Bilbao Solo Andata – Giorgio

di Vittoria Favaron

Bilbao Solo Andata – Giorgio

di Vittoria Favaron

Bilbao Solo Andata – Giorgio

di Vittoria Favaron
16 minuti di lettura

I want you to know the truth, ‘cause I’ve been around before though I was looking anymore.

L’ultima volta che mi sono ritrovato a fissare un muro con impressa una scritta, è stato 8 anni fa. “Filippo Vive” era la scritta incisa in rosso che campeggiava con tutta la sua violenza purpurea sul muro della masseria “Di Uccio”. Un agglomerato di mattoni lerci e affaticati dagli anni, il cui rosso della vernice aveva impresso una dignità che andava nel frattempo a stridere con la sua destinazione d’uso.

Filippo Cerasi era mio fratello. 1,80 per 85 chilogrammi. Spalle larghe scolpite da un’attività fisica praticata all’aperto, come accadeva ai tempi in cui le palestre erano luoghi conosciuti solo a chi con lo sport ci campava. Niente posti ricreativi, niente filosofie del bello, niente schizofrenie del corpo. Roba da pugili, da atleti a stile libero, da calciatori destinati a diventare allenatori della squadra del paese, degli under 16 o dei pulcini.

Dicevo Filippo. Dicevo spalle, ossa robuste ma nascoste da una fisionomia armoniosa ed elegante, quello che chiamano bella presenza, occhi castani e intensi, sorriso vivace, mani grandi.

Filippo che a 27 anni diventa ingegnere edile cum laude e ammirazione vistosa di una famiglia schierata in veste concentrica intorno a lui. Un orgoglio sfacciato e ampliato da un tessuto provinciale di poche anime e fin troppi pettegolezzi, in quelle pose da romanzo popolare in cui il figlio di tale e di tizio si laurea, diventa dottore. Che gran pregio, sono soddisfazioni. Un presepe fin troppo rustico in cui l’etichetta dottore ha ancora un senso profondo, di superiorità intellettuale e di netta demarcazione con il resto del circondario. Mio fratello perfettamente incastrato nel ruolo del bambino che si è visto crescere e che è diventato uomo. “Ti ricordi quand’eri piccolo? Ti ricordi che non riuscivi a toccare con le dita il bancone dell’edicola?” E via discorrendo a ritroso. Io non c’ero, sono giunto dopo, ma è come se non fossi mai giunto. Un mezzo nato, in pratica.

Filippo e la sua fidanzata storica dai tempi del liceo, Laura, una ragazza esile e dolce, di parole precise e mai sprecate, che elargiva sorrisi rassicuranti ma non manifestava alcun segnale di stupidità. Una laurea in biologia che avrebbe rivenduto a titolo necessario per diventare dietista o nutrizionista o una cosa del genere.

Otto anni a fianco di mio fratello, con la dedizione figlia di quell’espressione orribile “fidanzata storica”, come se 8 anni fossero un pezzo infinito di vita tanto da applicare un etichetta così pesante.

Mia madre Assunta, mio padre Carlo. Mia madre proprietaria di un negozio di dolciumi come non se ne vedono pochi. Olio di gomito e sveglia alle cinque. Mio padre geometra da due generazioni, un lavoro in grado di accumulare quanto basta per permettere ai tuoi figli un’università decente e un futuro fuori dalle logiche del paese.

Ingegnere edile, Filippo. Una propensione innata a restare incantato e con la testa rivolta in alto, non per fantasticare sulle dinamiche celesti, ma per contemplare i margini degli edifici. La forza dei palazzi, il loro ergersi al di sopra della testa degli uomini, la loro certezza fisica, il loro scheletro e il loro artifizio, erano le fantasie di mio fratello che si fecero lavoro, pane quotidiano.

Ricordo il giorno delle celebrazioni della laurea. Avevo 10 anni e alcuna consapevolezza su quella che accadeva intorno. Ricordo che lui si avvicinò con lo sguardo raggiante e una serenità che forviava su tutta la tensione accumulata nei giorni precedenti. Si piegò e mi fece una carezza. Io risposi con un sorriso disteso, come solo i bambini riescono a rendere, e mi ritrovai in mano una foglia d’alloro che Filippo aveva staccato dalla corona che cingeva il suo capo. Ti porterà fortuna. Cerca di non perderla.

