Buio a mezzogiorno

di Simone Pasquini

Buio a mezzogiorno

di Simone Pasquini

Buio a mezzogiorno

di Simone Pasquini
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Finalmente, dopo tanta attesa, questo nostro Paese si accinge a ripartire.

C’è molto lavoro da fare e la cosa difficile sarà riuscire a lavorare al meglio cercando di compensare le difficoltà causate da tutta quella serie di precauzioni con cui, fra non molto, dovremo imparare a convivere. Questo virus ha scatenato come non mai una gravissima crisi di fiducia, per così dire, nella popolazione, la quale è stata investita in pieno da questa emergenza. Le ultime due generazioni non hanno mai dovuto affrontare una minaccia di questo genere e la sensazione di impotenza non fa altro che trasformare la paura in rabbia. Terreno fertile per chi cerca di creare confusione o, anche peggio, cerca di lucrarci sopra. Nelle ultime settimane il buon italiano medio è stato letteralmente bombardato da quelle che abbiamo incominciato a definire per semplicità fake news, sebbene questo termine ormai familiare non sia idoneo a comunicare con sufficiente intensità i rischi sottesi a quella che ormai ha assunto le dimensioni di una vera e propria piaga. Scommetto che ognuno di noi abbia in questi giorni, almeno una volta, ricevuto messaggi o contenuti basati su tesi che, se non fossimo politicamente corretti, definiremmo semplicemente complottiste. Ora, questo fenomeno è sempre avvenuto, anche se innegabilmente con l’espansione e la diffusione dei social esso è aumentato in maniera esponenziale. A suo tempo potevamo tranquillamente sorvolare su queste sciocchezze con un’alzata di spalle, o al massimo, riderci sopra per qualche minuto. Ma nel giro di pochissimo tempo questo fenomeno ha raggiunto delle dimensioni preoccupanti. Abbiamo assistito a delle scene assurde, con gruppi di persone che, in pieno occidente, assaltavano delle antenne della telefonia ritenendole responsabili del diffondersi della pandemia; abbiamo visto persone violare consapevolmente le più basilari norme di distanziamento e di profilassi sulla scorta di argomentazioni indifendibili; abbiamo assistito a scene in cui professionisti esperti ed impegnati da anni nel loro settore professionale venivano additati come machiavellici agenti al soldo di poteri occulti. Giunti a questo punto, credo sia ormai doveroso fermarci a riflettere su quanto stia accadendo. Al giorno d’oggi l’uomo medio ha a sua completa disposizione una quantità infinita di informazioni. Informazioni di qualsiasi tipo che possono essere raggiunte da chiunque possa godere di un accesso alla rete Internet. Se è vero, come è vero, che l’informazione è la principale fonte di potere, la capacità da parte della società di utilizzarla è rimasta praticamente invariata. Non mi riferisco alle possibilità che ci sono state aperte dall’informatizzazione, ma alla maggior capacità che il popolo avrebbe dovuto sviluppare come risultato del libero accesso a questa fonte inesauribile. Capacità che, semplicemente, non è mai maturata. Molte persone, compreso il sottoscritto, prendendo coscienza di questa dura verità si sono sentite molto abbattute. Per un momento, è stato come venire confutati da quei gentiluomini che, molto tempo fa, asserivano inutile pensare di responsabilizzare le masse in quanto esse non potranno mai trovarsi in condizione di gestirsi da sole. Come è possibile che in Paesi sviluppati e laici, con sistemi di istruzione pubblica e gratuita e assenza di censura, possano nascere e svilupparsi fenomeni come quelli che ho ricordato proprio ora? Personalmente ritengo che l’unica spiegazione razionale sia indissolubilmente legata a ciò che in questo Paese costituisce “educazione”. L’Italia sta ora comprendendo la fondamentale differenza che passa fra “alfabetizzazione” ed “educazione”. L’istruzione in questo Paese non è stata mai, e dico mai, debitamente valorizzata. E non mi riferisco all’annoso problema della carenza di fondi, al disinteresse della politica e a tutte le solite polemiche che conosciamo. Il popolo italiano non è mai stato un popolo particolarmente istruito e non dobbiamo commettere l’errore di consolarci con le eccellenze, anche notevoli, che questo Paese può offrire. Anche durante l”800 questa penisola ha prodotto menti brillanti e geni universali, ma ciò non ha impedito a Leopardi di riconoscere che quella italiana fosse “la borghesia più ignorante d’Europa”. Peggio ancora, nel corso degli anni l’educazione non è mai stata, nella cultura popolare, apprezzata per il suo reale valore intrinseco, ma solo come quella forma generica di istruzione capace di far acquisire il tanto ambito “pezzo di carta”, la porta d’accesso ad un futuro migliore. Con il senno di poi è stato da sciocchi pensare che questo aspetto della nostra società fosse di per sé sufficiente alla formazione di una cultura, per così dire, della coscienza critica. La critica presuppone necessariamente l’educazione, ed è la sua mancanza che determina manifestazioni a cui ormai siamo abituati, contrari ad ogni logica e assolutamente impermeabili a qualsiasi tipo di confronto. Mai come ora appare indispensabile lavorare tutti quanti per un miglioramento, individuale e collettivo. Dobbiamo avere il coraggio di dichiarare apertamente che oggi, in un Paese civile e sviluppato come quello in cui viviamo, l’ignoranza non sia più una giustificazione. Se si hanno a disposizione infinite possibilità di studio ed approfondimento libero e comodamente accessibile, l’ignoranza non può essere più vista come una circostanza inevitabile verso la quale non esistono soluzioni. La soluzione esiste, ed è quella dell’impegno individuale e collettivo. Come possiamo sperare di conservare una società libera e democratica se la popolazione stessa che dovrebbe beneficiarne non è in grado di decidere per sé con coscienza e maturità? E, a dire il vero, uno dei più grandi ostacoli a questo obiettivo è costituito dal sistema stesso intorno a cui la nostra società si è andata sviluppando. Obiettivamente la società italiana sembra soffrire una qualche forma di acuta allergia per la meritocrazia. Questo è ovviamente un aspetto noto a tutti, ma credo che non si sia riflettuto abbastanza sulle implicazioni che questa grave distorsione abbia riguardo l’educazione. E’ evidente che una ragazza o un ragazzo che si trovino a dover compiere la prime scelte su cosa fare della propria vita, non possano essere incoraggiati al miglioramento personale quando la stessa società che dovrebbe premiare il loro sforzo sembra innalzare altari in onore di pratiche antisociali quali la furbizia e il clientelismo. Da studente vi posso assicurare che i veri motivi per cui assistiamo alla partenza di tanti giovani laureati non sono confinati a questioni economiche, ma anche (e forse sopratutto) alla mancanza di fiducia nel sistema. Posso convincermi che una crisi economica sia passeggera, ma non posso sperare in migliori prospettive se i principi (pardon, i vizi) su cui si basa il nostro sistema sembrano eterni quanto questa nostra penisola.

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