BAROLO: UN INTENSO, NOBILE, SORSO DI LANGA

di Fabrizio Spaolonzi

BAROLO: UN INTENSO, NOBILE, SORSO DI LANGA

di Fabrizio Spaolonzi

BAROLO: UN INTENSO, NOBILE, SORSO DI LANGA

di Fabrizio Spaolonzi
7 minuti di lettura

Novembre. In questo inverno senza inverno il mio Piemonte appare spoglio, e le montagne senza neve intorno a Torino, una corona priva delle sue lucenti pietre. Ed è sotto questo sole inatteso, tuttavia accogliente e gradito, che decido di iniziare le mie storie. Ma per farlo, lascio la Mole e vado nel cuore delle mie terre, in Langa.

Per diletto, la Langa, breve nota: la produzione di vino nelle Langhe avviene da diversi secoli, ma è nell’Ottocento, principalmente grazie all’influenza della scuola francese, oltre all’interesse di Casa Savoia ed, in particolare, di Camillo Benso Conte di Cavour, che questa terra di ottima qualità (argillosa, sabbiosa o argillosa-sabbiosa a seconda della località) ricca di vitigni di particolare pregio, iniziò ad essere considerata “meglio” e si iniziò ad usufruire maggiormente di un patrimonio di tale livello. Patrominio che, dal 2014, rientra tra i beni naturali protetti dall’UNESCO.

La Langa (in piemontese, o Le Langhe), confinante con le altre zone vinicole del Roero e del Monferrato, uniche mete, insieme a Torino, che rientrano nei “56 posti da vedere nel 2016” secondo il New York Times, dona al mondo, grazie al lavoro di innumerevoli braccia, menti e tradizioni, vini come il Barolo, il Nebbiolo, il Barbaresco, il Dolcetto, la Barbera o il Moscato. Capitale delle Langhe, la città di Alba, celebre oltre che per i vini, anche e soprattutto per il tartufo bianco, la cioccolata e la nocciola (la Tonda Gentile del Piemonte). Ma Alba è un’altra storia, anzi, altre storie, che vi racconterò più avanti.

cartina langhe

Il Vino dei Vini

“per le vie del borgo, dal ribollir de’ tini, va l’aspro odor dei vini, l’anime a rallegrar”. Il percorso dei Racconti DiVini e Storie DiVi(g)ne inizia proprio, come suggerisce l’incipit, a vendemmia appena avvenuta, tra l’odore di vinaccia ed il profumo delle castagne. Ed in onore alle terre sabaude, da cui provengo, ho deciso di inziare dal Re. Il Re dei vini, s’intende. Sua maestà, il Barolo.

Barolo, qualche sorso informativo: vino 100% uve nebbiolo, invecchiamento (meglio dire affinamento..) circa 38 mesi, di cui (solitamente) 18 in botte di legno. Venduto generalmente in bottiglia albeisa (tipologia di bottiglia tipica dei vinicoltori della Langa da secoli – curiosità su cui farò certamente un racconto ad hoc!), va servito in Calice Piemonte (ballon grande con restringimento dei bordi stile Tulipano…va bene, farò un articolo anche su questo!) a temperatura ideale 16-18°C. Diventa Barolo Riserva se invecchiato per un periodo minimo di 5 anni, di cui almeno 2 in botti di rovere o castagno. Diventa Barolo Chinato se aromatizzato con corteccia di china calissaia, radice di rabarbaro, di genziana, e cardamomo (la lavorazione non è così semplice, non è certo un intruglio della nonna!), cui segue un affinamento in botte di circa un anno. Principalmente prodotto nei territori di Barolo, Castiglione Falletto, Serralunga d’Alba. Lo voglio provare. Come arrivarci? È bastata una telefonata di un prezioso amico (M.A., che sarà certamente protagonista di futuri racconti) per arrivare alle tenute Cordero di Montezemolo, Azienda Agricola Monfalletto, Fr. Annunziata, La Morra (CN).

Barolo, Barolo, Barolo..

Per fare qualche assaggio. Questa era l’idea di partenza. Una giornata in Langa anche se piove, degustare due, tre bicchieri, mangiare un boccone e tornare a casa. E invece non è andata proprio così. Ci lasciamo alle spalle Torino e un temporale di città, per immergerci nell’inatteso sole della Langa, panorama? Eccovelo servito. Colline sotto il sole e cime innevate alle spalle, tanto per gradire. Bin parej, come si dice da noi.

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E benvenuti alle tenute dei Cordero di Montezemolo. Prima una panoramica sulle zone e i vitigni, con immancabile foto al grande Cedro del Libano che domina la proprietà da 150 anni. Poi inizia la visita alle cantine. Dove il moderno incontra la tradizione. Un connubio interessante tra azienda e storia, in cui è la botte in legno a dominare, in uno scenario di spazi che non celano certo la volontà del progresso. E dopo pochi passi si apre la vetrata sulle colline. Eccoci dunque nella sala degustazione, che da romantico, ho preferito immaginare in solitudine, un po’ buia. Una sala da meditazione più che da degustazione.

