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«Io ho finita la Mia Opera, e Spero che il Successo sarà corrispondente al merito d’essa ciò che mi conforta è la certezza di aver Scritto bene del resto poco mi curo». Con la solita placidità sgrammaticata (ad onta dell’«aver scritto bene»), l’Orso di Pesaro, Gioacchino Rossini, narrava alla madre de opera sua Zelmira, data in Napoli il 16 Febbraio 1822.
Ultima delle otto opere composte in Napoli in un settennato (1815-1822), alla guida del Real Teatro di San Carlo, Zelmira chiude il più prolifico periodo produttivo del compositore: dopo Napoli (e le cinque sortite a Roma, più tre a Milano, Venezia e Lisbona), egli avrà solo tempo per scolpire il paradigma della sua arte con Semiramide, ancora in Venezia. E poi? Poi, alla conquista d’Europa. Composer_Rossini_G_1865_by_Carjat

Si è molto parlato di Rossini, in questo Febbraio 2016, per i duecento anni del Barbiere. Ma oggi, 29 Gennaio, è il duecentoventiquattresimo anno da quando il mondo lo ha visto per la prima volta. E, col fatto che solo ogni quattro anni possiamo fargli gli auguri senza temere di essere in anticipo, il 28, o di dover accompagnare il buon compleanno con scuse di ritardo, l’1 Marzo, cogliamo questa rara occasione. Pesaro lo vide nascere, nel 1792. Sei anni prima dell’altro marchigiano famosissimo, quel Giacomo Leopardi che tanto ammirerà il ben più in salute pesarese. E con Pergolesi e Spontini, diremmo che le piccole Marche hanno dato anche troppo al mondo, nel Settecento.

Basta con date e nomi. Si torni a noi. Era allora Napoli una capitale dimentica del resto del Regno e tutta intenta ad ubriacarsi delle pompe e degli effimeri fasti della corte borbonica, abbagliante come il blu di un fuoco fatuo, e come quello prodotto dalla decomposizione. Un fuoco, però, tanto vasto da spandersi per tutto il continente, a farne una capitale europea, e della cui grandezza resta, oggi, lui solo, l’animo indomabile di una città, fierissima e malsana.
Dall’Elisabetta, regina d’Inghilterra (la cui ouverture è poi divenuta famosa perché copiata ed incollata nel Barbiere, e poi ancora immortalata in una celeberrima sequenza di 8 e ½ di Fellini), alla Zelmira, è un costante esercizio ed un’instancabile prova di stile.
Un particolare affetto ci lega all’ultima, da cui abbiamo principiato, Zelmira, come all’Africa di Petrarca. Si dirà: perché questo nesso? Cosa corre tra di esse? Semplicemente, sono opere per il cui tramite i rispettivi autori speravano di consegnare ai posteri la loro fama, e che invece subirono, da questa speranza, come una maledizione. Misconosciute è dir poco. Se non fosse per l’ormai facile accessibilità a dati letterari e musicali che il web garantisce, pochi sarebbero gli occhi che potrebbero leggere i torniti esametri dell’Africa petrarchesca, ancor più rare le case in cui si spanderebbero le melodie di Zelmira. Così, una ‘strana pietà’ ci prende per queste opere, le meno intime per eccellenza, essendo più di tutte destinate ad immortalare la fama dei nostri, e che si ritrovano, inaspettatamente, ad esserlo, le più intime, perché sfortunatissime. E, priva d’Etica per com’è la Storia, non hanno neppure con chi prendersela. Rossini - caricatura
D’altronde, paulo maiora canamus, pare dicessero le Muse a Rossini, anche ed ancora dopo Napoli, quelle Muse latrici al nostro di un sentiero felice attraverso cui giungere con naturalezza lì dove altri giungeranno solo consacrando la propria esistenza alla fatica ed allo sforzo – o, almeno, gli altri su questo insisteranno, in luogo di un Rossini che pare neppure conoscerli, sforzo e fatica.