Avrei capito il senso di quel gesto a distanza di alcuni anni. Non feci in tempo a dirgli niente che vidi il corpo di mio fratello agguantato dalla presa dei suoi amici intenti a trascinarlo per festeggiarlo a dovere, per burlarsi di lui, in quelle pratiche consuete della goliardia che segue a una qualsiasi ricorrenza che conta.

Catturai quelle risate, quegli scambi goliardici e sinceri, mi voltai verso Laura che teneva fissata la medesima scena e annuiva composta, battendo le mani senza troppo rumore, visibilmente emozionata. Spostai il mio sguardo verso i miei genitori. Mia madre intenta ad intrattenere parenti giunti per l’occasione con il fraseggio dettato dal suo ruolo, mio padre che incitava i ragazzi nella scansione dei giochi e delle burle, inibito dalla sua età che gli impediva di partecipare attivamente al giro di scherzi, ma complice convinto seppur tenuto a distanza.

La mia mente fotografò quell’immagine. Godevo di una panoramica privilegiata, potevo comprendere e racchiudere in quel singolo scatto uno scorcio familiare ben riuscito che avrebbe segnato il senso di emozioni spontanee e tangibili.

Scattai un primo piano su Filippo. La sua sicurezza brillava in ogni gesto, la sua presenza campeggiava nei suoni distinti delle parole pronunciate, anche le più banali. Ero fiero di lui. Come gli altri del resto.

Quando il direttore dei lavori della ditta Edilsas suonò alla porta di casa, io mi trovavo in cucina, riverso sul libro di storia e assorto dalle suggestioni che appartenevano a epoche lontane. Ero altrove. Improvvisamente sentii un urlo violento, lacerante, proveniente dall’ingresso. Era la voce di mia madre che prima di allora non era mai stata in grado di produrre un simile suono. Scattai in piedi spingendo la sedia e corsi verso l’ingresso. La trovai piegata a terra con le mani a copertura del volto e dentro un letto di lacrime. Spostai lo sguardo verso quell’uomo fermo e impietrito sull’uscio.

Il direttore continuava a sussurrare mi dispiace. Mi dispiace.

Una trave di 15 chili aveva falciato la vita di Filippo. Era caduta con il peso di una piuma e aveva trafitto il cielo e il suo corpo. Morto all’istante. Pochi secondi di coma e poi niente più. L’elmetto scaraventato in aria e i suoi 85 chilogrammi precipitati al suolo.

Quell’urlo continuò a vibrare tra le mura di casa, senza un’interruzione. Si permeò tra le viscere, potevo sentirlo scorrere dentro le arterie, tra le pieghe dei muscoli. Aveva paralizzato le mie ossa. Rimasi immobile, impotente sul da farsi, con mia madre chinata e lacerata da un dolore il cui solo sentore ti strappa l’aria di dosso, ti rende affetto da ogni male incurabile. Il suono della disperazione più acuta. Il grembo che rivendica il suo frutto che preme, spinge e il male si muove incontrollabile. La parola sofferenza diventa una stupida riduzione letteraria.

Avevo 12 anni.

Da quel giorno, il silenzio coprì ogni cosa.

Il silenzio colse mia madre, nel suo vestito nero come le tenebre, che non tolse mai di dosso, il rosario esposto e stretto come unica salvaguardia possibile, i gesti meccanici di genitrice e moglie cui non poteva rinunciare ma che apparivano asettici e vuoti. Incapace di rivolgermi uno sguardo che chiamasse affetto, legame. Ero un estraneo. Non più figlio. Non fu resa una carezza né un abbraccio carico di affezione. Assorta nel suo lutto. Distante.

La distanza colse il mio vecchio, quel padre sornione e bonario che continuò a lavorare senza applicare alcun entusiasmo alla vita, imprigionato in orari d’ufficio e preso nella sua corsa verso casa per chiudersi in uno studio a farsi consumare dal fumo della pipa.

Poche parole scambiate a tavola, ormai abituati al vuoto di quel silenzio di morte, a consumare la cena chini sul piatto, a non incrociare i rispettivi occhi per paura di essere colti da lacrime amare, da rabbia ancora acerba e pronta ad essere scagliata contro un destino infame che aveva strappato ogni margine di felicità.

