Cronache di quello che sta succedendo a Lesbo, Grecia, Europa

di Redazione The Freak

Cronache di quello che sta succedendo a Lesbo, Grecia, Europa

di Redazione The Freak

Cronache di quello che sta succedendo a Lesbo, Grecia, Europa

di Redazione The Freak
12 minuti di lettura

Il faro dei media italiani ed europei si è riacceso sull’isola greca di Lesbo.

Lesbo ha conosciuto una copertura mediatica pari a quella degli ultimi giorni soltanto durante il picco della cosiddetta “crisi dei rifugiati” del 2015-16. In quel periodo centinaia di migliaia di richiedenti asilo, provenienti prevalentemente dalla Siria in guerra, hanno attraversato le isole greche dell’Egeo per poi incamminarsi lungo la cosiddetta rotta balcanica e raggiungere i paesi dell’Unione Europea dove poter presentare le proprie domande di asilo.

Negli ultimi giorni, dopo la dichiarazione di apertura delle frontiere da parte del Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, migliaia di persone hanno attraversato il confine turco-greco per raggiungere l’Unione Europea.

Ed eccoci a riparlare di Lesbo e di Siria a più di quattro anni di distanza.

Nell’Ottobre 2019 è stato pubblicato un articolo sulla rivista online Foreign Policy (FP) titolato “The Next Syrian Refugee Crisis Will Break Europe’s Back” (La prossima crisi dei rifugiati siriani spezzerà le spalle all’Europa). La ‘profezia’ del titolo di questo articolo si sta manifestando in queste ore ai confini tra la Turchia e la Grecia. E Lesbo, prima di tutte le altre isole dell’Egeo, continua ad essere il punto caldo di questa nuova scia mediatica.

Ma che cosa sta succedendo?

Ripercorriamo passo per passo gli avvenimenti degli ultimi giorni.

L’evento scatenante: Erdoğan apre i confini

Il 1° marzo il Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha dichiarato l’apertura delle frontiere tra Turchia ed Unione Europea (quindi tra Turchia, Grecia e Bulgaria). Polizia e guardia costiera turca hanno ricevuto l’ordine di lasciar passare i profughi siriani intenzionati a raggiungere gli Stati europei. Ma perché la Turchia ha aperto le frontiere proprio adesso?

Il 27 Febbraio 33 soldati turchi sono stati uccisi da un raid aereo dell’aviazione siriana nella provincia di Idlib. La Turchia, sin dall’inizio della sua partecipazione al conflitto siriano nel 2016, appoggia le formazioni ribelli contro il governo di Bashar al Assad in Siria. La scelta della Turchia può essere interpretata come una ritorsione contro un Unione Europea che – a detta del Presidente turco – non ha rispettato i patti della cosiddetta Dichiarazione UE-Turchia del Marzo 2016 (vedi sotto) ma anche come una provocazione nei confronti dell’Unione Europea e della NATO sul conflitto siriano. L’azione della Turchia rappresenterebbe quindi un monito all’ Unione, nonché ai paesi membri della NATO, per sostenere le azioni militari turche in Siria contro il regime di Bashar al Assad e del suo alleato russo. In questo contesto, come ha detto Eva Cossé, ricercatrice presso Human Rights Watch, “i rifugiati sono usati – soltanto – come pedine”.

È interessante sapere che già in passato il Presidente Erdoğan aveva minacciato l’Unione Europea di aprire le porte a 3,6 milioni di rifugiati siriani residenti in Turchia facendo temere all’UE di rivivere momenti simili ai flussi del 2015/16 (le ultime minacce risalgono all’Ottobre e al Dicembre 2019). Nonostante queste minacce fossero sempre rimaste parola morta, avevano reso chiaro che la Turchia avesse il coltello dalla parte del manico e che in ogni momento avrebbe potuto minacciare l’UE di ‘aprire le frontiere’, cosa che poi è davvero accaduta.

Ai confini di terra e di mare tra Turchia e Grecia

In seguito all’apertura delle frontiere da parte della Turchia, migliaia di persone si sono avvicinate al confine terrestre con la Grecia, specificamente nella regione di Evros (in cui scorre il fiume Evros che scandisce i confini tra Grecia e Turchia).  Fonti riportano che la polizia greca ha iniziato a respingere gli arrivi con attacchi con gas lacrimogeni nei confronti di uomini, donne e bambini.

