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“Got a will that’s been around for days

Goes far if you want it, it needs to behave”

L’eco della voce di Odola si era ormai dissolta così come la sua presenza. Restava quella scritta rossa sul muro e la costernazione di Livia, contaminata da quel monologo speso intimamente, che aveva agito da veleno spruzzato un po’ ovunque dentro di lei.

Mentre quel liquido amaro terminava il suo viaggio arterioso, infettando sangue e lucidità, lei si chiese se non fosse tutta finzione onirica.

 <<Sto sognando>> – Ripetè, schiarendo la voce, che lei percepiva impastata e afona.

 Si avvicinó piano al muro. Avvertì che dalle gambe partivano moti atrofizzati che le impedivano di accellerare i movimenti. Una volta ritrovatasi a distanza di pochi centimetri, toccó la superficie, la parte tra la b e la e della parola “Behave”, e sentì sotto le dita la vernice vischiosa.

Aprì la mano dal verso del palmo e vide tracce di rosso che le avevano imbrattato i polpastrelli

<<È fresca.>> – si limitó a dire.

Tutto passava al vaglio della realtà per quanto questa si mostrasse apparentemente incomprensibile.

L’aria secca e pungente le trafisse i capelli. Inizió a sudare, sentì un principio d’affanno lungo il collo, lo stomaco ritroso e mugugnante, la pelle tirata dal freddo. Tutto il resto si limitava a rispondere con scansioni meccaniche, quasi indotte.

Il fiato inizió a irrigidirsi.

La strada chiusa, la copertura austera dei palazzi, la luce che arrancava, lasciando il posto al tramonto invernale e all’artificio dei lampioni, le provocavano una pressione soffocante all’altezza dello sterno.

Doveva fuggire da li. Il prima possibile.

Si lasció alle spalle il muro, richiese alle sue gambe uno sforzo brusco, quindi iniziò a procedere, per pochi metri a ritroso, per fotografare per l’ultima volta la scritta. Si voltó e acceleró il passo. Non badó alla direzione che ora le sue gambe avevano impresso alla falcata, ogni strada appariva ai suoi occhi uguale alla precedente. Non avevano importanza quei luoghi. Livia li trafiggeva indifferente, impegnata a controllare il nuovo ritmo che il suo fiato andava ad assumere.

Nel tentativo di riacquistare lucidità, decise  che non poteva tornare a casa. Sentiva il peso dello shock sul viso, sapeva che avrebbe destato preoccupazione e quindi avrebbe dovuto rendere troppe spiegazioni a quelle estranee che condividevano l’appartamento con lei. Si pentì subito di aver pensato a quella parola così fredda e ingiusta,”estranee”, ed aver così etichettato le ragazze con cui abitava. Marianne e Lucinde.

Ma era necessario un ennesimo zelo formale in quel momento? Era forse obbligata a indossare apparenza di normalità a fronte di tutto quello che le stava accadendo?

 Probabilmente no.

Livia sapeva quanto spesso le persone siano solite rifugiarsi nella contemplazione dei dettagli per distogliere l’attenzione dal problema generale che le attanaglia. Focalizzarsi con un eccesso di precisione, di meticolosità, sulle cose di cui non si occuperebbero mai se non nei casi in cui stentano a reagire rispetto alla realtà.

Sapeva di sostare nella completa incomprensione di quello che aveva vissuto nella ore precedenti, o almeno era questa la traduzione più immediata che era riuscita a dare al fascio di sensazioni di cui era ostaggio.

Non avvertiva, tuttavia, la percezione del tempo. Non riusciva a rendersi conto che erano trascorse ore, 240 minuti per l’esatezza, non giorni.

Ebbe il senso di affaticamento da stress che solitamente si dispiega in mesi.

Eppure tutto era accaduto in poche ore.

Anche questo faceva parte dei dettagli.

E anche il suo corpo iniziò a reagire attraverso la manifestazione di dettagli. I suoi.

Perchè lo sentiva. Ed era dentro. Lo era ancora. Era dentro la sua pelle accaldata dal cappotto e dalla velocità della sua corsa. Era dentro i suoi muscoli che compivano sforzi incessanti  a pressare ossigeno e agevolare il movimento. Era dentro le sue arterie che incameravano liquido amniotico mischiato a veleno, a sangue, a nicoltina. Era dentro le sue ossa che sentiva cedere anche se la tenevano ferma, ma era questione di manciate di attimi e sarebbero venute meno. Ed infine era dentro il suo cuore, impegnato a pompare fatica, a trattenere anidride carbonica, a centillinare ossigeno, a divaricarsi e richiudersi, a fare la parte del muscolo, della macchina. Niente digressioni poetiche. Solo un muscolo. Ed era dentro. Vanni.

