Ci sono anche loro:
i disabili

Covid, ci sono anche loro: i disabili

Intervista al vicepresidente di Capodarco, comunità che accoglie i disabili
"Il Covid ha reso tutto più difficile"

di Cristina de Palma

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Covid, ci sono anche loro: i disabili

di Cristina de Palma

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Covid, ci sono anche loro: i disabili

Intervista al vicepresidente di Capodarco, comunità che accoglie i disabili
"Il Covid ha reso tutto più difficile"

di Cristina de Palma
6 minuti di lettura

Ci sono anche loro: i disabili. Sono andata a trovarli. Arrivo in via Lungro 1 verso sera, trovo un cancello chiuso ed una signora che mi accoglie con il sorriso e mi prende la temperatura. Ad aspettarmi al buio e al freddo trovo Luigi Politano, vicepresidente dell’associazione Capodarco Roma

Prima del Covid, il cancello era sempre aperto, entravano famiglie, volontari, era un via vai di gente. Oggi invece dobbiamo rispettare le norme di sicurezza e quindi il cancello rimane chiuso tutto il giorno. È un po’ triste”, mi dice accompagnandomi nel laboratorio dove avverrà la nostra intervista. 
Capodarco Roma è un’articolazione della Comunità di Capodarco di Fermo. Offre una rete di servizi sociali dedicati a disabilità fisica e mentale, minori in stato di abbandono, disagio giovanile, tossicodipendenza, famiglie a rischio ed immigrazione. 

Qui sono ospitati, in varie strutture, quasi 70 ragazzi, tutti maggiorenni. L’età varia dai 22 ai 92 anni” mi spiega Politano, “si tratta di persone che presentano disabilità più o meno gravi e che noi seguiamo nei loro percorsi di riabilitazione. Alcuni pazienti sono ospiti da 40 anni, sono in pratica cresciuti qui e per loro la comunità è casa loro”.  

Oltre a un letto, la struttura offre riabilitazione e assistenza sanitaria. Il Covid ha però reso tutto più difficile a livello logistico, sia per i ragazzi che per le loro famiglie. Anche le visite sono state limitate e programmate: “Il nostro è anche un centro diurno, così spesso le famiglie portano a casa i figli per alcuni periodi. Ecco, questo non è stato possibile in questi mesi di pandemia perché ospitare in casa un disabile vuol dire tenerlo isolato in camera sua per diversi giorni, e spesso la fatica è doppia sia per il ragazzo che per il genitore. Può sembrare una contraddizione, ma è proprio a casa loro che si sentono disabili. Per fortuna esistono i telefoni e le videochiamate, la distanza affettiva è stata quindi colmata”.  

Politano parla con calma, scegliendo bene le parole, la sua è una vera passione, diventata nel tempo anche il suo “mestiere”. Si è avvicinato al sociale in giovane età, prima come obiettore di coscienza, poi come operatore, diventando presidente dell’associazione.

Costanza e responsabilità sono le due cose che ho imparato lavorando qui. Non è scontato prendersi carico dei problemi e provare a risolverlisoprattutto quando si è giovani. L’importante è non fare danni, bisogna avere un ritmo più lento e continuativo”.

Ma come hanno passato i ragazzi della comunità questi mesi di restrizioni e pandemia? Prima del Covid per loro uscire fuori dalle mura del centro anche solo per ritirare le ricette dal dottore, comprare le sigarette o fare un giro del quartiere, rappresentava uno stimolo psicofisico importante.

Tutto questo è venuto a mancare: “Si tende a pensare che le strutture residenziali siano focolai, quando invece non è così perché il controllo sanitario qui è maggiore. Il cancello chiuso ha inciso tantissimo sulla socialità dei ragazzi perché i punti di incontro con altre persone sono diminuiti. Abbiamo applicato alla lettera le normative, non trascurando il lavoro di sostegno e di riabilitazione. Per fortuna, i giovani si aiutano molto tra di loro, si fanno compagnia e abbiamo uno spazio all’aperto che permette loro di uscire dalle loro stanze. Certo manca vedere altre persone esterne, ma con tanti sforzi e con il sorriso siamo riusciti a superare i momenti più duri”.

Secondo un sondaggio dell’ASMeD (Associazione per la Ricerca sull’Assistenza Medica ai Disabili) a settembre 2020 l’attività di moltissimi centri è diminuita di circa il 50% rispetto al precedente periodo Covid con conseguente dimezzamento del personale qualificato. Questa riduzione degli operatori è stata evidente anche a Capodarco e si è tradotto nell’impossibilità ad accogliere nuovi pazienti.  “A malincuore è capitato che non abbiamo accolto nuovi pazienti. In molti casi clinici c’è bisogno di un rapporto 1 a 1 (operatore e paziente, ndr) e oggi questo tipo di rapporto esclusivo è venuto a mancare”. 

