Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola. In ricordo di Paolo Borsellino

di Vittoria Favaron

Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola. In ricordo di Paolo Borsellino

di Vittoria Favaron

Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola. In ricordo di Paolo Borsellino

di Vittoria Favaron
8 minuti di lettura

Vent’anni fa, in un pomeriggio afoso a Palermo, moriva Paolo Borsellino insieme agli uomini della sua scorta, vittime di una strage scatenata da un’autobomba esplosa in via d’Amelio, dove il giudice si era recato per salutare sua madre.

 “É finito tutto, non c’è più nessuna speranza per questa città” queste parole così forti e definitive sono di Antonino Caponnetto, che fu il capo del pull antimafia in cui operarono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino insieme ad altri magistrati capaci e per bene, e diedero vita alla più efficace e incisiva lotta contro la mafia siciliana, Cosa Nostra, che la storia del 900 può vantare.

É finito tutto, perchè la strage di via d’Amelio accadde a solo 57 giorni dopo l’altrettanto terribile strage sull’autostrada Palermo-Capaci che procurò la morte di Falcone, di sua moglie e degli uomini della scorta. Due dei magistrati più famosi d’Italia e simbolo della lotta contro la mafia, uccisi brutalmente a distanza di poco tempo.

Sembrava come se nulla potesse più cambiare, come se tutti gli sforzi compiuti dalla giustizia e il sangue versato delle vittime della mafia non fosse valso a nulla, una volta caduti i due pilastri di quella speranza così faticosamente rincorsa. La speranza che la mafia potesse essere vinta e sconfitta.

Paolo Borsellino era un magistrato serio, tanto schivo quanto timido, minuzioso e puntuale nel suo lavoro, poco avezzo all’esposizione mediatica ma presente e attento nelle occasioni in cui era necessario il suo intervento pubblico.

Diversamente dal suo amico e collega Giovanni Falcone che tentò di contrastare il sistema criminale Mafioso cercando di scovare gli intrecci esistenti tra boss ed esponenti del mondo politico, scorrendo su un filo strategico che correva tra la Sicilia e Roma, Paolo Borsellino si trasferì alla procura di Marsala per proseguire le indagini dentro il territorio ma soprattutto lontano dalla procura di Palermo e da quel fumo impietoso e denigratorio che si accingeva a coprire d’infamia l’operato del pull.


Se Giovanni Falcone fu ucciso in seguito alla decisione della Corte di Cassazione circa la legittimità delle sentenze del maxi processo, Paolo Borsellino fu ucciso dalla mafia presumibilmente in seguito all’inizio di quella che viene definita la “Trattativa” tra pezzi deviati dello Stato e delle istituzioni e pezzi di Cosa Nostra. In particolare gli inquirenti e la magistratura ipotizzano da anni l’esistenza di una trattativa tra apparati delle Istituzioni e il filone che militava intorno al boss Bernardo Provenzano, il quale voleva intavolare una “tregua” con lo Stato, garantendo la cessazione della lotta armata e stragista ma con in cambio una serie di condizioni favorevoli per l’organizzazione mafiosa in materia di carcere duro, permessi, sconti di pena ecc.

Se prima l’ombra di tale trattativa aleggiava nei racconti e nelle supposizioni di magistrati e giornalisti negli anni successivi alla strage di via D’Amelio, nel 2008 la procura di Caltanissetta e la procura di Firenze hanno riaperto le indagini circa i mandanti di quella strage in seguito alle dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza e di Massimo Ciancimino, figlio del politico e mafiosoVito Ciancimino, considerato quest’ultimo uno dei protagonisti del trade union tra i pezzi deviati dello Stato e la mafia durante la trattativa.

E si suppone che Paolo Borsellino fosse venuto a conoscenza di tale Trattativa dopo la morte di Giovanni Falcone, il quale aveva iniziato a indagare sui rapporti sussistenti tra mafia e stato, e lo stesso Borsellino aveva iniziato a indagare seguendo la traccia lasciata dall’amico ucciso.

Paolo Borsellino sapeva che sarebbe morto a breve, sapeva di essere un condannato a morte in libera uscita, ma nonostante tale consapevolezza non esitò minimamente a retrocedere rispetto alla ricerca della verità dei fatti.

Intorno alla strage di via d’Amelio aleggiano misteri e ombre circa le dinamiche e gli accadimenti che si sono verificati in seguito, come la scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino, in cui il magistrato segnava tutti I suoi appunti e che si afferma essere stata prelevata dalla borsa nella macchina fumante dopo l’esplosione, nell’indifferenza e distrazione dei presenti.

E ancora le parole di Caponetto, che rimbombano come una sentenza inappellabile, “è finito tutto”, come se ci si trovasse dinanzi a una resa finale, la resa di una giustizia inesistente, dinanzi a  uno Stato debole e inadeguato a proteggere I portatori sani dei valori costituzionali, e infine una resa di fronte una mafia che infligge il suo colpo più sanguinoso e potente.

