Aung San Suu Kyi: da Nobel per la Pace a complice di genocidio

di Redazione The Freak

Aung San Suu Kyi: da Nobel per la Pace a complice di genocidio

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Aung San Suu Kyi: da Nobel per la Pace a complice di genocidio

di Redazione The Freak
5 minuti di lettura

Ricordo che nel 2012 all’esame di maturità portai per inglese George Orwell, collegandolo ad un personaggio contemporaneo: Aung San Suu Kyi.

Proprio in quegli anni si era parlato molto della leader del Myanmar, ex Birmania; dalla sua scarcerazione nel 2010 dopo anni di arresti domiciliari, il ritiro a Stoccolma del Premio Nobel vinto nel lontano 1991, per passare all’uscita del film biografico di Luc Besson “The Lady”(che ovviamente andai a vedere al cinema, insieme al mio babbo 😊).

Mi innamorai di questo personaggio, della sua lotta instancabile per la libertà e la democrazia, dei suoi sacrifici per portare avanti il suo credo e della tenacia nel tenere duro anche nei momenti più difficili della sua vita.

Nel novembre del 2015 ci furono le tante attese elezioni che videro vincere proprio il partito di Aung San Suu Kyi, la Lega Nazionale per la Democrazia.
Ricordo il fiato sospeso per come sarebbe andata a finire, fino al sospiro di sollievo nel vederla finalmente in parlamento e Ministra degli Esteri.

Solo due anni dopo, nel 2017, le cose per lei sono cambiate, e anche parecchio.

IL DECLINO DELL’ORCHIDEA D’ACCIAIO

La causa scatenante è stata rappresentata dalle violenze perpetrate dall’esercito del Myanmar nei confronti della minoranza etnica musulmana dei Rohingya. Il silenzio della leader birmana, che non ha mai condannato tali violenze, ha fatto indignare persone ed associazioni, tanto da revocarle alcuni riconoscimenti e chiedere persino la revoca del Premio Nobel (cosa che, come dichiarato dal comitato di Stoccolma, non è da regolamento possibile).

Come ha potuto una leader che ha combattuto per anni per la libertà e la democrazia del proprio popolo, la pace e la fine di una dittatura violenta non schierarsi contro un popolo oppresso e violentato?

Può una paladina dei diritti umani non difendere chi si vede negati quei diritti?

Le accuse sono gravi: complice di genocidio.

E da queste Aung San Suu Kyi si è dovuta difendere davanti alla corte penale internazionale dell’Aja, che ha accolto la denuncia da parte del Gambia (paese a maggioranza musulmana) e del suo ministro della giustizia Abubacar Tambadou, che rietene il paese del sud est asiatico responsabile di violenze e crimini nei confronti della minoranza musulmana dei Rohingya.
La denuncia è accompagnata da un report di testimonianze raccolte nei campi profughi in Bangladesh, dove si trovano migliaia di Rohingya fuggiti dal Myanmar.
Si parla di stupri, saccheggi, omicidi di massa, neonati gettati nel fuoco; violenze che hanno costretto alla fuga circa 700.000 persone.

Durante l’udienza, la leader birmana ha difeso il suo paese dalle accuse di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità, dichiarando che gli attacchi sono stati una risposta alle rivolte dei ribelli Rohingya dell’ARSA (Arakan Rohingya Salvation Army, esercito di salvezza dei Rohingya), nel tentativo di sventare eventuali minacce terroristiche.
Ma come è riportato nel rapporto Onu nessuna operazione atta a difendere il paese può mai giustificare uccisioni di tale brutalità, infatti si parla chiaramente di:

“tattiche sproporzionate alle attuali minacce di sicurezza.”

La leader Aung San Suu Kyi ha però ammesso che ci possano essere state violazioni dei diritti dell’uomo da parte dell’esercito birmano.

Bisogna chiarire che lei come Ministro degli Esteri non ha controllo diretto sui militari, principali colpevoli, ma mi sorprende come una donna della sua portata, in passato arrestata e tenuta prigioniera proprio da quei militari birmani che le hanno privato persino di assistere suo marito morente, possa quasi giustificare l’operato di questi.

CHI SONO I ROHINGYA?

Foto di Kevin Frayer,Canada Shortlist,Professional Competition,Current affairs and news,2018 sony World Photography Awards.

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Ad oggi migliaia di Rohingya si trovano in estesi campi profughi in Bangladesh.
Vorrebbero ritornare nelle loro terre ma pretendono garanzie, come la cittadinanza e la restituzione di case e terre.

In Myanmar sono trattati alla stregua di immigrati illegali, nonostante siano da secoli stabilizzati nello stato del Rakhine, ossia l’ex Arakan, stato litorale a ovest del paese, che confina per un breve tratto a nord con il Bangladesh.

Il popolo Rohingya parla un dialetto simile al bengalese e il loro stato, il Rakhine, è stato un impero fino al 1785; ciò li porta ad affermare di essere gli abitanti originari del luogo, al contrario dei birmani buddisti che affermano che i Rohingya si siano stanziati durante il periodo delle colonie britanniche.
 
Durante la seconda guerra mondiale il Giappone invase la Birmania e gli inglesi armarono gli arakinesi (dal vecchio nome dello stato Arakan) per essere difesi, promettendogli in cambio l’indipendenza.
Ciò creò una guerra etnica e quando nel 1948 la Birmania si liberò dal dominio britannico, i Rohingya non ottennero ciò che gli era stato promesso, ma furono riconosciuti solo come nazionalità etnica indigena, potevano chiedere la cittadinanza birmana e documenti personali.

Nel 1962 il colpo di stato militare portò ad una dittatura lunga decenni e durante questo periodo i Rohingya furono dichiarati stranieri ed espropriati delle loro terre, proclamati nemici della patria e della sicurezza.

Nel 1982 furono privati della nazionalità e non più annoverati tra i 135 gruppi etnici che vivono nel paese. Da qui nacquero persecuzioni, omicidi, e distruzioni di case e moschee.

Non si tratta solo di razzismo e fobia religiosa, ma di un progetto economico per riappropriarsi delle loro terre.

Negli anni gli è stato proibito di viaggiare e persino di avere un numero superiore di figli rispetto al limite stabilito; tutte queste restrizioni e queste privazioni portarono alle prime grandi ondate migratorie nei paesi confinanti.
Gli attacchi sono continuati anche nel nuovo millennio, nel 2009 ,2012 ,2016 fino al 2017 dove in pochi mesi hanno abbandonato la Birmania più di 700.000 persone.

Fa male vedere un popolo minacciato, perseguitato e costretto a lasciare le proprie terre.
Volti disperati, morte, dolore, privazioni, sono la comune di tanti, troppe minoranze che più che per motivi religiosi, vengono cacciati con la forza o privati della libertà per motivi meramente economici.

Fa male vedere una paladina della pace, per la quale si è provato ammirazione, trovarsi in questa triste e spiacevole situazione senza muovere un dito.
Forse per paura dei militari? Per paura di ritrovarsi di nuovo perseguitata o privata della propria libertà? Per paura di perdere il potere?
Certo è che ha perso tutta la stima e l’ammirazione che aveva inspirato in tante persone, forse anche l’occidente ha esasperato la figura della leader birmana, che non si è rivelata una donna di pace fino in fondo.

di Sara C. Coppola, all rights reserved

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