Vani furono i miei tentativi di ripristinare una normalità infetta dal sapore della tragedia. Inutili furono le mie prove di contatto, i miei sorrisi arrancati, il provare a cingere con un semplice abbraccio le carni ammaccate dei miei genitori, che calcavano lo spazio come zombie inconsapevoli.

Passarono gli anni e non cambiò quel registro di consuetudini. Presto mi colse la stanchezza di ardire a uno spettro di normalità. Divenni taciturno e restio ad ogni comunicazione. Le parole che sprecavo erano di uso comune. A fronte di quella pudicizia reiterata mi trovavo a sorbire sguardi gonfi di stucchevole pietismo da parte del resto del paese. Chiunque incontrassi mi replicava con una sfrontatezza figlia di un’ignoranza e di un perbenismo di facciata che dovevo essere comprensivo, che dovevo comportarmi da uomo, dovevo restare vicino al dolore dei miei cari.

Solo Laura era in grado di serbare una dignità autentica e di mostrarmi un registro sincero. Non nascondeva il suo dolore né le sue lacrime. I nostri incontri erano sporadici ma pieni di verità. Era l’unica persona che mi tendeva una qualche considerazione.. Aveva l’ardire di porgermi il suo “come stai?” e sapevo che era sincera.

Aveva pena di me, ma non era una pena falsata. Mio fratello era morto e si era trascinato anche me. Non esistevo per mia madre, nè per mio padre. E lei questo lo avvertiva.

Fu allora che decisi di impostare la mia esistenza seguitando un alveo di perfezione. Mi sarei atteggiato da perfetto esemplare di figlio modello, avulso da ogni preoccupazione, anche frugale, non avrei dato modo di eccepire nessuna sbavatura sul mio conto. Migliori voti a scuola, ottima condotta, sublime manifestazione di serietà e compostezza.

Indossare un pesante abito di figlio modello, per elemosinare un plauso convinto, per racimolare la fierezza genitoriale che non arrivò mai, quasi come se quello fosse un percorso scontato che doveva riguardarmi, senza particolari emozioni o frasario di stima.

“Fai il tuo dovere”, mi ripeteva mio padre. Mia madre continuava a concedermi il suo più autentico silenzio. Eppure macinavo sforzi immani per ricevere un suo cenno, anche una piccola smorfia di approvazione.

La fatica dei primi momenti lasciò spazio all’abitudine più semplice.

Volevo essere come Filippo, volevo seguitare il suo stile, la sua presenza.

Volevo dichiarare la mia valenza nel mondo e avrei voluto urlare contro quel presepe di dolore “Esisto, guardatemi, vi prego guardatemi.”

Ebbi un marginale sussulto di nervi quando comunicai a tavola che sarei partito per Milano a studiare Economia e Finanza e la risposta che mi porsero fu un mesto “D’accordo” senza indagare a fondo sul perché della mia scelta, sul prospetto di ambizioni e obiettivi che avevo progettato, sul perché di quella fuga così palese da quella casa umida di morte e desolazione, da quel paese ipocrita che mi ergeva a reietto e vittima di una condizione non voluta, da quelle chiacchiere amorfe di chi non conosce un bel niente della vita degli altri.

Mi alzai bruscamente da tavola, interruppi per pochi attimi la mia parte di ragazzo imperturbabile, perfetto appunto, e corsi via da li, da quell’altare di dolore così anacronistico, così ingiusto, che mi tagliava la carne ogni volta che si manifestava. Senza pudore, senza cura di me.

Corsi lontano, presi l’auto per perdermi nelle campagne intorno a San Gregorio, il più distante possibile e senza una meta prefissata. Guidai per più di mezz’ora. Iniziai ad avvertire stanchezza e spossatezza fisica, la mente pesante. Feci ruotare bruscamente lo sterzo e condussi l’auto nei campi. Sapevo dove stavo andando.

Giunto nei pressi della vecchia masseria abbandonata, spensi la macchina e scesi.

Camminai per pochi metri in direzione del muro che mi aveva indicato Laura e ritrovai davanti quella scritta che campeggiava austera, del colore del sangue vivo.