Dettagli.

Quindi andare. Andare con ordine. Procedere. Non verso casa. Procedere per strada. Continuare ad avanzare. Verso un bar, magari. Dirigersi verso un bar e pianificare. Respirare.

<< Si, devo procedere verso un bar, devo respirare e pianificare>> – continuava a ripetere a se stessa.

Procedere verso un bar e respirare. Prendere posto. Sedersi. Respirare. Pianificare.

Era fondamentale pianificare.

E respirare.

E continuare a procedere.

Andare.

Le parole non seguivano la velocità dei passi.

Erano lente. Mentre Livia era in corsa.

Si ritrovò a piazza Dam. Non la degnò di un solo sguardo, consapevole della sua pacchianeria, del suo inutile concerto di luci e vetrine in bella mostra. Tuttavia per lei era una piazza fredda, emblema di una città che racchiudeva scorci d’eleganza altrove. Tra i rivoli dei suoi canali, nella fisionomia di certe abitazioni. Nei volti di alcuni dei suoi abitanti.

Altrove, appunto.

Proseguì mischiandosi nelle strade intorno alla piazza.

Taksteeg n. 7.

Il luogo prescelto era il Gartine Cafè.

Spalancò di forza la porta d’ingresso e s’infilo all’interno. Pochi coperti. Il giusto affollamento. L’ora dell’aperitivo. La squisita non curanza olandese che non stonava affatto con gli intenti di Livia: concedersi la giusta fetta di solitudine per respirare. E pianificare.

Riuscì a reperire un tavolino nascosto nell’ultimo angolo della sala. Prese posto, avvicinò a sè la sedia vuota posta al lato del tavolo per poter posare la borsa. Seguirono il cappotto e la sciarpa. Si portò I capelli all’indietro e poggiò entrambe le mani sulla superficie del tavolo. La cadenza di quei gesti sembravano simulare un rito il cui senso era dato solo da Livia.

Ci fu un primo respiro. Breve. Impercettibile. Ne seguì uno nuovo. Più deciso, che fu catturato dal silenzio che albergava intorno al suo campo visivo.

Ad un tratto si scompose e si sporse per afferrare la borsa. Le caddero la sciarpa e il cappotto, ma non ci fece caso.

Portò la borsa a sè e vi frugò dentro. Estrasse la lettera, sgualcita e increspata.

In quell’istante ritrovò anche la carta dei tarocchi. L’imperatrice. Le ritornò in mente Clèile. Le ritornarono in mente le sue parole, la panchina, il suono del canale che sostava dietro di loro.

Era reale. Aveva vissuto quel ricordo.

Era fresco.

Come la vernice del muro.

Prese la carta e la fissò con uno sguardo che chiamava angoscia e apprensione.

<< Quindi è successo>>, – disse tra sè e sè, << é davvero successo>>.

Restò con la borsa tra le mani, in un alveo di sospensione inconscia. Di colpo cercò di scuotersi.

Riprese a frugare nella borsa e afferrò il cellulare.

Poggiò il telefono sulla superficie del tavolo .Iniziò a guardarlo con la distanza che divide gli occhi da un qualsiasi suolo. Incamerò nuova forza, lo portò vicino al volto e si ritrovò a contemplare la scritta che rappresentava una delle prime conseguenze che avrebbe dovuto affrontare.

Missed calling: Giorgio

Il suo bisogno di realtà le veniva servito. Doveva sentirsi appagata rispetto a quell’immagine che chiamava alla vita prima delle ore da poco consumate. Prima del caos che continuava a smuoverla dentro le viscere. Ma quel nome – Giorgio- impresso in quel vetro sterile del cellulare, non era abbastanza da ripristinare il controllo. L’equilibrio.

Non aveva scelta, se non richiamarlo. Mosse le dita sulla tastiera, avvicinò l’apparecchio al lato destro del volto. Rimase in attesa.