Tra l’Arneis e il Dolcetto sorrido vedendo il Tapiro d’oro esposto su uno scaffale, ma quando si passa alla Barbera Superiore (Funtanì – dal piemontese, piccola fontana, perché è lì presente una piccola sorgente d’acqua naturale vicino al vigneto), torno a concentrarmi sui sapori. Un sorso di robusto Nebbiolo e poi..Barolo, Barolo, Barolo. Monfalletto, Bricco Gattera ed Enrico VI si scoprono ottimi compagni, così come gli altri tre degustatori che con noi (non plurale maiestatis, ma si intende me e la mia compagna) condividono questi piacevoli momenti.

Ma chiacchieriamo un po’. Elena, ci parli un po’ di vino, un po’ di storia, un po’ di storia del vostro vino. Voi siete Barolo, siete tradizione, passione, famiglia, modernità. Noi siamo Piemonte e siamo Langa dal 1340, siamo certamente Barolo, ma siamo anche Barbera, e Barbera Superiore in particolare, su cui stiamo investendo molto. Siamo Famiglia. Siamo ricambio generazionale. Siamo tradizione della terra, ma siamo uno sguardo al futuro, al moderno. Insomma, la volontà di non essere la resistenza ma fare ciò che è necessario, senza svendersi – e soprattutto, si spera, ancora per secoli – senza svendere, come hanno fatto alcuni. Aprirci al dialogo, raccontarci, organizzare incontri, eventi e partecipare. Con la consapevolezza della selezione delle fiere e dei clienti, perché non siamo industria, ma impresa.

Questo è un sorso della loro storia, ma ho fame di altro. E vado a pranzo. Non prima di aver comprato qualche bottiglia..il pranzo epocale lo tralascio, ma non sazio, questa volta di racconti, procedo con gli amici della degustazione. E via nuovamente, Barolo, Barolo, Barolo.

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Questa volta alle cantine Rinaldi. Giuseppe Rinaldi. Un mondo completamente diverso. Qui la modernità ha perso, schiacciata dalla forza della tradizione, del lavoro, delle cose fatte come una volta, che per uno come me è sinonimo di fatte bene. Long story short, per come la vedono loro, fare meno, fare meglio. “Meno”, s’intende, ben diverso da “poco”. Cantina verace, austera, come il proprietario. La visita è più breve, in cantina si corre, e la figlia Marta serve un gruppo di turisti stranieri parlando un ottimo inglese. Quel poco di moderno insomma che fa capire che sono vivi (sul pezzo direbbe un milanese) e che per fortuna, anche loro, continueranno ad esserci. Comprare una bottiglia di Barolo? Non se ne parla fino al 2018, tutto prenotato. Qualità, ci siamo capiti. Leggo. La ricerca dell’armonia, delle tradizioni. Guardo in faccia i colori della terra, m’inebrio di rubino, respiro ancora un attimo di Piemonte di una volta prima di uscire, tra volte mattonate ed enormi botti di legno. Ritornerò, con più calma, sia mia che loro; ma ora è tempo di fare l’ultima tappa: Marchesi di Barolo. E tre. Barolo, Barolo, Barolo.

WP_20151003_002Ritorno nuovamente ad un ambiente moderno. Praticamente commerciale. Wineshop, un grande patio esterno, molti prodotti, molto personale. Un terzo modello ancora diverso. E qui non si parla di quale sia il prodotto migliore, ma di tre modi di interpretare il mestiere del vino, modernità, tradizione, business. Epicentro di ognuna, la storia, motore, la Famiglia, obiettivo, il vino, anzi, IL vino.  E quindi, degustiamo. Cannubi, Sarmassa, Costa di Rose. Buono. Certo, è Barolo. Ma non è così scontato. Ma prima di andare, cosa mi dite di voi? Sicuramente una voglia di essere diversi, di guardare al turismo, al mercato, all’immagine. Informazioni in cinque lingue, negozio pieno e molto curato, eventi, sale meeting e foresteria. Si guarda in maniera diversa ad un pubblico diverso. Memento però, non si vende fumo, ma Barolo. Che devo dire ha cambiato un mio modo di vederlo come “troppo difficile”. Come dice un caro amico su Wagner, prima lo apprezzi, poi lo capisci. E come per Wagner, anche per il Barolo io sono entrato nella prima fase. E quindi grazie molte anche a voi Marchesi di Barolo. Ora, compro? Compro. E via, appuntamento con gli amici mantovani delle degustazioni al Vinitaly di Verona, e con voi, alla prossima storia di Racconti DiVini e Storie DiVi(g)ne.

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