Amami o faccio un casino

di Cara Futura Rigby

Amami o faccio un casino

di Cara Futura Rigby

Amami o faccio un casino

di Cara Futura Rigby
8 minuti di lettura

Breve storia triste sulla goffaggine sentimentale, quella in cui tu ti innamori e l’altro non sa nemmeno che esisti.

E’ gennaio ed entro in una copisteria, trovata casualmente sulla via del lavoro.
Devo stampare in fretta una comune fattura in Word e mi mandano al piano superiore.
Mi accoglie un grafico. E io inizio a vacillare.
Seduto, sguardo fisso al pc, zaino accanto alla sua scrivania, un libro che sbuca dalla zip. Si volta, mi guarda con quell’espressione di chi è repellente al genere umano e  di chi ti fissa credendo sia è una delusione quotidiana pensare di condividere la Terra con altri esseri umani reietti e immeritevoli “proprio come te“.
La letteratura romanza di Cioè fonda tutte le mie conoscenze in fatto di rapporti con l’altro sesso e, quindi, dati i presupposti, decido di includerlo in quella categoria maschile del nerd disadattato: manco a dirlo, io capitolo in men che non si dica e prendo una cotta fulminante in 3,2 secondi al netto di uno starnuto.
I miei innamoramenti iniziano con la stessa velocità di una suonata di clacson al semaforo di Piazza Fiume, ma soprattutto di solito li battezzo con un dramma annesso.
Amen.
Eccomi lì. Lui mi guarda con ripudio misantropo, io con l’amore incondizionato. Lui pensa probabilmente io sia un essere sgradevole, io invece già mi vedo dentro Grey’s Anatomy ad annunziare il nostro legame.
Provo a spiegargli cosa mi serve, ma ahimè le emozioni sono ingombranti. “Perchè, care emozioni, non mi lasciate in pace? Io vivrei tanto bene nel mio bozzolo di congelamento sentimentale, lì dove l’unica regola è non essere toccati da niente se non dall’eccitazione per le televendite della Mondial Casa. E invece no, vi ci mettete pure voi a punzecchiare la mia inedia esistenziale vivace come un truciolato di Ikea. Sono contenta di rivedervi, care emozioni. Contenta come un crisantemo nella nebbia bresciana. Ma quando ve ne andate?”
Insomma do il benvenuto alle mie emozioni, al mio innamoramento istantaneo: a fatica, spiego al grafico cosa mi occorre, e con la stessa fatica e vergogna riesco a portare a casa il risultato e a chiedere questa benedetta stampa. Semplice come un parto plurigemellare su una funivia penzolante a Courmayeur.
Lui dice “passa tra mezz’ora, ho la stampante che ha dei problemi.
(“Tesoro, non è l’unica, parla con la mia analista.”)
Passo dopo 10 minuti causa cellulare spento e disorientamento spazio-temporale. “Oh ma sono passati solo 10 minuti, non 30. E poi hai anche dimenticato la pennetta qua.“, lui ci tiene a precisare.
Nuovo imbarazzo e giù impaccio a occhi bassi.
Mi giro: sulla scrivania c’è un cartello con scritto “le dieci cose da non chiedere a un grafico” e mi accorgo che gliene avevo chieste ben otto precise-precise. Aveva ragione lui ad odiare gli umani.
Arriva il momento di pagare e scopro di non avere soldi.
Ok pago col bancomat“, ma non mi ricordo il pin.
E il pin infatti ce l’ho scritto nelle note dentro il cellulare, che al momento, stella mia, è scarico.
Dunque, in ordine:
– attacca il cellulare nel loro negozio;
– aspetta con mestizia che si riattivi;
– arisguardo di pietà nei miei confronti.
Sono proprio il prototipo di essere che presumibilmente lo ha condotto a ritenere gli umani una razza da estinguere a favore della marmotta alpina.
Accendo il cellulare e mi sbaglio a premere i pulsanti in un fallimento di funzioni motorie ormai perse, per cui attivo la fotocamera interna e via grandi rumori di scatto fotografico e suoni fastidiosi di donna in evidente stato confusionale.
Selfie involontari e vergogna ambientale, mi fanno accorgere che, dato che la fotocamera mi inquadra, sono sporca di gelato sul mento. Nei 10 minuti di attesa di stampa – che per me erano 30 – ho mangiato un gelato: amore e cibo vanno di pari passo nelle mie cotte d’affetto. E poi oggi c’è il sole e sì lo so che siamo a gennaio, ma io mi sono innamorata, ho subito sofferto di nostalgia una volta varcata la soglia del negozio e allora, caro grafico nerd, perdonami ma io devo mangiare quando le mie emozioni sono ai livelli dell’allerta meteo La mia è una Repubblica fondata sugli zuccheri, i pianti, la coperta termica e l’ibuprofene. E il gelato sul mento è l’ennesima manifestazione scomposta di questo vivere così massacrante.
La sua evidente mimica interdetta racconta la sintesi di un melodramma ambientato tra le fotocopiatrici: le 8 domande fastidiose, l’incapacità di contare il tempo, i soldi mancanti, il pin dimenticato, il selfie di un’umana incapace a usare le falangi, il gelato sul mento.
Pago, fuggo, finalmente esco e mi sembra di aver portato a casa la mezz’ora più faticosa della mia esistenza.
In salone, a casa, apro la stampa della fattura.
Ed è sbagliata.
Gesù, parlo a te, che ti ho fatto?
 