<<Ciao.>>

Si schiarì di poco la voce. <<Ehi ciao!>>

<<Dove sei? Non hai risposto prima…>>

<< Scusami. Vedi…ero per strada. Non ho sentito il cellulare. Sono seduta al Gartine, te lo ricordi?>>

<< Si, certo. Tutto bene? Hai la voce irritata…>>

<< Si, sto bene. È stata una giornata difficile. Dovevo risolvere alcune cose in giro.

<< Di domenica?>>

<< Si…si. Ho avuto la settimana piena e ho procrastinato tutto nel week-end e.. ma perché queste domande? Che hai? Neanche tu mi sembri rilassato..>>

<< Si.. scusami. Anche la mia non è stata una giornata tranquilla>>

<< Siamo in due allora!>> Livia accennò un tono scherzoso, ma non sembrò convincere Giorgio, che dall’altro capo dal filo, continuava a manifestare il suo piglio turbato.

Alcuni secondi di silenzio intercorsero tra di loro.

<< Hai prenotato il volo per il prossimo week-end?>> Riprese Giorgio

<< Non ancora. Mi ero ripromessa di farlo oggi. Appena torno a casa provvedo subito…>>

<< Sei sicura di voler venire qui? In caso ti raggiungo ad Amsterdam…>>

<< Che cosa dici. Certo che vengo a Parigi. Ho solo tardato a prenotare.>>

Per quanto Livia si sforzasse, l’insicurezza trapelava attraverso le sue parole, attraverso l’inflessione della sua voce, dentro le pause afone che non riusciva a trattenere.

Tutto questo giungeva a Giorgio in modo diretto. Tagliente.

<< Sei strana Livia…>>

<< Scusami, è stata una giornata stressante, te l’ho detto. Verrò da te a Parigi.>>

Ancora silenzio.

Riprese Livia: << Ti chiamo più tardi da casa, ok? Prenoto i voli e ti comunico tutto.>>

<< Va bene. Ci sentiamo dopo.>>

<< Ok Ciao.>>

<< Ah Livia..>>

Ma lei aveva già riattaccato.

Fece scivolare il telefono nella borsa. Portò i gomiti sul tavolo e chinò il capo in avanti, sorreggendolo con le mani che andavano a mischiarsi tra i capelli.

Riprese a respirare. Piccoli respiri frequenti. Restò in quella posa per alcuni minuti.

Aveva mentito a Giorgio. In un modo talmente evidente e grossolano che anche uno stupido avrebbe potuto comprendere la farsa.

Non stava bene. Non era ok. Niente procedeva nel modo giusto.

Cercava di sorreggere quel fardello pesante che premeva sulle meningi e su tutta la linea del corpo.

Pianificare, era l’obiettivo fisso.

Curare i dettagli era l’unica cosa cui Livia tentava di aggrapparsi.

Si riordinò da quella posa patetica in cui si era chiusa. Raddrizzò le spalle e le lasciò cadere all’indietro. Assunse una postura composta. Le braccia ordinate e le mani giunte.

 <<Non ho scelta>>, pensò.

Senza più badare alla demarcazione che sussiste tra la completa irrazionalità e la dovuta fermezza di gesti, andando a sollevare tutte le valvole chiuse a blocco della sua disinibizione, completamente alienata e in preda alla follia emotiva più accecante, decise il da farsi.

Afferrò nuovamente la borsa, estrasse il cellulare, andò a scorrere sulla rubrica. Le dita si fermarono, un po’ esitanti, alla lettera V. Incamerò tutto il coraggio possibile e premette il tasto verde.

 <<Il numero da lei chiamato non è attivo>>

Un cenno sornione si dipinse intorno alle labbra.

<<Sono una stupida>>.

Considerare che Vanni potesse mantenere il numero italiano in Spagna era da stupidi. O da disperati. O da chi ha perduto il senno. Da chi è in assenza di raziocinio.

Livia era tutte queste cose. E non era in grado di uscirne incolume.

Non ancora.

Pianificare daccapo.

Aveva bisogno di comunicare con lui, con Vanni. Restava da capire come.

Decise di provare a chiamare a casa sua. A Milano.

Rispose Badette. La governante filippina di casa Fogazzari.

