Anni felici – L’importanza del passato per scrivere il futuro.

di Ilaria Pocaforza

Anni felici – L’importanza del passato per scrivere il futuro.

di Ilaria Pocaforza

Anni felici – L’importanza del passato per scrivere il futuro.

di Ilaria Pocaforza
3 minuti di lettura

L’ultima fatica cinematografica del regista romano Daniele Luchetti, anche autore di Mio fratello è figlio unico e La nostra vita, si intitola Anni Felici ed è un film che racconta la storia della famiglia di Luchetti durante l’estate del 1974, usando come “focus” della narrazione lo sguardo di Dario, suo alter ego.

Dario e Paolo, di 10 e 5 anni, sono i figli di Guido (Kim Rossi Stuart), pittore e scultore d’avanguardia, e Serena (Micaela Ramazzotti), casalinga borghese devotamente innamorata di un marito libertino e ostentatamente anticonformista. Non siamo più nel 1968, ma i semi di quell’anno carico di nuovi sogni e ideali, sono germogliati nelle menti di un’Italia che vuole rompere con la tradizione e proiettarsi verso il futuro. Guido incarna appieno quegli ideali rivoluzionari: usa la nudità delle sue modelle come veicolo di trasgressione e vorrebbe ribellarsi alla borghesia, quella stessa borghesia dalla quale provengono lui e la compagna. Figlio a sua volta di un artista ostacolato dalla moglie, che è anche madre e nonna anaffettiva e cinica (“E’ bello fare dei quadri Dario, però poi tu muori e a noi eredi tocca spolverarli”), Guido tenta disperatamente di sottrarsi alla omologazione e di essere un uomo moderno, di una modernità che, oggi come ieri, vorrebbe significare apertura di orizzonti, ma che sempre più spesso si rivela un riperpetuarsi del passato. Serena tenta di conservare le tradizioni e il valore della famiglia (“Non rispondo a chi non mi chiama mamma”, dice a Dario, che desiderando emulare l’anticonformismo paterno, chiama i genitori per nome), ma le sembra di lottare invano contro un mondo che cambia in fretta. Alla prova dei fatti, sarà proprio Guido quello che soffrirà di più del mutare dei tempi, mentre Serena si rivelerà inaspettatamente  decisa e autonoma nelle sue scelte.

Anni felici, girato in pellicola (“La pasta della pellicola è l’immaginario stesso del cinema, mentre il digitale è una tecnologia ancora immatura: stiamo buttando nella spazzatura una delle cose più preziose dell’ingegno umano”, afferma Luchetti), ci consente di immergerci appieno nelle atmosfere degli anni ’70, un tempo in cui le donne provavano per la prima volta a liberarsi dalla presenza costante del maschile usando il corpo come un grido di ribellione.

Il film è interamente incentrato sulle prove dei due attori: Kim Rossi Stuart si riafferma uno dei migliori talenti nel panorama del cinema italiano, dando vita ad un uomo apparentemente sicuro, disinvolto e forte della sua arte, un uomo pronto  giudicare chi non ha il coraggio di vivere d’arte (“Sei un venduto”, dice ad un suo amico fumettista, “Sono un comprato”, gli risponde lui spiegandogli che con l’anticonformismo non si vive), ma che tradisce le sue incertezze nella balbuzie, che si ribella ai critici d’arte (“La tua arte è tutto un «dover essere»”, afferma uno di questi) e che in definitiva è attaccato alle tradizioni e alla sua famiglia più di quanto non voglia ammettere (“Nella nostra vita il punto d’appoggio è la persona che amiamo”).

Micaela Ramazzotti è anche lei molto credibile in un ruolo diverso rispetto ai soliti nei quali siamo abituati a vederla: all’inizio della storia è madre e moglie devota, ma il suo personaggio è sicuramente quello che cresce di più nel corso della vicenda: è lei che fa propri gli ideali del femminismo e di una modernità ancora lontana dal venire, ma i cui primi bagliori sono già ben visibili. Una menzione speciale la meritano i due bambini che interpretano i figli della coppia: dotati di spontaneità, simpatia e vivacità coinvolgenti, sono il traino di tutta la storia.

Con questo film, presentato in anteprima al Festival di Toronto, Luchetti si riconferma uno dei migliori registi nel panorama italiano. Anni felici potrebbe essere considerato come l’ideale continuum di Mio fratello è figlio unico: in entrambe le pellicole è percepibile la nostalgia per un’epoca oramai lontana nella memoria del nostro Paese, un’epoca di proteste, lotte, manifestazioni in cui non ci si accontentava di sopravvivere, ma si rivendicavano a gran voce più diritti, un’Italia di cui oggi forse si sono perse le tracce.

di Ilaria Pocaforza

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