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Il destino delle persone ha sempre, sotto qualche forma, attratto la mia attenzione.
Ed è per questo che, insieme al contributo biografico che altri 11-12 avvenimenti hanno avuto sulla mia vita, mi ha sempre incuriosito la fine che fanno certe persone, in che modo esse giungono ad essere come sono, cosa le contraddistingue, cosa ce le fa sembrare uniche, perchè esse arrivano lì e non altrove.
Sono cintura nera in cinque cose: micropianti sul motorino, supplì, rumore del mare, calzini sul termosifone e storie degli altri. Le storie degli altri che immagino nella mia mente (e specialmente nel tragitto metro da Giardinetti a Piazza Lodi) o quelle che davvero mi faccio raccontare.
Da piccola mi innamorai prima del mio insegnante di nuoto e poi di mio cugino. Tutti adulti.
Arrivó, poi, la prima cotta seria per un mio coetaneo: B, figlio di un noto attore italiano, con cui vanto di aver fatto il mio primo gioco del dottore. Niente di che, che la sessualità non sapevo manco dove stesse di casa, solo una messa in scena di due bambini di 9 anni: io gli diagnosticavo il cuore e lui la pancia. Evidentemente, da qualche parte del mio piccolo sterno, avevo capito che le questioni d’amore riguardavano fondamentalmente questi due organi. Credo che lo avesse subito capito che mi ero innamorata di lui. Quando entrava al ristorante dei miei genitori, mi batteva fortissimo il cuore e lo stomaco mi si contorceva. Avevo 9 anni. L’anno prima ero finita sulla copertina di un cd di Michele Zarrillo e l’anno dopo, in un tema in cui si chiedeva a quale personaggio famoso saremmo voluti somigliare da grandi, scrissi che sarei voluta diventare come Margherita Buy. Suor Maria convocó mia madre per leggerglielo: all’epoca presi la cosa con grande orgoglio, ma oggi penso che mi sa tanto lo fece per preoccupazione.
Mia madre dice che, dopo mio fratello, aveva deciso di non avere più bambini. Al posto di un altro pargolo decise di prendere un chihuahua, che era il figlio del cane di Liz Taylor. Poi rimase incinta di me. Insomma, non deve essere stata una buona premessa nascere per caso sapendo che, al tuo posto, tua madre aveva scelto un chihuahua dalla cucciolata italiana di Liz Taylor.
La mia storia, dunque, quello che ne è delle persone, quello che le persone si portano dietro e si portano dentro, mi ha sempre in qualche modo attratto: le vite degli altri, viste da vicino e con attenzione, sono sempre più complicate di ció che da fuori si vede. Lo penso per i miei amici, per i miei clienti, per i miei amori, per la mia famiglia e per me.
Lo pensai anche per Andrea Pazienza, un giorno.
Andrea Pazienza morì nel 1988, quando io avevo 5 anni. All’epoca, il mio mondo era solo costituito dai Tegolini del Mulino Bianco, la misura della mia esistenza si estendeva solo al pongo e, al mio debutto in società dentro ad un tutù di danza classica, mi sentivo come una marmotta zoppa: il mio fisico, già a quei tempi, non prometteva grandi slanci estetici e io, invece di stare lì a ballare sulle punte, volevo solo imparare a suonare la batteria. Andrea Pazienza, quindi, morì prima che io potessi accorgermi di quanto egli aveva dato alla sua generazione, prima che potessi accorgermi di quanto egli avrebbe potuto dare anche alla mia. Quando lo incontrai, sulla carta stampata, in alcune interviste e nel tubo catodico, era già morto. Non dovetti, perciò, subire la sua perdita. Quando ne incontrai i lavori, lui era già uscito di scena. Mi chiesi subito: quando non assisti alla perdita di qualcuno, che il mondo ha già in qualche modo perso, soffri di meno? Perdere qualcosa che non sapevi di aver perso prima, è meno doloroso? O lo è allo stesso modo?
E’ da giorni che vorrei andare a vedere la mostra di Andrea Pazienza, come è da giorni che tento di completare un trasloco. Mi trasferisco da una zona all’altra, da una casa all’altra. In questa casa, che sto per lasciare, ho vissuto 4 lunghi anni, quattro anni che segnarono la fine di un tempo e l’inizio di un altro, che sono lo spartiacque tra due modi di esistere. Un trasloco può dirsi solo un trasloco di luoghi? O esso è anche e prima di tutto un trasloco dell’anima, da un momento della propria vita ad un altro, da qualcosa che lasci verso qualcosa che quantomeno speri di poter trovare o ritrovare?