Sul confine marittimo, invece, i gommoni che partivano dalle coste turche carichi di persone intente ad arrivare sulle isole greche sono stati ostacolati – tanto in mare quanto all’arrivo – sia dalla guardia costiera greca, che da gruppi di greci intenzionati a bloccare l’arrivo dei profughi. Sull’isola di Lesbo la ONG Alarmphone, che pattuglia le acque davanti alla Grecia, riporta quanto accaduto il 1°  marzo quando un gommone che trasportava 49 persone (di cui 18 bambini) è stato attaccato da un motoscafo condotto da un gruppo di uomini con il volto mascherato. Sempre il 1° marzo, nel porto di Thermi (Lesbo) un gruppo di abitanti dell’isola ha bloccato l’attracco di un gommone con 50 persone a bordo tra insulti e grida di chi urlava “Tornatevene da dove venite” (qui il video).

Le cose sono peggiorate il 2 marzo quando sul confine di terra nella zona di Evros alcune fonti riportano che un ragazzo siriano di nome Ahmed Abu Emad sarebbe morto sul confine greco-turco dopo gli spari delle guardie di frontiera con proiettili di gomma. Le autorità greche hanno però negato l’evento. Poche ore dopo è stata diffusa la notizia del naufragio di un gommone in cui un bambino siriano di 4 anni ha perso la vita. E sempre nella giornata del 2 marzo la Guardia Costiera Greca è stata ripresa mentre allontanava un gommone carico di persone usando bastoni e sparando colpi di fucile.

Nel frattempo, il Primo ministro greco ha comunicato che lo Stato greco avrebbe aumentato il livello di deterrenza, non accettando più domande di asilo per un mese.

Come ha scritto in un tweet l’Europarlamentare Erik Marquardt riferendosi alla situazione in Grecia: “Non c’è nessuna crisi dei rifugiati, c’è una crisi dello stato di diritto”.

E intanto a Lesbo che succede?

A Lesbo la situazione è velocemente degenerata in conseguenza agli ultimi eventi, ma l’emergenza sull’isola in realtà è nota da anni.

Tutto è iniziato il 18 marzo 2016  quando i capi di stato e di governo dei 28 singoli stati membri dell’UE hanno firmato la Dichiarazione UE-Turchia (anche conosciuta come ‘accordo’ UE-Turchia pur non essendo legalmente vincolante). Da quel momento le isole greche dell’Egeo sono diventate isole chiuse. Prima della Dichiarazione infatti i profughi transitavano dalle isole, trascorrendoci qualche ora o qualche giorno prima di raggiungere la Grecia continentale, e poi risalire seguendo la rotta balcanica per arrivare negli stati del nord Europa. In seguito alla Dichiarazione UE-Turchia, invece, coloro che arrivavano dalla Turchia avrebbero dovuto attendere sull’ isola una risposta alla domanda di asilo nell’ UE. La risposta positiva comportava la possibilità di spostarsi verso la terraferma greca; la risposta negativa – secondo la Dichiarazione – comportava il respingimento in Turchia, considerata dall’ UE come ‘paese terzo sicuro’. Questo ha fatto sì che i campi delle isole greche si riempissero sempre più fino ad arrivare alla situazione attuale in cui a Lesbo vi sono più di 20.000 persone nel campo di Moria che ha una capacità di 2.840. Le condizioni del campo sono state denunciate per anni da svariate organizzazioni internazionali (vedi per esempio Medici Senza Frontiere che ha una clinica davanti al campo di Moria), dall’UNHCR e da centinaia di politici, giornalisti ed attivisti europei e non solo.

