Come Baggio nel ’94

di Fabrizio Lucati

Come Baggio nel ’94

di Fabrizio Lucati

Come Baggio nel ’94

di Fabrizio Lucati
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Come Baggio nel ’94

Luglio. Odio Luglio. Come odio giugno, agosto e oramai anche settembre, i mesi più caldi insomma. Maggio si salva solo perché è il mese del mio compleanno.

A peggiorare il periodo: Gloria, con lei non va più tanto bene soprattutto dopo il weekend in montagna dai suoi genitori; la nostalgia di casa è troppa, si trova male a Roma ed io, come lei stessa non manca di farmi notare, non basto più a trattenerla. Vuole trasferirsi, tornare a vivere su e portare me con lei, ma le cose qui mi stanno andando bene: finalmente ho un nuovo lavoro, il fast-food  è memoria da quasi un anno.

A Febbraio una svolta: una chiamata nella serata, la voce di una ragazza, cerca Luigi, Luigi Angeloni, l’uomo cui è stata dedicata la via dove abito, faccio notare l’errore, risatina imbarazzata e poi chiede di Matteo, Matteo Caulti. Fissa un colloquio conoscitivo per la mattina seguente, 11.30., vicino la stazione Termini, saluti, doccia e via a letto. Sveglia la mattina dopo di buon ora, per non presentarmi con la faccia ancora addormentata, arrivo una mezz’ora prima, perdo tempo sigaretta, caffè al bar più vicino, giretto al mercato abusivo di zona.

Citofono, scale, terrore. Mi accoglie la ragazza del telefono, giovane, bassa, ma molto bella, capello biondo platino e occhi azzurri, mi indica le poltrone dell’ingresso. Non faccio in tempo a toccare il cuscino che mi richiama.  Il colloquio si divide in tre parti: il primo con la ragazza bionda di spiegazione e conoscenza di me, il secondo con altri due, sempre molto giovani,  più di me, test di conoscenza dell’inglese; il terzo con quella che sarebbe diventata il mio futuro capo: Elisa, un signora inquietantemente pacata, parla del posto,  del tipo di lavoro che mi sarebbe toccato.

Mostrai sicurezza e calma. Funzionò, seconda chiamata per il secondo colloquio la mattina dopo. Stavolta davanti all’ A.D. della società, un uomo attivo, alto, occhi intelligenti dietro lenti rettangolari, vuole fare le cose di corsa, infatti un quarto d’ora e sono fuori da quell’ufficio. Le miei foto da ubriaco, prese da Facebook, stampate suoi fogli in mano all’ AD non fanno sperare bene. La sera stessa mi chiamano per andare a firmare il contratto. Io non capisco mai un cazzo.

In quell’ufficio che conosco lei. Me ne stavo per i fatti miei a rollarmi una sigaretta sulla terrazza. Una voce acuta me ne chiede una, gli passo la busta del tabacco, mi chiede di fargliene una. Rollare una sigaretta ti da il tempo di osservare chi hai difronte. Gambe lunghe e magre dentro jeans attillati,  una maglia nera avvolta da un gilet grigio molto largo, chiuso dalle braccia conserte per il freddo. Il viso magro, ben definito, un po’ di lentiggini, naso leggermente a punta particolarizzato da due nei sul setto, labbra sottili rosse e pelle chiara il tutto  avvolto da una montagna di capelli neri mossi, occhi marroni coperti da  occhiali tondi. Passai la sigaretta e dopo l’accendino, si chiacchierò. Dice di chiamarsi Matilda, niente male affatto.

Fine dell’introduzione, torniamo al presente.

Luglio si fa sentire, prepotentemente. Siamo in pausa pranzo, Matilda arriva con la faccia sconvolta da un hanghover, ieri sera c’è stata una festa a tema hawaiana, sarei dovuto andarci anch’io, ma non ero dell’umore, Gloria mi ha lasciato da poco con un litigio riassumibile ascoltando “Sempre di Domenica” di Daniele Silvestri. Mi rinfaccia di non esserci stato, mi chiama “sola” e mi sfida a una bevuta, raccolgo la sfida, ci scambiamo i numeri, mi sto infilando in un bel casino.

Prima dell’uscita passano un paio di settimane, qualche chattata e qualche scambio di chiacchiere in ufficio. Alla fine ci si accorda per un aperitivo.

Arriva il giorno, non parlo con lei fino alla sera. Vado alla sua postazione puntuale alle sette di sera, mi chiede di aspettarla per cinque minuti. Esco a fumare, i minuti diventano quindici, inizio a pensare stia cercando una scusa per darmi buca, poi arriva e andiamo.

Troviamo posto in un bar a piazza della Madonna dei Monti. Tavolini di ferro battuto, coperti da un grande gazebo di tende e piante rappiccanti che seguono il profilo del palazzo. Il posto è bello, la compagnia buona, rischia di essere un appuntamento riuscito.