E a vent’anni di distanza, al netto di tutte le stucchevoli manifestazioni commemorative, le empie sfilate dei politici di turno, le belle parole che inneggiano all’eroismo e al buon esempio, nulla è certo, la verità è relativa e lacunosa, la chiarezza non è stata fatta, e tre procure della Repubblica, Palermo, Caltanissetta e Firenze continuano le indagini circa una vicenda che, qualora dovesse avere fondatezza , potrebbe inevitabilmente compromettere non solo le singole persone implicate da un punto di vista giudiziale ma soprattutto morale ed etico, ma potrebbe compromettere l’idea stessa delle Istituzioni inficiate che hanno governato noi tutti fino ad adesso, facendosi beffa del territorio siciliano, in ginocchio dopo la morte di Falcone e Borsellino, di tutte le vittime che si sono sacrificate per contrastare la mafia, di tutti i familiari delle vittime che continuano a piangere i loro cari e hanno sete di giustizia, ma soprattutto farebbe venir meno il senso civile e democratico di quello che tanto ostinatamente continuiamo a chiamare Stato, quello Stato in cui continuava a credere Paolo Borsellino, nonostante tutto, e di cui ha trasmesso ai posteri il senso forte e tenace.

Paolo Borsellino nella mia mente e nei miei ricordi appare in tre momenti, e con tre espressioni del volto che difficilmente dimenticherò.

Il giorno dei funerali di Giovanni Falcone, quando insieme ai colleghi del giudice appena ucciso, condusse la bara in braccio fuori dalla Chiesa, con la toga stretta nel corpo, e lo sguardo mesto e altrove, commosso.

Il giorno della commemorazione della morte di Falcone, in una piazza colma di fiaccole e di persone bramose di ascoltare parole di speranza, lui sul palco con lo struggente compito di ricordare l’amico fraterno e di scuotere nuovamente le coscienze di quelle persone, e nel contempo  lanciare precisi messaggi di fermezza e di prosieguo della lotta antimafia non solo a Cosa Nostra ma a tutti I complici c.d. bianchi della morte di Falcone.


E infine, l’ultima sua apparizione prima di morire, in un’intervista mostrata dopo 17 anni, resa ad un giornalista francese che si recò a casa sua per avere chiarimenti sui rapporti intercorrenti tra mafia ed imprenditoria.

Paolo Borsellino in polo verde scura, pantalone beige, la consueta e inseparabile sigaretta poggiata sulla bocca, i suoi occhi profondi e stanchi, ma che non tradivano una lucidità esemplare, un lessico centillinato ma efficacissimo, parole come pietre tombali, parole come queste:

 

Vi è stata una delega totale e inammissibile nei confronti della magistratura e delle forze dell’ordine a occuparsi esse solo del problema della mafia […]. E c’è un equivoco di fondo: si dice che quel politico era vicino alla mafia, che quel politico era stato accusato di avere interessi convergenti con la mafia, però la magistratura, non potendone accertare le prove, non l’ha condannato, ergo quell’uomo è onesto… e no! […] Questo discorso non va, perché la magistratura può fare solo un accertamento giudiziale. Può dire, be’ ci sono sospetti, sospetti anche gravi, ma io non ho le prove e la certezza giuridica per dire che quest’uomo è un mafioso. Però i consigli comunali, regionali e provinciali avrebbero dovuto trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze sospette tra politici e mafiosi, considerando il politico tal dei tali inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Ci si è nascosti dietro lo schema della sentenza, cioè quest’uomo non è mai stato condannato, quindi non è un mafioso, quindi è un uomo onesto!

 

Fabrizio De Andrè, quando fu ucciso Pier Paolo Pasolini, dedicò una canzone che si potrebbe cucire perfettamente addosso alla vicenda di Paolo Borsellino, alla strage di via D’Amelio e a tutta quest’onda di veritià indicibile che dovrà essere ripristinata al fine di evitare che finisca nel vortice dell’oscura tela che ricopre altri misteri italiani.

Una storia sbagliata, cantava De Andrè.

Ma tutto questo scenario agghiacciante e oltremodo triste sembra rivelare un dato, e cioè che  una fiammella di rivalsa può essere accesa se si pensa ai convincimenti e agli animi di molti uomini e di molte donne, di generazioni che continuano ad avvicendarsi, di adulti come giovani che vengono a conoscenza di quel periodo cosi scuro della storia del nostro Paese, e che imparano a conoscere la storia di Paolo Borsellino e di Giovanni Falcone. Bene, in quei convincimenti c’è tutta una voglia di non commettere quegli errori, di credere ancora che si possa crescere e continuare a vivere serbando l’esempio e il ricordo di uomini straordinariamente normali e coraggiosi, niente eroi, solo uomini, solo giudici, solo persone forgiate da una tempra morale ed etica alta e da un senso della giustizia puro e tangibile che è costato loro la perdita della vita.

Vivere nel ricordo di uomini come Paolo Borsellino, il quale affermò:

Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola.

E il suo sacrificio è costato la perdita della nostra paura, e che questo sentimento non finisca mai di essere alimentato, questo coraggio vada a scorrere oltre gli anni, oltre le sentenze, oltre I libri di storia.

A 20 anni da via D’Amelio, noi non abbiamo più paura.

 

Grazie Paolo.

 

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