E’ da giorni che vorrei andare a vedere la mostra di Andrea Pazienza, ma mi sembra di non avere mai tempo. Quel tipo specifico di tempo che ci permette di avere la mente abbastanza piena di altro per desiderare di volerla liberare e mai abbastanza libera da desiderare che venga riempita da qualcosa o da qualcuno.
Una mattina, poi, ti alzi e compi i cinque gesti capitali che ti condurranno dal letto alla civiltà: fissare il soffitto, fare i conti con la vita, fare i conti con il primo caffè, fare i conti con i messaggi arrivati di notte, lavarsi i denti.
Continuo il trasloco: tolgo i quadri dalla parete e tolgo le foto dal muro. Deglutisco saliva di malinconia e asciugo lacrime di storia passata, sospiro un mantra che “andrà tutto bene”. E’ assolutamente importante che esso vada detto due volte: così il cuore lo ascolta meglio e così le orecchie sperano di ricordarselo. “Andrà tutto bene”. E due.
L’orologio dice che è un giovedì mattina e che anche oggi non avrai tempo per fare altro, se non lavorare e traslocare: il tempo non arriverà mai se aspetti che le lancette si appaino al cuore.
Ripongo i quadri, le polaroid, gli sticker, i biglietti di auguri, i biglietti dei concerti, i biglietti dei treni, gli scontrini dei gin tonic, i libri sul comodino. Li ripongo tutti in un cartone e sopra ci scrivo “le piccole cose”. Il cartone delle piccole cose è pronto ed è il più pesante.
Sospiro un mantra che “andrà tutto bene”, lo ripeto esattamente due volte, mi stringo nelle tasche delle mie smanie e prendo la borsa. Vado da Andrea Pazienza. Vado a cercare un conforto e un rimprovero, vado a cercare ciò che temo di aver perso e a ritrovare ciò che pensavo di aver dimenticato.
E’ giovedì mattina, è uno dei primi caldi a Roma, dei primi caldi-caldi. Il piazzale dell’Ex-mattatoio lo percorro di fretta alla ricerca dell’ombra dell’arco di entrata.
Pago ed entro. E lì mi ricordo che i musei dovremmo tutti poterli vedere quando sono isolati, quando intorno possiamo godere soltanto del silenzio dei nostri pensieri, con la libertà di poterci avvicinare ad un quadro per viverlo da dentro o allontanarci da una stampa abbastanza scostati da vederla nell’insieme. Che misurare le distanze, si sa, è ciò che ci permette di regolare tutti i nostri moti interiori. Qui al Macro. Come nella vita.
All’entrata, sul primo poster che introduce alle note biografiche su Andrea Pazienza, c’è un’ultima riga, forse la più importante che avverte noi umani. L’ultima riga ci dice: “Lustratevi gli occhi”.
Appena entri nella mostra, senti che stai camminando accanto alla vita di Andrea Pazienza, percorrendo la cronologia delle sue opere e la forma dei suoi personaggi.
Appena entri nella mostra, complice Andrea Pazienza e la sua presenza che non ci ha mai abbandonati, senti che percorri il tuo miglio verde, che ti porta dalla tua vita a quella che avresti potuto vivere, che ti porta nelle vite degli altri e in quello che non hai mai incontrato di te.
Mentre passeggi e ti fermi, mentre fissi un disegno e pensi, senti di incontrare “storie di diversi, normali e normalissimi”.
Di giovedì mattina, in uno dei primi caldi a Roma, qui alla mostra siamo in tre.
“Ma come faceva? Come faceva questo?”, dice uno che mi precede di due stampe alla volta.
Già, come faceva? Mi chiedo anche io, insieme a lui.
“Quanto costa? Ma è quello in offerta?”, dice una ragazza al telefono, seduta su una panchina interna. Sì, anche io ho controllato le offerte delle lavatrici di Expert, ma adesso lasciarmi sola con il rumore che fa la rarità delle cose belle.
La mostra su Andrea Pazienza è un modo per comprendere la sua vita, la complessità di un modo di vedere le cose, ma è forse, principalmente, un buco che si apre al centro dei polmoni.