Il primo ordine è un negroni per me e uno spritz per lei.  Arrivano insieme alle chiacchiere, tante chiacchere. Parla di tutto, di sè, della sua vita, dei suoi studi, da bravi figli di divorziati stiamo quasi un’ ora a parlare della nostra esperienza. Il discorso poi cade sugli ex. Lei racconta, tanto e con stupefacente sincerità. Io invece non riesco a parlare della mia ultima storia, la mia unica vera storia, non lo so perché, ma non ci riesco.

Secondo giro, come il primo. Si parla ancora, parla tantissimo. Arrivato per lei il momento di andare via, pago il conto e via verso il suo scooter e si parla ancora.

Ci si saluta, un bacio sulla guancia, un po’ freddino, la guardo e le dico di farlo di nuovo, sorride e risponde: Volentieri!

Monta in sella e la guardo andarsene. Vado verso il pullman dubbioso, ripensando alla serata, con molti dubbi ma quel “Volentieri!” fa sperare bene.

Bella, divertente e intelligente, forse riesco un bel colpo. Evidentemente nella mia vita passata devo essere stato un carnefice nazista e sto scontando i suoi peccati.

Invito Matilda a fumare, è stranamente silenziosa, poi però prende parola:

  • Mi hanno detto che sei fidanzato.

Era meglio se rimaneva zitta. Il mio cervello entra in blocco, mi estraneo dal mio corpo, guardo la scena da fuori, ho la stessa espressione di mio padre dopo il rigore di Baggio ai mondiali del ’94.

Di mio, mi faccio i cazzi miei, nessuno in ufficio sa che la mia storia è finita, almeno in pochi e quei pochi non lo raccontano in giro. Qualcuno poco aggiornato invece le spiffera della mia relazione, quella da cui sono uscito da poco, quelli di cui non sono riuscito a parlare la sera prima, gli spiego l’accaduto.

Mi rinfaccia di averle nascosto delle cose, guardarla mentre lo dice mi rendo della cosa peggiore, non è arrabbiata, è delusa. Una chattata la sera stessa è il mio misero tentativo di recuperare, forse qualcosa si può salvare, le spiego per bene cosa è successo, di come reagisco a certe situazioni, non chiude del tutto le porte, ma vuole tenermi un po’ sulle spine.

È passata quasi una settimana. Inizio male le mie di ferie. L’imbarazzante e inevitabile restituzione dei beni con Gloria si chiude con paio di sberle e insulti.

Ci vuole la seconda metà di agosto per rivedere Matilda, ma non mi parla, a stento mi saluta. Poi un giorno me la ritrovo in ascensore, mi vengono in mente le scene di Grey’s Anatomy e corro a prendere l’ascensore, bloccata li dentro dovrà parlarmi per forza, gli ascensori più lenti del mondo giocheranno a mio favore. Mai avrei pensato di essere più in torto. In ascensore si scatena l’inferno, Gloria ha contattato Matilda.

  • Mi ha raccontato tutto.
  • Tutto che?.

Il tutto in questione è un avvincente racconto, in cui io sono un bastardo traditore che ha provato a sedurre Matilda mentre ero in crisi con Gloria e che lei, ha scoperto tutto leggendo la mia chat e mi lasciato per questo. Gloria poi le ha consigliato di lasciarmi stare.

BOOM!

Non serve estraniarmi dal mio corpo, l’ascensore è circondato da specchi e riesco perfettamente a vedere la scena, ho la stessa espressione di Baggio dopo il suo rigore ai mondiali del ’94.

Nella mia mente non posso far altro che complimentarmi con Gloria per l’idea e nello stesso momento rendermi conto che con Matilda è meglio stare zitti.

Passa del tempo, una settimana forse due. Di nuovo una festa, un collega si trasferisce e vuole sfruttare per l’ultima volta casa. Invitato io, invitata Matilda, invitato tutto l’ufficio. Non parliamo dall’ascensore e cerco di evitarla da allora, codardia, vergogna quello che è. La serata va bene, lancio qualche sguardo verso di lei, non ricambia mai. Escono gli alcolici pesanti. Mi chiede una sigaretta, vuole parlare, è lei a tenere il gioco. Andiamo fuori in terrazza e parliamo, stavolta sono io a non stare zitto un attimo, ho tanto da dire e quel che basta di alcool nel sangue per poterlo fare. Riesco anche a strapparle un altro appuntamento.

Dopo un’ora mi lascia e va a ballare. Ci scontriamo in pista, l’alcool mi viene di nuovo in aiuto. Paura, vergogna e timidezza giacciono sdraiate nella mia testa in una pozza di vomito.  Le prendo la mano, balliamo. Balliamo sempre più vicini, le mie mani sui fianchi di lei, le sue sul mio petto. Le teste si avvicinano, le prendo il viso con una mano e ci baciamo. Pettegolezzi da ufficio che ci trasformano in realtà sotto gli occhi di tutti. La gente ride, sguardi battutine. Le nostre labbra si staccano, sorride, ci isoliamo per un po’, quello che succede sono affari nostri.

