Caso Grillo:
alcune riflessioni

Caso Grillo
alcune riflessioni

Esiste una traversa per impedire che l’accertamento giudiziario sia destinato a porre sotto stress più del dovuto la persona denunciante?

di Leonardo Naccarelli

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Caso Grillo: alcune riflessioni

di Leonardo Naccarelli
Ciro e Beppe Grillo

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Esiste una traversa per impedire che l’accertamento giudiziario sia destinato a porre sotto stress più del dovuto la persona denunciante?

di Leonardo Naccarelli
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Caso Grillo. Una biglia che rotola su un piano inclinato con alla fine un muro. Forse andrà in mille pezzi con frammenti e schegge dappertutto: una tragedia per la biglia, un pericolo per chi sta intorno. A chi daresti, eventualmente, la colpa: al bambino che ha spinto troppo forte? Oppure a chi ha progettato il percorso?

Ѐ tutto così strano, lo so, ma non sono pazzo. Non ancora almeno. Da quando, però, è uscito il video di Grillo sul presunto stupro del figlio, ho in mente questa immagine per tentare di spiegare cosa sia, nella nostra società, un procedimento penale per violenza sessuale: un vero e proprio massacro umano, uno stillicidio che si aggiunge al trauma passato.

https://www.facebook.com/beppegrillo.it/videos/1759198500918071/

Voglio essere molto chiaro con te: difficilmente lo Stato potrà eliminare totalmente la sofferenza della persona offesa. In parte perché, seppur entro i limiti previsti dalle leggi, occorre tenere in debita considerazione i diritti della persona imputata e quindi assicurare un accertamento dei fatti il più possibile scrupoloso ed attento. In parte perché, come puoi ben immaginare, non esiste pronuncia del giudice e, ancor prima, accortezza procedimentale che possa alleviare il dolore di un fatto così orrendo. Una cosa, però, è nelle possibilità dello Stato: non peggiorare la situazione e, ad oggi, non sembra lo abbia fatto.

Ciro Grillo

Infatti, il testo dell’articolo che, nel nostro codice penale, incrimina la condotta di violenza sessuale cela un imperdonabile difetto: esso, per quanto involontariamente, appresta le condizioni perché ogni volta si debba assistere al processo alla vittima, all’infierire sul suo dolore. Si parla, infatti, di costringere con la forza, la minaccia o l’abuso di autorità a compiere o subire atti sessuali. Intendiamoci: prima del 1996, anno in cui la materia è stata totalmente riformata, si riteneva normale definire lo stupro come un delitto contro il buon costume e la moralità pubblica ed era difficile peggiorare la situazione.

Il problema è che, nel linguaggio comune, per costrizione si intende l’atto con cui un soggetto induce un altro ad agire contro la propria volontà. Ne deriva, dal punto di vista logico, che l’avvocato dell’imputato, se la verificazione dell’atto sessuale non può essere negata, è tenuto, per assolvere al suo dovere professionale di difendere il proprio cliente, a dimostrare che la vittima non ha manifestato espressamente il proprio rifiuto.

Certamente l’avvocato potrebbe impiegare una linea difensiva il più possibile rispettosa delle sensibilità della vittima ed i media potrebbero evitare che propri riflettori sulla vicenda giudiziaria la ustionino. Tuttavia, rimanga agli atti che la tutela di un soggetto reso debole dalla violenza e che ha chiesto aiuto allo Stato ( e quindi a noi) è rimessa alla buona volontà dei singoli. Per lei ( ed anche a noi) va male, richiamando Brecht.

Fermo restando che la migliore strada sarebbe un progresso culturale, forse esiste una via traversa per impedire che l’accertamento giudiziario sia destinato a porre sotto stress più del dovuto la persona denunciante. Si potrebbe intervenire sull’articolo prima citato prendendo a modello il reato di violazione di domicilio. In tal caso, infatti, è sufficiente che si violi la volontà tacita del soggetto di escludere che altri si introducano nella propria proprietà. Uscendo dai tecnicismi, trovarsi di fronte un cancello chiuso è già un divieto di ingresso; se io lo scavalco, non occorre che il proprietario mi ordini di uscire perché possa dirsi realizzata la condotta criminosa.

Applicato questo principio al caso della violenza sessuale, non occorrerebbe andare alla ricerca di un dissenso esplicito ma solo di uno tacito. Potrebbe sostenersi che in tal modo si amplierebbe eccessivamente l’ambito di applicazione della norma con la conseguenza di tramutare in un pericolo giudiziario ogni relazione intima. Credo, tuttavia, che siano preoccupazioni eccessive: come sarebbe insolito presentarsi nel salotto di uno sconosciuto credendo di essere stato invitato a pranzo, allo stesso modo non è così arduo comprendere quando vi sia una volontà tacita di rifiutare una relazione sessuale.

Ad ogni modo, spiegata l’immagine dell’inizio dell’articolo, ti rifaccio la domanda: della biglia infranta sarebbe colpa del bambino o dell’ingegnere?

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