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“Caro Vanni”, questo era l’ incipit della lettera.

Le sue dita tremarono di sospiri e parole, mentre la vista scorreva attenta e ladra di verità, quella verità che Livia aveva scolpito sulla carta per renderla evidente e intatta all’uomo di cui si era innamorata.

Livia l’amica, Livia la silenziosa. Livia, che quel giorno a stento aveva pronunciato 10 frasi.

Livia era appoggiata alla colonna che scandiva il binario 10 della stazione di Milano Centrale, mentre premeva con le dita il filtro della Camel ormai spenta, e guardava di fronte, con gli occhi riparati da una frangia sorniona.

Guardava Vanni.

Vanni conosceva quello sguardo, un intreccio di reticenza e timore, ma anche orgoglio e impertinenza, quel piglio viziato che Livia non riusciva mai a  nascondere, e la rendeva speciale.

“Che hai?”

“Niente”

“Niente non esiste”

“Vanni, ho un treno tra 10 minuti e ho poco tempo”.

“Livia che hai?”

Livia si morse le labbra, avvicinò a sé il trolley, avvicinò tutta se stessa a Vanni. La prudenza ormai giaceva a terra insieme a quel filtro buttato via con fare nervoso.

“Prendi questa”.

Gli porse una busta da lettera di un blu acceso, puntando a vista quegli occhi fermi come l’asfalto.

“Vanni qui dentro troverai una lettera e un biglietto sola andata per Bilbao. Non chiedermi altro, è tutto scritto. Ho il cuore in affanno e un viaggio in attesa, non c’è tempo per discutere”.

Incredulo, stordito, nel goffo intento di biascicare due parole dal senso decente, Vanni perse il controllo del momento, ma non riuscì a incalzare un muscolo, a fare niente di utile o necessario.

Livia lo guardò, come si guardano certi uomini evanescenti, con quella consapevolezza che dopo quell’attimo ogni cosa avrebbe mutato forma e stato, nessuna certezza avrebbe più varcato le loro vite se non per perdersi, ed entrambi avrebbero cambiato pelle e sangue, quasi a voler rinascere da estranei.

Si avvicinò. Non c’era aria nei loro respiri.

Quel respiro mozzato e grumoso di Livia, non le impedì di slanciare il suo corpo e baciare Vanni. Lo baciò, e quel bacio non valeva solo l’addio consueto a quello scambio amicale e confidente che era il tratto del loro rapporto, quel bacio aveva spazzato via uno status in cui si erano trovati, per codardia di Livia e per cecità di Vanni, quel bacio, adesso era l’inchiostro sulle labbra di Vanni, indelebile, come a marchiare la segreta resa di Livia, il niente che invece esiste.

Bilbao, ovvero lo scrupolo raffermo con cui Vanni ha barattato una tranquillità ipocrita e comoda, quando decise di restare e non muovere un passo, quando fu chiamato per curare la direzione della sezione Surrealista del Guggheneim, di restare a Milano, di restare con Claudia, di restare ad aspettare che qualche vento benevolo lo toccasse nuovamente.

Bilbao, solo sciocchezze, solo sogni in formalina, cartoline sgargianti, romanzi naif.

Eppure Livia.

Da non crederci. Vanni si sfiorò la bocca con un fare da boxer, come se avesse ricevuto un pugno profondo e del sangue invisibile stesse sgorgando sul viso. Colpito. K.o.

Il treno iniziò a cadenzare la sua ballata lenta e malinconica sui binari. Livia si perse tra i sedili e sprofondò sulla poltrona. Non volle vedere il suo viso costernato, il suo stupore fragile.

Rimase in silenzio, e davanti a lei una periferia dormiente dispiegava le sue lacrime mute.

“Bilbao è il tuo posto nel mondo, adesso.” Vanni continuava a leggere.

 Quello di cui non vuoi liberarti è te stesso. Continui a perseverare nell’insensata danza di te con gli altri, di te con lei, di te affogato di una vita vuota e noiosa.

Le tue paure più grandi, prova a riassumerle in un’unica veste perché quell’abito porterà il tuo nome, e la loro forza è la tua incapacità a restare dentro la  solitudine di cui non vuoi discutere.

 

“Impara a conoscerti, impara a scavarti, impara a guardare gli altri, ma sul serio, impara ad amare qualcuno, ad amarti, ma sul serio e a non usare Claudia come appendiabito di ogni tua frustrazione.

 

“Sei ancora in tempo Vanni. Usa questo biglietto e corri a Bilbao.”

 

“Impara a vivere”.

 

La vibrazione inopportuna del telefono ruppe di getto quel momento, senza un tempo preciso, in cui Vanni sedeva su un pezzo di cemento adagiato sul binario, completamente chiuso in una bolla di cristallo le cui pareti componevano una storia bellissima che sembrava reale, sembrava aver preso sostanza.

 

Vanni controllò sullo schermo e lesse “Amore”.

Claudia, un deglutire, imbarazzo e sconcerto.

Vanni con il cuore ormai appeso ad un gancio da macellaio, svuotato di ogni razionalità, guardava quella parola e percepiva una certa estraneità unita a distacco, mentre la sua anima iniziava a percepire una forgia ritrovata, un battito buono.

Amore”, perché per un istante lunghissimo e intenso, Vanni pensò a quanto quella parola fosse inadatta alla persona che ostinatamente provava a chiamarlo, e che dovesse seguire un nuovo corso, magari un treno, e raggiungere Livia, e saldarsi a lei.

Saldati entrambi, restare a parlare e forse, riuscire, finalmente, a cambiare.

 

Vanni pensò alla potenza della rotta dell’Amore di Livia, tale da navigare il suo mare di carta e illusioni, e come avesse fatto ad accendere ogni fuoco sacro, tale da rendere ogni cosa illuminata, rivelata.

 

 

Cara Livia…

 

 

 

 

 

Bilbao solo andata (I puntata) ultima modifica: 2012-05-16T08:59:53+00:00 da Vittoria Favaron

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