L’alcool è tanto e arriva il down, ci appoggiamo su un divano, le sue gambe sulle mie, la mia mano nella sua. Il momento migliore della serata, una strana sensazione di benessere nonostante la nausea che sale. Forse la situazione è recuperata, forse ho ancora delle possibilità con lei. Una mia battutaccia rovina l’atmosfera, s’innervosisce (diventa molto suscettibile da ubriaca), mi tira un calcio alla bocca dello stomaco, un fiotto di vomito le finisce sulle gambe. Mi alzo e corro in bagno, dietro di me lei mi maledice. Quando esco dal bagno, non c’è più. Mi sdraio sul divano, non riesco a credere di averle vomitato addosso in quel momento, proprio quando si stavano risistemando le cose. La mia espressione non è paragonabile a quella di nessuno, nessuno nella storia ha mai fatto una cazzata tale.

Salgo sul mio notturno, mi addormento là. Mi risveglio confuso, il senso di marcia è opposto a dove dovrei andare io, mi gira la testa, guardo l’orologio, sono passate tre ore da quando ho lasciato la festa, prenoto la fermata e scendo a appena possibile, dietro sento l’autista urlarmi: “ubriacone di merda, so’ 4 giri che te fai!”.

Mi sveglio in compagnia di una vecchia fiamma, gli indizi della sua presenza sono gli stessi di sempre: mal di testa, nausea, vertigini. In pratica hangover.

Il getto d’acqua fredda della doccia affievolisce le vertigini. Mi sforzo per de-criptare le immagini confuse della serata, poi appaiono flash di lei, Matilda. Lei che sorride e abbassa lo sguardo imbarazzata dopo un complimento, le sue labbra sottili, le sue mani sul mio viso, le mie sui suoi fianchi, le sue gambe intorno alla mia vita. Lei che mi da del paraculo. Lei che va via. Dopo doccia e colazione apro il computer, è in linea. Riesco ad attendere ben trentadue secondi prima di scrivere, saluti di rito, si scherza sulla serata poi divento serio. Le chiedo se ricorda la serata, la ricorda. Le chiedo se ricorda quello che è successo, lo ricorda. Le chiedo se ricorda che le avevo strappato un altro appuntamento, lo ricorda ma….

Fottuto “MA”. Dovrebbero estirparlo dalla lingua italiana.

A quanto pare le volontà della mattina dopo non corrispondono a quella da brilla, le dispiace ma la decisione è sempre quella. Ingoio il boccone e la saluto.

Il weekend passa senza tante emozioni, ne ho avute abbastanza sabato mattina. Torno in ufficio e cerco di evitarla il più possibile. Le settimane passano come questo lunedì, evitandola, ma non mi va più, prendo coraggio e la invito a fumare una sigaretta, accetta. Si chiacchiera un po’ di più, dieci minuti di “bla bla bla”, conditi da una lieve tensione e imbarazzo da parte di entrambi, finchè:

  • Sai, c’è una mostra fotografica all’Ara Pacis, vuoi venirci?.

Sorride, abbassa lo sguardo, prende fiato:

  • No, dai non insistere mi metti a disagio, la sai già la mia decisione.
  • Sinceramente non so se non l’hai capito, lo sai o peggio non te ne importa niente di quanto tu mi piaccia per davvero.
  • No non l’avevo capito, ma questo non cambia niente.
  • Ok.
  • Non farmi essere cattiva, non mi piace come sono andate le cose.
  • Non per tirare acqua al mio mulino ma dovresti cambiare idea.
  • Non penso che lo farò.

Non sembra esserci modo di farle cambiare idea. Si professa spesso un’insicura, eppure ha abbastanza palle per prendere una decisione drastica, cosa che tra l’altro fa aumentare la mia stima per lei.

Finisce la sua sigaretta e rientra, finisco la mia con calma, mi prendo il mio tempo. La butto via, mi alzo e entro dentro. Un altro paio di ore in ufficio servono a farla andar via, così non devo vederla più per il resto della giornata.

Finisco la giornata in treno, rientro a Latina per il weekend, il compleanno di mia nipote, mi distrarrà.

Cena veloce, parlo poco, mi giustifico con la stanchezza e mi metto a letto. Sotto le coperte, testa sul cuscino, ho solo un pensiero fisso. Penso di capire come si sia sentito Baggio nel ’94, penso di capire finalmente quell’espressione, quello sguardo fisso nel vuoto. Non era uno sguardo morto, c’erano troppo emozioni dentro di lui. Rabbia per aver rovinato tutto da solo e aver deluso qualcuno, paura di non riuscire più a rialzarsi dopo una cosa del genere ma soprattutto, la crescente consapevolezza di aver sprecato un’occasione, che quel ciò che poteva diventare qualcosa di bello, si sia trasformato un ricordo amaro e pieno di rimpianti.

Di Fabrizio Lucati All rights reserved

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