Negli ultimi mesi, con il nuovo governo di centro-destra guidato da Nuova Democrazia e dal Primo Ministro Kyriakos Mitsotakis, la Grecia ha portato avanti politiche sulla migrazione più restrittive. Di fronte ad un arretrato di quasi 70.000 domande di asilo da esaminare, il Parlamento greco ha promulgato una legge che ha reso più facile trattenere i richiedenti asilo, limitare l’ accesso al lavoro ai rifugiati e alla protezione internazionale per le persone vulnerabili. Ma quello che maggiormente ha sollevato il dissenso dei rifugiati stessi e della popolazione delle isole è stata la decisione di aprire sulle isole dell’Egeo dei centri chiusi per migranti. Centri da cui sarà ancora più facile trattenere le persone per poi respingerle in Turchia. Questa contestatissima decisione ha fatto scendere nelle strade di Lesbo (ed anche di altre isole) rifugiati, operatori umanitari, volontari e abitanti dell’isola che hanno manifestato in diverse occasioni. La crescente tensione ha portato a scontri sia tra rifugiati che tra abitanti dell’isola e la polizia greca, la quale è stata criticata per aver risposto con violenza e gas lacrimogeni sui manifestanti.

Sono poi iniziati anche sistematici atti di aggressioni nei confronti di rifugiati e volontari sull’isola, come quella avvenuta all’attivista Nawal Soufi il 4 Febbraio. In una situazione tanto volubile si è poi aggiunto il crescente panico per un possibile contagio di coronavirus ed il continuo aumento del numero di morti all’ interno del campo di Moria che dall’ inizio del 2020 sembra siano già arrivate a 4.

È questo il contesto in cui si inseriscono le conseguenze della scelta di Erdoğan di aprire i confini.

Oggi a Lesbo si aggirano per l’isola gruppi di persone vestite di nero, armate di mazze da baseball, pietre e bastoni che stanno letteralmente portando avanti una caccia ai rifugiati, ai volontari e a tutti coloro che lavorano per le ONG sull’isola bloccando le strade che portano al campo di Moria. Sembra che si tratti di militanti vicini ad Alba Dorata (partito greco di estrema destra) che a Lesbo già avevano attaccato gruppi di rifugiati in diverse occasioni (vedi qui). Varie ONG ed organizzazioni di volontariato stanno iniziando a comunicare che non opereranno più sull’isola per problemi di sicurezza. Risale al 28 febbraio la scelta della grande ONG inglese Oxfam di sospendere le attività a Lesbo. Anche la ONG americana EuroRelief, tra le maggiori organizzazioni ad operare all’interno del campo di Moria, ha preso la stessa decisione il 2 marzo.

I taxi di Lesbo non accettano più clienti stranieri per la paura che possano venire attaccati per strada da gruppi appostati per le strade intenzionati a distruggere le auto di volontari e di chi lavora per ONG. Sono stati anche riportati casi di attacchi alle case degli attivisti. C’è poi stato il caso della capo missione dell’UNHCR a Lesbo che è stata aggredita ed insultata da un gruppo di abitanti dell’isola. Il ruolo e a tratti il non-ruolo della polizia greca ha provocato numerose critiche, sia per il suo uso eccessivo della forza nel respingere persone ai confini condannato anche dall’UNHCR, sia per la sua inazione davanti ai continui attacchi ad operatori umanitari e volontari che ancora non sono stati fermati né prevenuti. Sono già in corso indagini per presunti abusi da parte della polizia antisommossa greca nelle settimane passate a Lesbo e Chios.

La risposta dell’Unione Europea

Fino a ieri, quando i leader delle istituzioni europee si sono recati in Grecia, la risposta europea si era fatta sentire soltanto attraverso tweet di singoli politici europei ed alcune comunicazioni ufficiali.

Ma ieri, 3 marzo, dopo che l’esercito e la polizia greci hanno impedito migliaia di tentativi di ingresso nell’UE- e dopo che la Grecia ha dichiarato che non avrebbe accettato alcuna richiesta di asilo per un mese, il Presidente del Consiglio Europeo Charles Michel, la Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ed il Presidente del Parlamento Europeo David Sassoli si sono recati alla frontiera greco-turca.

Il Primo Ministro Mitsotakis ha accusato Erdoğan di aver cercato di usare i rifugiati per “ricattare” l’UE e i leader dell’UE hanno dichiarato che si sarebbero schierati con Atene per sigillare il confine nonostante l’UNHCR abbia fatto presente che potrebbe essere illegale ignorare le convenzioni internazionali che proteggono i richiedenti asilo.