<< Mi dispiace Signorina Livia, il signorino Giovanni è partito per la Spagna due mesi fa. Non è più qui. Vuole parlare con la Signora Fogazzari? Lei può darle il numero di telefono del signorino.>>

<< Non si preoccupi Badette. Richiamerò un’altra volta. La ringrazio>>

<< Ma è sicura signorina Livia? La signora non è in casa ma posso lasciarle un messaggio da parte sua.>>

<< Non si disturbi. Non è importante. Richiamerò io. La saluto.>>

Il pensiero di parlare con la madre di Vanni era annoverato nell’insieme delle eventualità più avventate in cui potesse incappare e, per tale motivo, da escludere drasticamente.

Riattaccò.

Trascorsero pochi istanti e Livia riprese a scorrere la rubrica del cellulare.

Aveva bisogno di un numero di telefono preciso. Sperava di averlo memorizzato da qualche parte.

L’assenza di lucidità non le permise di ragionare sugli effetti che il suo gesto avrebbe prodotto.

<< Sono una pazza >> si limitò a pensare.

Ma ormai era troppo tardi e troppo urgente il bisogno di ripristinare un contatto con Vanni.

Aveva quel numero. Fermò il cursore. Premette il tasto verde.

<< Pronto?>>

<< Claudia…>> – Livia deglutì.

 Silenzio.

<< Livia…>> – Il tono della voce di Claudia arrivava come contratto in un cono di cemento.

<< Si, sono Livia. Claudia ascolta…>>

<< Che cosa vuoi.>> La voce si fece sempre più pesante e il tono si alzò bruscamente.

<< Vedi Claudia, scusami per prima cosa, ma vedi…>>

<< Che cosa vuoi Livia!>> Claudia tuonò contro la ragazza e non le diede modo di replicare.

<< Vanni non c’è, se è lui che cerchi. È andato via. È partito. E tu dovresti saperlo perché sei stata tu a convincerlo.

Mi ha lasciata. Da un giorno all’altro. È andato a Bilbao.

Mi ha lasciata per colpa tua. Perché tu gli hai confessato il tuo amore.

Che storia romantica vero?>>

Un sarcasmo amaro trapelava dal suono della voce di Claudia.

Di colpo ritornò seria.

<< Io lo sapevo. L’ho sempre saputo. E sono stata zitta per non risuonare penosa. Per evitare di creare contrasti con lui. Io avevo capito tutto. Sono stata zitta per il quieto vivere. Perché mi hanno insegnato questo, a non creare complicazioni, a stare al mio posto, a concentrarmi sul mio rapporto. Mentre tu giocavi a fare l’amica bella, colta e disponibile. Mi sono dovuta trattenere innumerevoli volte per evitare di mandarti al diavolo e intavolare scenate. Ne avevo il diritto eppure non l’ho fatto.>>

<< Claudia…>>

Giunse a Livia tutto il suo rancore, la sua rabbia.

La voce di Claudia iniziò a tremare.

<<Tu e il tuo snobismo dei finti bassifondi. Il tuo sguardo sentenzioso. Il tuo mondo fuori. Ho dovuto subire i tuoi giudizi, i tuoi sguardi ipocriti e il tuo volgare tentativo di non destare sospetti sulle tue vere intenzioni.

Ma io non sono  una stupida. Non lo sono mai stata. Io avevo capito tutto.

Eppure  sono stata brava, al mio posto. Come insegnano alle brave ragazze. Mostrarsi calme, pazienti, accomodanti.

 E cosa ho ottenuto? Niente. >>

<< Ma io…>>

<< Stai zitta. Fammi parlare. Hai vinto tu.

Ce l’hai fatta.

Sei soddisfatta ora che hai ottenuto quello che volevi? Ora che mi hai tolto l’uomo, che mi hai reso ridicola e patetica? Ora che mia madre mi considera una fallita perché sono stata incapace di tenermi Vanni, di tenermi quello che lei aveva deciso che diventasse mio marito, per rispettare il quadretto perfetto che lei aveva concepito per la mia vita? Sei contenta adesso, Livia?>>

<< Claudia mi dispiace..>>

<< Non provare a compatirmi. Non te lo concedo.

Tu arrivi nella vita della gente, con la tua aria da intellettuale, da donna vissuta, da persona libera. Sei stata mansueta, sei stata tenace.

Ce l’hai fatta.

E adesso mi hai telefonato per chiedermi scusa, per espiare il tuo egoismo, la tua avidità? Che cosa vuoi da me.

Vuoi accertarti che sia davvero finita? Si, è finita.

 Vuoi pulirti la coscienza e provare a scusarti? Bè non è così che funziona.