“Filippo vive”. Il commiato dei suoi amici più stretti, pochi giorni dopo la sua morte.

Restai fermo e in contemplazione vigile. Restai un’ora a fissare quelle lettere. Mi colsero ilarità e pianto violento. Ricordo che urlai forte, tirai calci al muro, maledissi il nome di mio fratello per poi pentirmene all’istante.

Piansi ancora, completamente invaso da una disperazione figlia della più cruda impotenza.

Filippo viveva, soffocandomi. Filippo era morto, e io con lui.

Fuori da San Gregorio, fuori dai miei luoghi consacrai definitivamente la mia parte di uomo modello. Mi curavo delle vite altrui. Non manifestavo alcun piglio nefasto, mi mostravo pacato, presente, attento. Non sforzavo oltremodo la condotta da teatrante perfetto, non potevo permettere di rivelare la mia vera natura, anche perché io per primo ignoravo quale fosse. A forza di sopprimere per anni la costruzione di sé, il mio corollario peculiare, trafugando ogni individualismo, ogni peculiarità, avevo rimosso ogni alternativa possibile alla persona cui mi sforzavo di essere.

Elargivo naturalezza. Divenni il miglior amico di povere anime in cerca di un microfono amplificatore di Ego, e l’amante perfetto da portare ad esempio nelle conversazioni civettuole tra donne.

Nessuna sbavatura, nessuna crepa. Non concedevo che si potesse andare a fondo nel mio passato. Dichiaravo il necessario, consapevole che la gente finisce per accontentarsi dello stato in superficie, di quello offri, senza calarsi a fondo nelle cose. Non avrei permesso a nessuno di proliferare altra pietà, di guardarmi con un fare accigliato e compassionevole. Non volevo essere salvato e questo marcava la differenza tra me e tutto il resto degli uomini che vanno alla ricerca di eterna comprensione per espiare il loro ventaglio di colpe ed egoismo.

Fuggivo dalle relazioni intraprese con donne che volevano riempire la tua vita di anticorpi e bende medicali, con l’arroganza e la prepotenza di chi conduce un’esistenza banale e ricerca nell’altro un significato preciso al loro stare al mondo. Non ero quel genere di persona, ecco tutto.

Poi è arrivata Livia.

Fui catturato dalla sua forza e dal suo sguardo magnetico. Fiera e sinuosa, si muoveva nello spazio come se giacesse da sola e non curante della vita intorno.

Caotica nella scansione dei gesti ma estremamente elegante. Applicai con lei un corteggiamento non troppo ricercato, mi resi conto che non dovevo impiegare registri precostituiti ma dovevo colmare il tempo insieme di momenti sostanziosi, di atti che restano.

Intravidi un certo bisogno di romanticismo, forse a fronte di sue esperienze passate all’insegna di iperboli disarmanti con uomini ai margini della propria esistenza. Le concessi la giusta dose di sentimentalismo che lei recepiva senza chiedermi prestazioni aggiunte. Era incredibilmente intensa, era presente, era donna fino in fondo. Presto scorsi il suo essere delicata, il suo bisogno di abbandono, la sua stanchezza pregressa.

Mi innamorai di lei. Lo sono tuttora.

Il suo riserbo e la sua abnegazione rendono il senso del nostro restare insieme anche se giacenti in due città diverse. Io albergato a Parigi. Lei rinchiusa dentro Amsterdam.

Incuranti di un qualsiasi prospetto del domani, abbiamo continuato a vivere del bisogno reciproco, a godere forte di tutto il sesso concesso, ad atteggiarci ad amanti da citazioni letterarie o da film dei valentini più illusi.

Il nostro compromesso è stato quello di non scavare nei rispettivi corpi. Consapevoli entrambi di essere diavoli intenti a scorticare le pareti dell’inferno e balzare in un qualche purgatorio benevolo, abbiamo abdicato ogni tentativo di svelare la bruttura di vita che ci ha trafitto e di cui non proferiamo parola. Non abbiamo mai sprecato il tempo a dichiarare il nostro bisogno di una vita decente. Condividiamo lo stesso furto laico, due ladri disperati che compiono un medesimo crimine. Vivere, nonostante tutto.

