Covid-19
Fine di una pandemia

Covid-19. Fine di una pandemia

Tre anni e due mesi per non cambiare

di Pietro Maria Sabella

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Fine di una pandemia

Covid-19. Fine di una pandemia

Covid-19. Fine di una pandemia

di Pietro Maria Sabella

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Fine di una pandemia

Covid-19. Fine di una pandemia

Tre anni e due mesi per non cambiare

di Pietro Maria Sabella
4 minuti di lettura

Covid-19. Da pochi giorni l’OMS ha dichiarato la cessazione dell’emergenza sanitaria globale.

La pandemia da Covid-19 sembra lasciare il passo in modo definitivo a quel futuro che ci sembrava così lontano e imperscrutabile nel marzo 2020. Cosa sarebbe stato delle nostre vite e della nostra stessa civiltà. Questa era la domanda. Erano i giorni di Burioni alla tv e di una primavera che mozzava il fiato.

La morte, portata da un virus sconosciuto, faceva a botte con quelle giornate di sole e caldo che tutto apparivano, tranne che funeste. I tank a Bergamo, gli ospedali pieni. L’assenza di cure. I vaccini erano solo nell’immaginario di Spielberg. Toccava solo doversi lavare le mani. Poi i balconi pieni, il lievito madre era il nuovo El Dorado. 

Chiusi nelle nostre case lamentavamo gli effetti dei decreti restrittivi ed i supermercati erano presi d’assalto. La notte, il coprifuoco come nei paesi di guerra. Si sgattaiolava fra le pattuglie per un sorso d’amore, di un “congiunto”.  La paura era un silenzio inconscio, addomesticato con le video chiamate, dietro le mascherine che hanno lasciato lividi sui volti di infermieri, medici e sulle migliaia di ricoverati. Morti, milioni di morti in tutto il mondo

L’umanità assumeva nuove modalità di essere comunità. Il distanziamento, nessuna stretta di mano, le acquasantiere vuote, i Parlamenti chiusi. Abbiamo imparato a temere dei nostri simili, a ritrovare nel quotidiano la sconfitta, la fragilità, la precarietà, davanti all’esalazione dell’ultimo respiro, agli intubamenti, ai messaggi strazianti di chi passava le notte davanti agli ospedali sperando nella sopravvivenza di un proprio caro.

Quegli ospedali chiusi, che tali sono rimasti, ma che hanno potuto accogliere in Italia così tanta gente solo perché figli del servizio pubblico. Pian piano le librerie si sono riempite di saggi di tutti i tipi. Sociologia, medicina, politica, economia e diritto. 

Tutti settori pestati crudamente da un cambiamento che sembrava dover essere epocale, che sembrava poter mettere in ginocchio le democrazie, assicurando tante, quanto peregrine, dittature sanitarie, mai venute fuori. Eppure, nonostante l’avvisaglia data dal pianeta, abbiamo avuto tre anni e due mesi di tempo per capire cosa poter essere, cosa lasciarci alle nostre spalle, per essere migliori, per essere una società più inclusiva, sostenibile, aperta. 

Ebbene, gli esiti non sembrano così positivi, così profumati “come il basilico al sole sopra un balcone italiano”, cantano i Coma_Cose. 

Il vaccino ci ha salvato, nonostante tutto. Affermare ancora il contrario significa non volere guardare in faccia la realtà. In questo sì che l’impegno è stato corale. In diciotto mesi è stato fatto un balzo in avanti nella ricerca di quasi quindici anni e ora questi risultati verranno applicati in tutti i settori della medicina. Ma a parte il vaccino, la cura, poco abbiamo saputo ereditare dai nostri morti, dalle grida di disperazione del nostro pianeta. Ambiente, lavoro, salute. 

Tutte porte aperte dai talk show serali che ci hanno accompagnato fino allo scoppio della tragica guerra in Ucraina, con l’invasione della Russia lo scorso 24 febbraio 2022, quando tutto è nuovamente cambiato e lo spauracchio del nucleare ha riportato in fondo alle agende i temi aperti dal Covid-19, che ha saputo almeno gettare fra le nostre braccia un PNRR, ancora sospeso e oggi triturato dall’inflazione.

La guerra ha avuto la potenza di cancellare dal palcoscenico una tragedia simile, non meno truculenta della pandemia. L’economia ci ha imposto in tutti i modi di darle la precedenza. Finito lo smartworking, finite le passeggiate a piedi, il rispetto delle minime regole sanitarie. Di nuovo tutti in auto, in fila, con i termosifoni ancora più aggressivi e le mani sporche.

Ma questo passato è ancora il presente. Le emergenze acuite con la pandemia sono ancora qua, agli angoli delle strade, nei nostri ospedali, sui luoghi di lavoro, ancora in piedi a sbracciarsi per farsi notare, per non lasciarsi ingrassare dalla nostra indifferenza. 

Lo vediamo sempre in quegli ospedali, ancora più in affanno, con i pronto soccorsi straboccanti e i macchinari in disuso, senza medici e infermieri a sufficienza. Con le code annuali per una colonoscopia, un’ecografia, un controllo al seno, con l’aumento dei tumori, soprattutto fra coloro che non hanno potuto fare ricorso al privato.

Lo vediamo nelle scuole, ancora più malridotte, nelle infrastrutture bloccate, nelle autostrade siciliane frastagliate da interruzioni da quasi dieci anni, nell’aumento delle offerte di lavoro a nero, per non pagare le tasse. Per non parlare del cambiamento climatico e dell’ambiente, che dopo essere entrato in Costituzione all’art. 9, è uscito immediatamente dalla finestra con i propositi di trivellamento nell’adriatico. Lo vediamo nella paura verso i più giovani, nelle loro sofferenze che diventano suicidio, nelle loro lotte inascoltate.

Il 2023 ci fa ereditare un paese ancora più diviso, con un aumento delle diseguaglianze sociali, nella salute, nel lavoro, nella possibilità di godere del nostro ambiente comune.

Se a marzo 2020 mi avessero chiesto come sarebbe stato il mondo nel maggio 2023, non avrei saputo rispondere con certezza e ancora adesso non saprei bene cosa rispondere. Probabilmente avrei sperato in un pizzico di saggezza in più.

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