Un anno di Covid
secondo una gatta

Un anno di Covid secondo una gatta

Vi ricordate di Spazzola? È la gatta di Leonardo e ci racconta
come sta vivendo il suo anno di pandemia

di Leonardo Naccarelli

Un anno di Covid
secondo una gatta

Un anno di Covid secondo una gatta

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secondo una gatta

di Leonardo Naccarelli
gatta

Un anno di Covid
secondo una gatta

Un anno di Covid
secondo una gatta

di Leonardo Naccarelli
3 minuti di lettura

Ciao a tutti sono di nuovo io, la gatta Spazzola. Forse vi ricorderete di me per una lettera che ho scritto tempo fa. Ѐ un po’ che non ci sentiamo e mi auguro, con tutto il cuore, che stiate bene. Per spiegare cosa mi spinga a farmi di nuovo viva, devo raccontarvi una cosa.

Qualche sera fa non riuscivo a dormire. Chiunque abbia un mio simile in casa sua sa bene che non può essere insonnia. Infatti, io di sonno ne avevo ma provate voi a riposarvi con le videochiamate a tutto volume. In quei casi, si è quasi obbligati ad ascoltare le vostre conversazioni. Che poi, si può definire questo origliare? Vabbè, non divaghiamo che altrimenti non finiamo più.

Ad un certo punto sento Leo che dice: «Io vorrei pure scrivere un articolo sul fatto che è già un anno che dura questa situazione. Il problema è che rischia di venire troppo personale. Raccontare l’anno di Covid è come scattare una foto allo specchio: per quanto uno provi ad evitarlo, una parte di te si vede sempre». Ecco, dunque, perché sono qua, per fare quello che Leonardo non può fare.

Voglio essere sincera con voi. Quando vi ho scritto a Natale credevo davvero che l’incubo fosse sul punto di finire. Per quanto ne potessi capire, molto poco in realtà, percepivo un cambiamento in arrivo. Ebbene, non è così. La casa, è vero, ogni tanto è un po’ più vuota e sento racconti di rincontri, di una vita che si insinua, imperterrita, tra gli spiragli che questa situazione consente.

Tuttavia, si vede che manca qualcosa: la voce è titubante, come se ci fosse un senso di colpa per essere usciti, una malinconia per non essere usciti abbastanza, un rimpianto di quei tempi in cui le limitazioni non c’erano. Dalla stanza accanto si sente, di nuovo, la voce di Leo: «Non sono riusciti a cambiarci, ci son riusciti, lo sai». Aiutatelo, questo non solo parla da solo; litiga, da solo.

Però, non so quale delle sue personalità in conflitto ha ragione. Non è vero che questa situazione ha colpito tutti allo stesso modo. Però sono sicura che nessuno può definirsi immune. Anche adesso che una via d’uscita forse si vede, la sensazione è che non ce la si faccia più. Dall’inizio dell’emergenza ciascuno è stato chiamato, chi più e chi meno, a vivere l’isolamento, a confrontarsi con sé stesso. Adesso più di prima, si cerca spasmodicamente un sostegno, un appoggio per continuare a resistere ed a esistere. Adesso è più difficile perché la battaglia si è tramutata in un assedio, in un estenuante lotta mentale.

Questa breve lettera è giunta al momento dei saluti. Una parte di me avrebbe voglia di terminare con un messaggio di speranza per il futuro. Vedendo, però, i risultati che ha portato la scorsa lettera inizio a pensare che sia io a portare sfiga e quindi lascerò perdere. Solo, quindi, un forte abbraccio, non so come, e statemi bene.

Con affetto.

Spazzola

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