<<Come è la tua famiglia?>>

<<Normale, sono orfano di fatto.>>

<<Prima o poi diventiamo tutti qualcosa di fatto>>

Furono le tue parole Livia, che mi diedero conferma di quanto fossi disinteressata a redimermi dalla mia condizione, di quanto rifiutassi in alcun modo di scoperchiare anfratti del mio vissuto che non intendevo palesare.

E mi innamorai del tuo distacco, che colmavi con il tuo ego ingombrante e la tua accettazione di quello che andavo a servirti. Il mio essere perfetto, ai confini della finzione. Mi guardavi, riconoscevi la mia bravura, godevi di quello stato sublime e di quel cerchio sempre chiuso a maniera.

E io sono appagato, perché non ho fallito nel trasformarmi in un uomo che non avrei mai voluto diventare, nel condurre la mia esistenza ad appannaggio di un fratello, il mio,  che si era sempre atteggiato naturalmente nel suo recinto di bellezza reale.

Livia. Riconosci la mia fatica, che riesco a fornire senza sforzo eccessivo. Riempi i miei giorni con le tue parole, con il tuo rumore, andando a frantumare quella cappa di silenzio in cui sono stato rinchiuso per un corso interminabile.

Vai a mescere sangue caldo dentro le mie vene crude, fortificate da un’assenza d’amore cui ho fatto l’abitudine ma che inconsciamente mi trovo a richiedere. A rivendicare.

Mi rendi umano, anche se per pochi attimi, anche se nello spazio di un week end.

Risiedo davanti a questo muro, ora che  la tua figura è situata lontano da me, che non ritrovo le tue mani avvolte nelle mie, che non rispondi al telefono, mentre le parole impresse mi inviano un messaggio che a stento riesco a decifrare, un bisogno di verità che io ignoro, ma di cui sento il peso.

Ora che sento macinare dentro una distanza estranea a quella che abbiamo costruito da adulti coscienti, che ci ha reso inespugnabili, anche se ad ore, emerge l’orrenda paura che tu non sia più disposta a fingere.

Livia sei forse stanca della nostra storia perfetta? Non sei più appagata della meravigliosa resa che la nostra finzione ha prodotto?

Ti stai mordendo le mani perché impotente circa l’affondare il tuo bisturi dentro di me, far emergere tutto il malessere che si è depositato sulle pareti della mia carne?

Vuoi mettermi a nudo, come eri solita comportarti con gli uomini che sono venuti prima di me, vuoi che ti narri della mia patetica storia, di Filippo, dell’odio che nutro verso mia madre, della rabbia con cui ho investito mio padre, dell’insopportabile eco di inutili frasi che mi hanno accompagnato fin qui e continuano a rimbombare ogni notte nella mia mente?

“Sei cattivo Giorgio se non accetti il lutto, sei ingiusto nei confronti dei tuoi genitori, sei egoista se pecchi di comprensione, sei immaturo, sei viziato, sei stolto…”

Vuoi che ti dichiari il mio diniego verso questa mestizia, quest’ignoranza?

Come se un ragazzino potesse sobbarcarsi il peso di eventi così dilanianti, come se fosse normale, già normale, che a 12 anni si  possa accettare un’assenza d’amore così sfacciata, come se la morte di Filippo fosse roba loro, come se il lutto giustificasse ogni mancata carezza, ogni carenza verbale, ogni sguardo negato.

Vuoi che mi renda ridicolo e fragile, che ti urli in faccia questo dolore che non ha un fondo, non ha una fine?

È incredibilmente facile venire meno alla propria tenuta virile, a vomitare tutto il malessere possibile, come un tossico in astinenza, come chiunque reitera nell’errore per poi essere scoperto, e cerca di appellarsi ad ogni giustificazione efficace. È terribilmente facile svendersi e ricercare l’espiazione, sprecare lacrime e chiedere aiuto. La dignità è divenuta un bene di pochi. Il dolore virulento un fenomeno di massa.

Vuoi fare a meno della mia perfezione Livia? Lo vuoi davvero?

Vuoi la verità?

Bene. Rispondimi al telefono allora, e sii pronta a guarire quest’uomo che sanguina.

Se mai ne sarai in grado

foto di copertina: questo forte silenzio Roma 2012 di Benedetto Tarantino

Tratto da Bilbao solo andata

di Vittoria Favaron

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