e, quella volta, al contrario di quanto le disse la madre, inizió a rincorrere il tram per farlo fermare. Il tram si fermó e lei potè salire. Su quel tram, nei sedili in fondo, rincontró Lino. Ci si sedette vicino e ricominció a parlare con lui. Si raccontarono degli ultimi tempi passati uno senza l’altro e, prima di salutarsi alla fermata, decisero di rivedersi.
Maria e Lino hanno una sartoria sotto al mio portone e, dice Lino, sono insieme da 58 anni. “Nonostante il divieto di mia madre di rincorrere i tram e un amore”, dice Maria.
Esco dal loro negozio, li saluto e ci diamo un bacio.
Faccio qualche passo verso il resto della mia giornata e mi siedo sulle panchine calde della piazza centrale.
Li guardo da fuori prendere le misure e piegarsi a raccogliere i fili.

“E lo sai Maria cosa mi ha insegnato di più la vostra storia?
Non mi ha insegnato qualcosa sull’amore.
Me l’ha insegnato, di più, sulla disobbedienza.”

di Cara Futura Rigby, all rights reserved

D’amore e d’obbedienza ultima modifica: 2018-08-10T12:15:07+00:00 da Cara Futura Rigby

A proposito dell'autore

Con un nome ispirato a una canzone dei Beatles, nell'83 entra a far parte della popolazione mondiale. Compare nella copertina di un CD di Michele Zarrillo. Aveva 8 anni però non fu lei a decidere. Tuttavia, questo la fa sentire come il bambino di Nevermind e per questo racconta a tutti di essere entrata a pieno titolo nello star system mondiale. Per millantare un'adolescenza fervente e attiva, sostiene di aver vinto un torneo femminile di ping-pong in un villaggio Valtur, omettendo arditamente che le partecipanti furono soltanto due. Il suo reddito annuo equivale a un quarto d'ora di ospitata a "Chi l'ha visto?". Il suo assegno di ricerca riporta una quota annuale comparabile al valore di una Panda dell'89 uniproprietario, non incidentata. Si commuove con la frequenza oraria di un furto a Città del Messico. Si nutre di gelato, pizza e Pennac. A seconda dei periodi, la sua composizione chimica oscilla nel valori di cellulite, ansia e Japanese Ice Tea. Vorrebbe iscriversi in palestra, ma preferisce suonare la batteria e cucire a macchina. E infatti la M di Zara le entra a giorni alterni. Acquista bracciali solo se suonano mentre sbattono e orecchini che si muovono al vento. Il suo sintomo principale è salire sugli autobus dimenticando di controllare il numero. Non rischierà di vincere un Nobel. Dice di sé di essere carina quando indossa il blu e quando indossa l'odore del mare. Abbonda di virgole e punti di sospensione. Scarseggia nel porre fine ai discorsi.

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