Sembra che i personaggi di Andrea Pazienza attraversino tutte le anse del nostro essere, attraversino tutto ciò che abbiamo già dentro, tutto ciò che conosciamo bene da sentirlo familiare o che non ci concediamo di vivere per gli incubi che desterebbe. E sembra che Andrea Pazienza potesse saperlo prima di noi: dalla crudeltà di Zanardi alla purezza di Pertini, dallo struggimento di Pompeo fino alla protesta di Penthotal.
Si ha come l’impressione che le sue opere inquadrino, in un solo colpo e per intero, la complessità di ogni nostra vita nascosta e le categorie entro cui volersi o non volersi identificare, assumendo sin dal principio che anche ciò che ci appare più distante, ci è in realtà quanto mai più vicino: il cinismo di un odio segreto, l’erotismo di un amore taciuto, i benefici di una droga che ci fa bene.
Mentre passeggio cercando di far smettere il mio cuore di battere e di dare un ritmo costante al respiro, penso che parlare di una mostra è quantomai impresa difficile, soprattutto se in ciò che vediamo ritroviamo qualcosa di noi, incontriamo qualcosa che ci appartiene. Passo, dunque, per tutti i quegli stati d’animo in cui, dentro queste quattro mura di esposizione, vieni traghettato: la saggezza di un “Verde Matematico”, la voglia di perdersi nella Traum Fabrik, gli interrogativi su un nascente “Astarte”.
Avvolta nei miei pensieri, mi dirigo all’uscita della mostra e mi volto indietro come quando sulla banchina della stazione non vuoi perdere di vista qualcuno che è salito su un treno, che rimani a fissarlo fintanto che non sia la distanza a decretare la fine, dato che tu non ne hai coraggio. Mi volto e sospiro ad Andrea Pazienza una fortissima gratitudine. Non so se sono caduta e non mi sono fatta male o se qualcuno mi ha preso a schiaffi e ancora non ne vedo i lividi.
Mentre guardo i miei passi sul selciato dell’Ex-Mattatoio, ripenso ad un’intervista, pubblicata postuma, che Red Ronnie fece ad Andrea Pazienza.
E’ un’intervista terribilmente intima e, nella sua semplicità di poche parole e molti sguardi, terribilmente profonda.
L’intervista si chiama “La sofferenza dell’abbandono” e Red Ronnie, per molto tempo, decise di non renderla pubblica.
In quell’intervista, Andrea Pazienza aveva appena saputo che la sua ex-ragazza si era da poco fidanzata con un caro amico di lui. Andrea Pazienza proferisce pochissime frasi, ma il suo sguardo morbido e profondamente sofferto, dice ciò che ogni vocabolo non sarebbe mai in grado di poter dire. Sembra la metafora del disegno stesso: le parole spesso non riescono a raggiungere l’intensità di ciò che sentiamo.  Un fatto che Stephen King descriveva straordinariamente nella sua straziante accuratezza: “Le cose più importanti sono le più difficili da dire. Sono quelle di cui ci si vergogna, perchè le parole le immiseriscono, le parole rimpiccioliscono cose che finchè erano nella vostra testa sembravano sconfinate, e le riducono a non più che a grandezza naturale quando vengono portate fuori.” Il disegno prova a fare il resto.
In quell’intervista, Andrea sembra non riuscire ad articolare pensieri, sembra non riuscire a prestare una forma alle parole in grado di dire qualcosa su quanto era accaduto poco prima, sulla “sofferenza dell’abbandono” di una fidanzata ora amore di un tuo amico. Andrea dice: “si vede che era destino. Ma questo non ci consola mai“. Sorride timidamente e a me sembra la poesia più delicata di tutto il mondo.
Red Ronnie gli chiede di cantare una canzone di Vasco, Andrea accetta, ma stretto nelle sue spalle e tremante dentro la sua tenera e umana vergogna, sembra ripensarci: “Cantiamola insieme“, chiede Andrea a Red Ronnie. Come chi non vuole rimanere solo e non in quel momento, come chi non riesce a sostenere il peso di un sentimento, se non insieme.
Lo guardo cantare, lo guardo fermarsi a esitare, lo guardo poggiare i suoi occhi altrove e riprendere le note nel mezzo di un qualche altro nodo in gola: chissà a cosa sta pensando Andrea Pazienza. Chissà dove sono finiti tutti i suoi sentimenti. “Cantiamola insieme“, dice Andrea Pazienza. Come chi ci ricorda che a cantarle insieme, le canzoni, fanno meno male.