Sentendolo parlare, viene da chiedersi se ha mai avuto ripensamenti o cedimenti emotivi in 24 anni di attività: “Da quando vivo qui, ho sempre cercato di non separare la mia vita privata con quella professionale. Mi sono anche sposato con una collega. Ho cercato la condivisione della quotidianità. Ultimamente una ragazza di origine rom si è molto legata a me, tanto da portarmi la spremuta o il caffè in ufficio ogni giorno. Mi stupisce tanto l’affetto che ricevo, ma proprio questo affetto mi fa capire che sto facendo un buon lavoro. Sia chiaro anche io ho delle giornate no e i ragazzi lo notano sin dal mattino quando sono arrabbiato e mi dicono abbiamo capito che oggi ti gira male, datti una calmata!”. 

Nelle varie strutture gravitano molte realtà e storie personali. Negli ultimi anni sono stati accolti anche volontari in servizio civile che venivano dagli Spra (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati). Un paio di loro ora vive a Capodarco, hanno scelto la comunità per scappare dalla realtà dei centri di accoglienza che non è sempre rosea. Hanno poi iniziato dei corsi di formazione ed ora lavorano regolarmente. 
Domenica 27 dicembre sono partite le prime vaccinazioni in Italia. Sul sito del Ministero della Salute sono state identificate le prime categorie da vaccinare nella fase iniziale, ossia operatori sanitari e sociosanitari, residenti e personale delle Rsa per anziani. 

Il vaccino sarà garantito a tutti ma al momento non è obbligatorio. Il pensiero di Politano sul tema è chiarissimo: “Io avrei reso obbligatorio il vaccino per tutto il personale medico, a prescindere. Senza se senza ma. Infatti, la nostra ASL di riferimento ci ha già chiesto quanti operatori erano presenti nei nostri centri, questo per capire quante dosi di vaccino riservarci. Per quanto riguarda le famiglie, abbiamo fatto un lungo lavoro con loro e quasi tutte accetteranno la vaccinazione per i loro parenti. Pensi che anche quelli contrari al vaccino antinfluenzale, in questo caso si sono dimostrati favorevoli”. 

Un altro tasto dolente per quanto riguarda la disabilità è legato alla didattica e alla scuola. Dall’inizio della pandemia e con la Dad, moltissime associazioni di genitori di figli disabili si sono lamentate perché con le lezioni online il sostegno è venuto a mancare. Si è creato anche un caos organizzativo in alcune regioni, dove veniva ribadita la chiusura delle scuole di ogni ordine, ma rimanevano aperti i progetti finalizzati alla didattica in presenza di bambini autistici e/o con disabilità, come è successo in Campania con l’ordinanza del 20 ottobre scorso. 

Diciamo che disabilità e DAD non vanno molto d’accordo. Per un alunno con difficoltà seguire le lezioni online è molto faticoso e complicato. Spesso mancano le persone di sostegno e le famiglie non hanno il tempo di occuparsene. Per fortuna, in alcune situazioni questi ragazzi sono potuti andare a scuola, anche se poi non erano seguiti con cura e spesso rimanevano soli in classe, cosa che non favoriva la loro socialità. Noi abbiamo dei centri di formazione professionale e in più occasione abbiamo aiutato le persone ad imparare un mestiere per poi immergersi al meglio nella società. Lo scopo è renderli autonomi, per quanto possibile”. 

Politano non ha dubbi: “La nostra è una realtà inclusiva, dove le persone non vengono lasciate da sole, che si tratti di disabili o volontari. Sin dall’inizio, abbiamo tentato di affermare i diritti delle persone con disabilità, mettendole al centro dell’attenzione”. 

Una grande famiglia composta da tantissimi “figli” anche se Politano tiene a precisare che è stato chiaro sin da subito: “Anche se trascorriamo tantissimo tempo insieme, loro sanno che non sono il loro papà. Sono un punto di riferimento sì, ma devono seguire le regole come tutti e rispettarle sempre. Non ci deve essere confusione sui ruoli”.

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Una risposta

  1. articolo molto interessante e ben scritto. Peccato che il tema non riscuota molto interesse nel pubblico in generale. Sono madre di un ragazzo disabile che risiede in una comunità umbra con caratteristiche molto simili a quelle illustrate dalla bravissima giornalista Cristina De Palma e posso assicurarvi che quest’ultimo periodo è stato durissimo per i nostri ragazzi e naturalmente anche per le famiglie. Sono certa che si potrebbe fare molto molto di più per loro.
    Grazie Cristina.
    Aila

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