Dopo diverso tempo, sedute con la mia analista, audio ai gruppi delle amiche e dosi di ottimismo in formato da 12, decido di tornare dal grafico, di sorpassare tutta la scala cromatica delle vergogne e tentare di riparare alla scena pietosa di quel gennaio.
Inizio così ad andare ogni mercoledì del calendario gregoriano. 
Lo eleggo unico e solo custode della stampa delle mie fatture.
Ogni mercoledì una fattura. 
Sospira, Cara, sarà breve e indolore“, mi dico ogni volta.
Dopati con una dose illegale di pizza e tutto andrà bene.
Come una piccola papera di Lorenz, prendo quindi l’abitudine di riferirmi a lui. 
Gli amori platonici, quelli non corrisposti, quelli in cui tu sei completamente immersa in tonnellate di illusioni poetiche, ma lui non sa nemmeno come ti chiami, quelli in cui tu già ti vedi al matrimonio e lui si sta chiedendo da quale psicopatologia tu sia affetta, sono i miei preferiti.
E quindi, torno dal grafico nerd.
Ogni mercoledì.
Lui probabilmente é commissionato per lavori molto più complessi ed onerosi, ma io proprio ogni volta che penso di comprare una stampante, sì, ho il cuoricino che mi si stringe e, no, decido di tornare da lui: l’amore è fedeltà e io lo so che sei pagato da una cordata finanziaria composta dalla mia analista + la mia famiglia. E lui, con somma gioia in animo, spende i suoi 30 secondi di ogni mercoledì a chiedersi perchè debba andare proprio lì a farmi stampare solo delle fatture in tabella bianco/nero, se ci sono altre milioni di copisterie a Roma e se lui è un professionista stipendiato per fare altro.
Sguardo sommesso e tremori alle gambe, fare incerto, ripeto sempre la stessa frase meccanicamente: “La fattura in Word in doppia copia, grazie“. Una frase a memoria per rendermi il compito semplice. Forza chicca, poche parole, precise e dirette, sospira, guarda altrove e porti a casa il risultato.
La fattura in Word in doppia copia, grazie”, lo ripeto tipo Rain Man per tutta la mezz’ora che precede l’incontro del mercoledì.
 
E’ mercoledì, entro, salgo al suo piano: “La fattura in Word in doppia copia, grazie”.
Bene, tesoro, hai visto che ci sei riuscita anche oggi?
 
Doppia copia, quindi?
 
No, non farmi domande ti prego. Io mi preparo solo e soltanto per questa frase, perchè mi vuoi gettare nel panico?
E infatti, manco stessi a ricevere il Nobel e a dover dire “acido desossiribonucleico” davanti a Miescher, mi agito.
Riesco solo a ripronunciare quanto detto “Doppia copia“, ma complice la salivazione, pronuncio “copia” con la doppia P, manco fossi nata a Sassari.
Chicca, dovevi fare solo una cosa e adesso lui è convinto tu sia di origine sarde. Molto bene.
 
Antonella vero?
Prima, la felicità: ma quindi esisto per te? Cioè, quindi, tu mi vedi?
Seconda, la morte: ci risiamo.
Antonella manco mi piace come nome. E poi perchè dico io? Perchè tu e tutti gli altri non vi ricordate mai come diavolo mi chiamo? Perchè? Perchè?
Ma soprattutto, poi, perchè vuoi parlare? Io sto male, ho i sintomi al miocardio e voglio solo tornarmene a letto. In amore, caro grafico, vige una regola: non farmi troppe domande, te lo chiedo per favore. In amore io sembro scema. Ti prego. Lasciami nella mia monade tranquilla a crogiolarmi ascoltando canzoni malinconiche e a guardare il tramonto mentre ti penso. Non interagiamo, mi basta.
E invece “Antonella vero?
No, mi chiamo Cara” (sì, lo so è un nome strano e non chiedermi spiegazioni altrimenti dovrei tirare fuori quella storia in cui mia madre ha scelto il mio nome sotto l’uso dei cannabinoidi)
Ah Cara come è andata l’estate?
 
Eddai, ancora! Ti prego lasciami stare.
Eh bene grazie.” Brava chicca: semplice, cordiale, asciutta, non sembri pazza.
E la tua?
Ecco chicca, perchè ora hai voluto sfidare il dio della statistica? Perchè hai voluto strafare che il dio dei limiti te lo insegna sempre a non bere più di due gin tonic e a non prendere la metro di venerdi?
Non risponde.
E la tua?
Non paga, ritento. Oggi forse sono troppo ottimista, mannaggia al bonifico che ho ricevuto stamattina. Deve aver inserito troppa dopamina nel mio sistema nervoso centrale.
Niente, non risponde. Evviva forse è sordo e scemo come me. Allora ti amo proprio.
Lanciata in questo amore che ormai l’autolesionismo is for principianti, riprovo.
E la tua?
A quel punto credo avesse pensato che ripetessi un remix di Fedez, che stessi cantando Gioca Jouer o che fossi davvero proprio scema.
Ah la mia bene. A parte che mi sono rotto il mignolo. Quello su cui stai sopra proprio adesso
 
L’amore è una parentesi rosa tra le parole “machecazzo” e “la vita non mi ha preso in simpatia e manco tu”.
 
Tante care cose, io mi compro una stampante.
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