La Presidente della Commissione Europea ha definito la Grecia “il nostro scudo” – espressione che ha dato adito a critiche, considerando che lo scudo presuppone che ci si debba proteggere da qualcosa. La posizione dell’UE sembra quindi quella di dare la priorità a mantenere l’ordine sui confini greci, quindi europei, e sostenere un rafforzamento, piuttosto che un’apertura, dei confini da parte dell’UE nei confronti dei profughi che ancora continuano a transitare.

Più morbido è sembrato il Presidente del Parlamento Europeo che ha promesso di impegnarsi per le migliaia di minori non accompagnati che sono arrivati nell’Unione Europea ed ha anche fatto appello alla necessità di una politica migratoria europea comune.

Stando a quanto riporta l’agenzia POLITICO, alla fine dell’incontro di ieri, i leader europei hanno promesso il dispiegamento di rinforzi urgenti di guardie di frontiera sia sulla terraferma che in mare (attraverso l’agenzia europea Frontex). Inoltre, sono stati promessi dai vari leader UE 700 milioni di euro in aiuti per la gestione della migrazione. Sono ancora da definire il dove ed il come questi fondi saranno utilizzati.

Tra gli stati membri dell’UE, non sono molti quelli che si sono esposti sulla questione. In Germania, Angela Merkel ha comunicato di voler creare una ‘zona sicura’ per i civili nella regione di Idlib nel nord della Siria. Il Portogallo invece, ha dimostrato la sua disponibilità ad accettare migliaia di migranti che hanno attraversato il confine turco-greco.

Intanto, a Bruxelles sono arrivate lettere e petizioni firmate dalle numerosissime ONG presenti sulle isole greche che denunciano le condizioni dei campi sulle isole, la violenza dei gruppi estremisti di destra contro i rifugiati, i volontari e i giornalisti, la sospensione temporanea del diritto d’asilo, le condizioni disumane e la precaria situazione di sicurezza per i rifugiati, i volontari e gli operatori di ONG che mettono in pericolo i valori democratici e umanitari dell’Unione stessa. Una lettera aperta ai leader europei chiede un’azione immediata da parte degli Stati membri per decongestionare le isole dell’Egeo e un’azione di supporto e supervisione dei centri di identificazione e ricezione greci.

Aspettiamo di vedere quando Bruxelles risponderà.

Cosa possiamo fare?

Le ultime notizie dalla Grecia hanno portato molte persone a chiedersi cosa potremmo fare perché la situazione migliori. 

Ebbene, possiamo iniziare facendo pressione sui nostri Stati e sulle istituzioni europee per richiedere una responsabilità condivisa tra i paesi membri dell’UE nella gestione della migrazione, per sostenere il diritto di chiedere asilo e garantire che i migranti siano trattati con umanità e dignità.

Circolano già appelli, come quello del Centro Astalli, per chiedere un’evacuazione immediata dei migranti in Grecia e la creazione di corridoi umanitari. 

Sono tantissimi i volontari ancora impegnati sull’isola di Lesbo, le organizzazioni che hanno scelto di non chiudere le proprie missioni e le persone che da diversi paesi contribuiscono con la loro solidarietà: in Germania, in Grecia, in Olanda, in Belgio, in Italia, in Austria e in altri paesi UE.

Ci sono campagne come quella che sta circolando su Instagram Your Hope 4 Lesbos che continuano a ricevere supporto da tutto il mondo e che mirano a fare pressione politica sulle istituzioni europee e sugli Stati membri. Questa campagna nasce come proseguimento dall’ installazione Europe/YourHope progettata da The Drama e Andrea Villa nel cimitero dei giubbotti sull’isola di Lesbo (foto dell’installazione in copertina).

Inoltre, speriamo che vengano seguite e mantenute le parole del Presidente del Parlamento Europeo David Sassoli, il quale invita i leader europei “a lavorare in modo costruttivo affinché si trovi una soluzione per un’equa ridistribuzione delle persone bisognose. Questo è l’unico modo per essere all’altezza dei nostri valori e rendere l’Europa un leader globale nella difesa dei diritti umani”.

Questo è quello che possiamo fare e continuare a fare!

di Allegra Salvini, all rights reserved

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su telegram
Condividi su whatsapp

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Articoli Correlati