Cammino di fretta nell’intento di andare a prendere il motorino e tornare, in questo modo, a riempire “la scatola delle piccole cose”, quella in cui ho conservato l’ossessione per i ricordi e la liste dei desideri prossimi venturi, che per quest’anno, ho così ho stilato:
– vorrei che a Roma riaprisse MAS e che, un giorno, Piero Angela dicesse in diretta “mannaggiailcazzo”;
– vorrei il cocomero tutto l’anno e che il morto a galla fosse prescritto dalla mutua;
– vorrei che gli specchi non esistessero e che, al loro posto, potessimo vederci solo negli occhi di chi ci ama;
– vorrei che il magone si misurasse in pistacchi e che i baci facessero ingrassare, così che il culo grande fosse finalmente degno di merito;
– vorrei che i taxi tornassero gialli e i lampioni arancioni;
– vorrei che il Papa venisse con me in motorino e che le scelte giuste avessero un avvisatore acustico;
– vorrei che le giornate di merda finissero con un supplì e che a salvarci fosse l’odore dei tramonti;
– vorrei che Steve Buscemi mi sposasse;
– e che tornassero in vita Margherita Hack, Stefano Cucchi, nonna Elda e nonna Silvana, Janis Joplin, Pietro Taricone, Virginia Wolf,  il proprietario del forno a Via Leone IV, Rosa Parks, la mia tartaruga, Lou Reed e  Andrea Pazienza.
Mentre affretto il passo, sento tornare nei miei polmoni tutto l’affanno di quando corri senza un motivo. Ma poi correre, correre sempre, può dirsi un modo per tornare o è un modo per fuggire?
Forse, alle volte, fermarsi è una scelta tendenzialmente migliore a quella di correre. Almeno per quelli come me. Ma è la più difficile. Sempre per quelli come me.
Mi siedo su una panchina, di fuori, prima di salire in motorino e ricominciare a catalogare la vita dentro a dei scatoloni.
Sulla piazzetta dell’ex-Mattatoio, se rimani in silenzio, puoi sentire già le cicale. Vengono dal Monte dei Cocci. Sembra agosto, ma è fine giugno. Sembra caldo, ma ancora c’è un po’ di vento.
Mentre esco dall’ex-Mattatoio, dalla Scuola di Musica Popolare di Testaccio, le cui finestre affacciano proprio sulla piazzetta, qualcuno fa gli esercizi con la tromba. Non gli riesce granchè bene. Ma migliorerà, lo sa anche lui, deve solo aspettare. La tromba finisce e qualcuno attacca con Venditti.
Quando avevo 22 anni, io ero alle prese con le millemila pagine dell’esame di Fisiologia e un mio amico, iscritto a Giurisprudenza e affaticato dalle millemila pagine di Diritto Privato, scrisse una canzone. La canzone si chiamava “Volevo fare il Dams” e io, quella canzone così stupida, l’amavo molto. “Volevo fare il Dams” l’amavo molto, perchè iniziai a cantarla per scherzo, ma poi cominciai ad usarla per consolarmi quando avevo paura.
Andrea Pazienza si iscrisse al Dams, ma non lo concluse mai. Disse: “Chissà se quando avró 60 anni ci sarà ancora il Dams. O chissà se ci saró ancora io“. Chissà cosa cantava quando aveva paura, chissà se ritrovava dentro di sè, qualcuno con cui poterla cantare insieme.
Andrea Pazienza morì nel 1988 per un’overdose di eroina e la mostra a lui dedicata porta il nome della sua assenza. La mostra si chiama “Trent’anni senza” e il vuoto da lì a qui sembra quasi incolmabile.
Seduta sulla piazzetta, all’ombra di una panchina al vento, con le cicale sotto Venditti e una tromba che migliorerà, guardo i miei piedi che dondolano e penso che, a pensarci bene, deve essere proprio vero che il tempo si puó misurare in “tempo con” e “tempo senza”. Si puó misurare nel tempo passato insieme a qualcosa e nel tempo che da quella cosa ci dista.
È una differenza sostanziale.
di Cara Futura Rigby, all rights reserved
Andrea Pazienza e la misura del tempo ultima modifica: 2018-07-13T06:22:48+00:00 da Cara Futura Rigby

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