CI RESTANO I TRAMONTI SUL CANAL GRANDE

di Ludovica Tripodi

CI RESTANO I TRAMONTI SUL CANAL GRANDE

di Ludovica Tripodi

CI RESTANO I TRAMONTI SUL CANAL GRANDE

di Ludovica Tripodi
4 minuti di lettura

In tre modi muoiono le città:

quando le distrugge un nemico spietato, quando un popolo straniero vi si insedia con la forza, o quando perdono la memoria di sé (Se Venezia muore, S. Settis, 2014, Einaudi Editore).

Cosa accadrebbe se Venezia perdesse la memoria di sé? Cosa accadrebbe se Venezia perdesse la sua identità di città lagunare e si limitasse a diventare vetrina per turisti, città fantasma, un mero “museo a cielo aperto”?

Venezia affonderebbe. E non solo metaforicamente.

La notte tra il 12 e il 13 novembre il capoluogo veneto ha iniziato o continuato ad affondare. Il livello dell’acqua ha raggiunto i 187 cm, livello di poco inferiore al picco di marea che il 4 novembre del 1966 raggiunse i 194 cm: la famosa acqua granda.

Nelle calli l’acqua scorre come nei letti dei torrenti in piena, acqua salata che si insinua nelle abitazioni, nei negozi, nelle Chiese, nei musei, nei teatri, che divelte le banchine.

L’elegante Venezia, città allagata quasi nella sua interezza, colpita al cuore della sua bellezza.

All’interno della Basilica di San Marco il livello dell’acqua ha raggiunto i 110 cm, danneggiando cripta e nartece con prevedibili danni al pavimento musivo, sommersa la meravigliosa chiesa barocca di San Moisè, a due passi da San Marco, danneggiato il palazzo settecentesco che ospita il Teatro La Fenice e non solo.

Antica e fragile è la storica città marinara, sottoposta agli inesorabili effetti dei cambiamenti climatici e della negligenza umana.

L’ acqua granda del 1966 portò all’emanazione di una legge speciale per Venezia, che oggi richiederebbe – ovviamente – un aggiornamento. I punti chiave della legge erano e sono la salvaguardia della città e la tutela della Laguna: è immediato capire che non si è agito efficacemente su nessuno dei due fronti.

E poi c’è il MoSE (Modulo Sperimentale Elettromeccanico).

Una sorta di entità mitologica lagunare, il futuro protettore di Venezia e della sua laguna, ma la cui reale efficacia non potrà essere accertata prima del compimento dei lavori, iniziati sedici anni fa: da allora sono stati spesi 5 miliardi e mezzo di euro, tangenti escluse, ai quali seguiranno considerevoli costi di manutenzione, poiché i materiali della struttura stanno iniziando a deperire prima ancora di essere stati utilizzati. Stupiscono le dichiarazioni del Presidente della Regione Veneto Luca Zaia, all’epoca vice del predecessore Giancarlo Galan, punto di riferimento del Consorzio Venezia Nuova, che critica lo stato dei lavori del MoSE. Stupiscono ancora di più le parole del sindaco Luigi Brugnaro che chiede a gran voce altri finanziamenti per un’opera inconclusa non certo a causa degli scarsi fondi ma a causa di ritardi, incertezze tecniche e, soprattutto, di una dilagante corruzione. La Procura della Repubblica di Venezia dovrà aprire un’indagine per il reato di danneggiamento al patrimonio archeologico, storico o artistico nazionale, ex art. 733 del Codice penale, dopo la presentazione di un esposto da parte del Codacons. “Un patrimonio culturale inestimabile e protetto dall’Unesco rischia di essere distrutto a causa degli allagamenti che si stanno registrando a Venezia, e che potrebbero essere stati causati, o quantomeno alimentati, proprio dai lavori legati al MoSE, opera che secondo gli esperti avrebbe profondamente modificato la morfologia della città”, scrive il Codacons in una nota riportata da Agi. “Una situazione che configurerebbe il reato previsto dell’art. 733 del Codice penale che punisce chi danneggia il patrimonio archeologico, storico o artistico nazionale”.

È inevitabile chiedersi se non sarebbe stato più lungimirante per Venezia destinare quei fondi alla salvaguardia della città (come previsto dalla legge speciale del 1966) che si sta spopolando, che sta diventando una città fantasma, una città vetrina da ammirare -per ora- ma non da vivere. Una città unica al mondo alla quale dovrebbero forse essere riconosciuti maggiori margini di autonomia o, mi spingo a scrivere, una specialità amministrativa.

Come fare in modo, quindi, che Venezia non perda la memoria di sé?

Sicuramente ponendo fine alla violenza, o meglio, allo stupro che la città lagunare sta subendo in nome di un interesse economico che una città del suo calibro e della sua bellezza inevitabilmente attira su di sé.

Quanta inadeguatezza e quanta incompetenza all’interno di una classe dirigente che adesso grida alla “catastrofe” e all’ “Apocalisse”.

Perché, in fondo, che importa tutto questo, se possiamo ancora godere dei tramonti sul Canal Grande.

di Ludovica Tripodi, all rights reserved

In copertina, illustrazione di: Tiziano Lettieri

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