Pensi sul serio che solo perché non sono come te, non sono brillante, solare, non voglio cambiare il mondo e abdicare a una vita di privilegi non debba meritarmi Vanni? È questo che hai sempre pensato?>>

<< Non ho mai pensato questo, però lasciami spiegare…>>

<< Non so che farmene delle tue spiegazioni. Hai compromesso il mio sogno d’esistenza felice. Non ho il mio ragazzo, subisco continuamente il monito severo di mia madre, della mia famiglia.

Convivo con un senso di frustrazione quotidiano. E non posso cambiare il corso degli eventi.

Non posso diventare una persona diversa da quella che sono. Per quanti sforzi io possa compiere è impossibile che muti la mia natura.

 Sono una semplice ragazza alto borghese che ha tentato di costruirsi una vita tranquilla.

Non possiamo cambiare a comando, a seguito delle circostanze o degli uomini che ci capitano a tiro.

 Non potrò mai essere come te.

Tu sei stata fortunata. Hai potuto scegliere cosa essere. Io no.

Non ho mai scelto sul serio.  Per questo ho amato Vanni. Siamo uguali, io e lui. Dividiamo la stessa sorte. O almeno così è stato, fino a quando…>>

 << Claudia devi ascoltarmi. Mi dispiace. Non è un modo ipocrita per liquidare quello che è successo. Devi credermi. Mi dispiace. Non potevo abdicare ai miei sentimenti. Non potevo soffocarli. Ho fatto quello che ho ritenuto giusto. L’ho fatto per Vanni, per aiutarlo. E lui ha scelto. Ha scelto di partire, di cambiare il corso della sua vita. Io ho solo reso palese il suo disagio. Ma lui non ha scelto me. Ha scelto di seguire quello che gli avevo indicato. Ma non mi ha seguito. Non è venuto a prendermi. Ha scelto Bilbao. Non me.>>

 << Dettagli Livia. Questi sono dettagli. Siamo consapevoli entrambe di come sono andate le cose.>>

 Livia avrebbe voluto dirle che invidiava la sua lucidità, la nettezza del suo convincimento, a fronte della confusione di cui lei era vittima, del plagio con cui gli accadimenti si mostravano alla sua percezione.

 Ci fu un lungo silenzio. Poi Claudia riprese.

 << Se cerchi Vanni, non posso aiutarti. Non ho i suoi recapiti. Non ha lasciato traccia.>>

<< Non ti preoccupare. Non avevo il diritto di chiamarti. Scusami.>>

 << Non avevi il diritto. Eppure l’hai fatto. E non hai scelto quello che era giusto per lui. Hai scelto quello che era giusto per te. Ti sei mostrata egoista e arrivista. Un po’ come tutti noi.

E hai vinto tu.>>

Livia si morse il labbro. Respirò a fondo.

<< Non sono nella posizione per convincerti del contrario. Ognuno di noi è portatore della verità che è in grado di decifrare>>

 << Risparmiami le tue frasi d’effetto. Funzionano solo con lui. Non con me.

Sono inutili dettagli. >>

 << Già. Dettagli.>>

 << Ciao Livia.>>

<<Ciao.>>

 Livia chiuse la comunicazione e si ritrovò a fare i conti con il fascio di dettagli aggiuntivi che Claudia aveva immesso con le sue parole.

Come ombre in una stanza dalle pareti bianche e dalle luci ad appannaggio delle pareti, così i dettagli si muovevano nella sua mente, in attesa di essere riconosciuti e incasellati. In attesa di formare un filo conduttore che Livia avrebbe dovuto seguire per venire a capo di tutto.

Iniziò a vivisezionare la conversazione che aveva tenuto con Claudia.

Pensò alle parole che lei aveva pronunciato. A come aveva descritto la scelta di Vanni. << Ha scelto Bilbao. Non me.>> Aveva esternato una convinzione che aveva incamerato nel momento in cui aveva preso coscienza della lettera del ragazzo. Quella convinzione che le impediva di rasentare felicità a fronte del tentativo di Vanni di chiamarla a sé. Quella convinzione che le costava tutto quell’affanno, quel turbamento, quella sofferenza così viscerale.

Riprese le parole di Claudia. << Sei egoista. Un po’ come tutti noi. E hai vinto tu>>.

Egoismo. Claudia sosteneva che lei fosse stata egoista.