Già in mente abbiamo lui, Wagner: in una introvabile (in Italia) edizione di Oper und Drama (1851), in traduzione di Luigi Torchi – annotata ed illustrata dal traduttore con esempii musicali, stando al frontespizio – al capitolo “L’Opera e l’Essenza della Musica” (maiuscole del traduttore, su imitazione dei sostantivi tedeschi, che la maiuscola la richiedono di necessità), un ancor giovane Wagner sorvola dall’alto il teatro in musica a lui precedente, ancora fortemente italo-francese, bollandolo come teatro della melodia e dell’artificio. Campione non poteva che esserne Gioacchino Rossini: il quale, secondo Wagner, osservava attorno a sé, nella sua esuberante giovinezza, «un teatro in cui s’era raccolta la morte». Ma «Rossini voleva vivere (corsivo del traduttore), e per ciò ben comprese che doveva vivere con quelli che avevano orecchi per ascoltarlo». Con un argomentare che diremmo lapalissiano, Wagner ci consegna un Rossini «alla ricerca di una melodia semplice e gradevole, assolutamente melodica, melodia che scivola negli orecchi, che noi tuttavia canticchiamo, senza sapere il perché». Non nasconde l’invidia, quel Wagner che avrà anche dato nuove orecchie agli uomini, ma non le ha collegate alla bocca, e ciò che di suo si sente pare non potersi canticchiare (eccetto la famosa Cavalcata e la marcia nuziale dal Lohengrin, che però si associano l’una a un omino coi baffi e braccio ritto in aria, l’altro a matrimoni alla Beautifull, quasi a scotto della fama). 04a_tannhauser
«Tutto il mondo civile divinizzò Rossini, poiché egli non si occupò affatto di organizzare la forma […]: al contrario, riempì la più superficiale e semplice forma che trovò di melodia inebriante come l’oppio». E Wagner coglie nel segno, ammirato, ma pure insofferente. E non manca di dare la stoccata finale, quando dice che «per Napoli gli si consigliò di porre maggior cura: la sua opera, elaborata con più solidità, non ebbe successo, e Rossini si propose di non pensar mai più in vita sua a mettere impegno speciale in cosa alcuna».
Ora, forse dopo aver reso inviso Wagner teorico al lettore, diremo di un aneddoto che tenta di significare perché Wagner abbia liquidato così bruscamente l’intenso periodo napoletano. A tavola – che divide con lo scrittoio il primato dei luoghi più frequentati da Rossini, almeno sino a trentasette anni, e dopo assurge al primato indiscusso – pare che il maestro pesarese attendesse, con i convitati, del ragù di pesce: allo scoprire le singole portate, però, gli occhi di tutti si tinsero di delusione. C’era solo della salsa, senza pesce. E cosa dice quel buontempone del signor Rossini? «Gustate questa salsa, il pescatore non ha portato il pesce. Non vi meravigliate; sembra la musica di Wagner! Buona salsa, ma senza pesce, senza melodia».

Cosa restava a Wagner? Farsi sprezzante, con il maestro italiano, così a lui diverso, così da lui ammirato.

Che poi, tanto torto, Wagner, neppure lo aveva. Solo i tempi ha calcolato male: niente impegno non dopo Napoli, ma un po’ più tardi. A Parigi, sei anni di rifacimenti e giustapposizioni affinano, s’era possibile, più e più ancora l’arte del nostro. Il settimo, Rossini si fa dio e crea Guglielmo Tell.
A trentasette anni, dopo Guglielmo Tell, ogni dio si sarebbe preso qualche anno di disimpegno. E Rossini, senza mezze misure, se ne prende trentanove.

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AUGURI A ROSSINI: MELODIA INEBRIANTE COME L’OPPIO ultima modifica: 2016-02-29T14:40:43+00:00 da Valerio Tripoli
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