Egoista. Per aver tracciato un percorso alternativo riguardo la vita dell’uomo che amava.

Egoista. Perché non si era preoccupata delle conseguenze che sarebbero seguite nei giorni a venire e nella consapevolezza di Vanni.

Egoista. Perché non si era curata del fatto che non era il suo ruolo, che lei non era la sua donna, che aveva scavalcato un ordine da cui lei era esclusa, in cui lei figurava da co-protagonista a intermittenza.

Egoista. Perché Claudia sosteneva che fosse ciò che era giusto nell’ottica di Livia e che non fosse necessario a contribuire alla felicità di Vanni.

Egoista. Perché era fuggita, anche lei, senza lasciare traccia.

 Quando sollevò il capo si rese conto di avere di fronte il cameriere del Gartine in attesa di ricevere l’ordinazione.

La visione di quella figura innescò in Livia un primo cenno di lucidità effettiva.

Era tornata a calpestare un terreno di razionalità, uscendo dai dettami emotivi e dalla scansione dei dettagli. Doveva confrontarsi con quello che spesso si palesa in figure banali e ordinarie. Il cameriere, il bar, il tavolo, i luoghi del quotidiano.

 <<Non ho bisogno di niente. Mi scusi. Aspettavo una persona ma non si è presentata. Ora vado via>>.

 Si alzò, evitando di assistere all’incredulità di quell’uomo che rimase interdetto il tempo necessario per fare un giro di 45 gradi e allontanarsi dal suo tavolo.

Uscì dal Gartine e si diresse verso casa. Fuori era scesa la sera.

 Durante il tragitto decise di riprendere da dove era stata interrotta. Questa volta evitando volutamente di badare al groviglio di congetture accessorie che distoglievano il pensiero dal suo fulcro.

Riprese dall’egoismo, dichiarando a se stessa che non era un profilo che poteva ignorare. Almeno non riguardo a Vanni.

 Le persone si atteggiano con moti soggettivi. Sono avidi di benessere e concentrati affinchè il buon vivere possa comprendere anche le loro vite. Non è un comportamento da biasimare. È la natura che l’uomo condivide con i suoi simili. È inevitabile al pari di altri bisogni primari.

Ciò avviene nella costruzione di tutti i rapporti che ci riguardano. I rapporti affettivi più di ogni altro.

In una visione irrazionale quello che prevale nell’incontro di due persone è lo scambio. Ti offro qualcosa in cambio di un medesimo atto. Non si ragiona con sterili percentuali, ma le pulsioni che ci spettano si comportano alla stregua di un simile fraseggio. Rinnegare ciò sarebbe ingiusto e ipocrita.

In una concezione allargata del concetto d’amore, andando oltre qualsiasi luogo comune o digressione letteraria, lo scambio gioca il suo ruolo essenziale.

Si barattano i gesti, le emozioni, le case, gli oggetti. Si condividono le ossa, la pelle, si incastrano i corpi, come i desideri, le aspettative. Si consumano gli anni, insieme.

In ogni scambio, in ogni rapporto, in ogni contemplazione del ruolo che ha l’amore nella nostra vita, pensiamo irrazionalmente che l’egoismo non ci riguardi, poiché lo ricolleghiamo al singolo. Come se in due, lo spettro del gioco individuale venisse scacciato via.

Livia credeva che non fosse questa la verità, almeno non quella in cui aveva sempre investito.

Credeva che per sconfiggere il malessere che ci portiamo dentro, che infesta tutti gli uomini, con dosi alternate e diverse a seconda dei casi, necessitiamo d’amore e dei suoi derivati. Necessitiamo di spartizioni massicce d’affetto, di moti solidali, di fisicità sublimate da abbracci complici e spalle dietro cui ripararsi.

Credeva che ognuno ragioni sulla base della propria fetta di bisogno, ognuno ricerca nell’altro quell’antidoto urgente per sentirsi salvi, vivi, per dare un senso alla propria presenza.

<<Siamo affamati di tutto questo, siamo esigenti, siamo ostinati ad ottenerlo. E siamo soli nei nostri corpi. Così come chi ci siede accanto, chi ci cammina affianco, lo è parimenti.>>, continuava a ripetersi.

 La definizione di un’indigenza così profonda non può sfilare integra senza comprendere l’egoismo.

Per il troppo desiderio d’amare ci atteggiamo ad egoisti. Non ci curiamo delle dinamiche che attraversano l’altro. Concentriamo tutte le nostre energie per determinare nell’altro quello che in realtà vorremmo che ci sia promesso. Vantare un diritto alla felicità. Propria. Che passa inevitabilmente dalle azioni dell’altro. Eterodiretta.

Ma questo poteva essere definito amore? Era questa l’unica certezza semantica da applicare a quella parola?

 Livia credeva in questa verità, ma sapeva che non poteva riguardarla. Non poteva coinvolgerla se la persona cui era rivolta quella parola aveva il nome di Vanni.

Esisteva una seconda verità. Più importante. Più autentica.

Livia sapeva che con Vanni non esisteva alcuno scambio. Giocava da sola, ragionava in solitudine, contaminata e coinvolta. Ma da sola.

Non passava tra di loro un traffico emotivo che si esprimeva con la stessa lingua. Vi erano due binari su cui le loro vite correvano. Binari paralleli,  che non si intersecavano e  su cui scorrevano treni portatori di dichiarazioni d’intenti avverse.

Quando lei decise di scuoterlo e di aprire il suo sguardo verso un’alternativa possibile alla sua esistenza priva di scelte e bloccata dentro il suo perpetuo arrendersi agli eventi, sapeva che ciò non poteva innescare una contropartita.

Livia non aveva scommesso su un cambio di rotta di Vanni al solo fine di poterlo avere: come compagno, come amante.

Non era questo il punto.

Il desiderio motore dei suoi gesti, e cioè della lettera, dell’acquisto di quel biglietto per Bilbao, di separarsi da lui al momento della consegna, su quel binario che avrebbe segnato le loro distanze, si articolava nel donare un’opportunità a Vanni.

Era il semplice desiderio di contribuire alla sua felicità senza farne direttamente parte.

Era di vegliare su di lui con il solo scopo di averne cura, in modo disinteressato. Puro.

In un modo che esulava da ogni eco egoista.

 Di tale verità era portatrice Livia. Una verità che aveva cucito addosso al significato che ricercava nell’amore per quel ragazzo.

 E al seguito di tale verità, era giunta a casa, così com’era giunta alla fine di quella giornata.

 Era ritornata razionale e risoluta. Di nuovo consapevole.

 Salutò fugacemente Marianne e Lucinde, che sostavano sul divano vicino all’ingresso, impegnate nella visione di un film in tv.

 << Dove sei stata? Manchi da tutto il giorno.>> Le chiesero all’unisono.

 << Ho camminato a lungo. Dovevo compiere diversi giri. Ma alla fine sono ritornata a casa.>> Livia sorrise dispiegando le labbra. Un sorriso aperto, sereno.

 Le ragazze non compresero il senso di quell’affermazione, ma non vi diedero molto peso e continuarono a seguire il film.

 Livia si chiuse in camera. Accostò delicatamente la porta. Tolse il cappotto e l’ adagiò sul letto, insieme alla sciarpa e alla borsa.

 Rivolse uno sguardo distratto alla scrivania. Ritrovò il vassoio della colazione, il pacchetto di sigarette vuoto, le briciole vicino alla tazza del caffè che non aveva finito di bere.

La sua attenzione fu catturata dalla veduta del portatile acceso. Si sedette di fronte allo schermo, spostò il cursore del mouse per chiudere le finestre lasciate aperte.

D’un tratto le sue dita esitarono. I suoi occhi misero a fuoco la pagina della compagnia aerea Luftansa.

Prenotazione volo da Amsterdam per Parigi.

 Livia restò ferma. Si concesse un lungo respiro. L’aria che gettava fuori non aveva più la consistenza malsana dei soffi precedenti. Non avvertiva asfissia. L’ossigeno incamerato conteneva una quiete ritrovata.

 Iniziò a scorrere le dita sulla tastiera. Passarono alcuni minuti.

 Scandì i movimenti per lasciare la sedia e dirigersi in cucina.

 Sgusciò dalla sua camera dimenticando di spegnere il computer.

Lo schermo rimase accesso e fisso sulla pagina delle prenotazioni dei voli.

La scritta che campeggiava in mezzo alla pagina era stata rimossa.

La nuova scritta indicava: Bilbao. Solo andata.

Peeping Tom – Placebo

Bilbao Solo Andata – Andare ultima modifica: 2013-01-28T14:00:14+00:00 da Vittoria Favaron

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