Alla democrazia servono più cittadini e meno sommelier

di Riccardo Rubino

Alla democrazia servono più cittadini e meno sommelier

di Riccardo Rubino

Alla democrazia servono più cittadini e meno sommelier

di Riccardo Rubino
4 minuti di lettura

Il voto consapevole.

A volte mi capita di fare la spesa e – quelle poche volte che ci vado – passo sempre dal reparto dei vini perché le bottiglie messe in ordine mi danno un senso di matematico progresso che trovo molto rassicurante.

Nel compendio etologico dei comportamenti dell’essere umano al supermercato ce n’è uno che si verifica puntualmente al reparto-vini, e cioè: la lettura delle etichette. E’ un atteggiamento trasversale, che non conosce censo o titolo di studio; tu vai al supermercato e vedi il metalmeccanico, così come il commercialista, spulciare con gli occhi gradazioni alcoliche, blend, indicazioni geografiche tipiche perché – sfido io – loro vogliono sapere cosa stappano, vogliono bere consapevolmente. Ecco: la scelta di un vino è vera scelta solo se consapevole.

Idem quando bisogna guardare un film al cinema: i motori di ricerca s’impallano sul curriculum di quel regista e dell’attore protagonista candidato all’oscar nel 1984 perché al cinema – si sa – voglio essere cosciente di ciò che vedo.

E’ un’abitudine – questa – assai positiva che però Dio solo sa perché si incaglia, proprio il meccanismo salta, va tutto a carte in aria, allorquando il soggetto deve scegliere… il proprio politico.

Io la testa dell’elettore me la immagino una grande sala dei bottoni con tanti impiegati ed un vecchio saggio, proprio come in “Siamo fatti così”, che funziona più o meno bene salvo sbiellare ciclicamente con l’annuncio di consultazioni elettorali: eh sì, perché proprio a quel punto – quando i talk show sono impegnati a sondare programmi e intenzioni, il vecchio saggio dentro la testa – che per 364 giorni sembra essere un padre di famiglia – si scopre essere Mick Jagger in piena crisi psichedelica durante gli anni della Swinging London.

Io lo so perché questo non capirci un cazzo succede. Lo so anche se non ne ho le prove: è colpa dei colori dei simboli di partito. Questo caleidoscopio di verde y rosso (PD e Forza Italia), giallo (M5S), variazioni seriche (+Europa), nero (CasaPound), blu (Lega e Fratelli d’Italia), bianco (Potere al Popolo), fucsia (Lorenzin), Rosso vermiglio (Partito Comunista e LeU) hanno evidentemente effetti stupefacenti e mandano l’elettore in un altrove lisergico sulle note di White Rabbit dei Jefferson Airplanes. Roba che la copertina di Sgt. Pepper’s è solo la copia sbiadita delle liste affisse ai seggi.

Vedete, sembra una cosa comica e invece è tragica perché una volta erano le sezioni di partito a diffondere consapevolezza politica (in maniera ovviamente parziale), poi furono le televisioni a farlo (in maniera altrettanto parziale) ed oggi invece tutti in tasca abbiamo un telefono che contiene più informazioni della Biblioteca d’Alessandria – voglio dire: abbiamo il sapere a portata di mano e potremmo approfondire, confrontare, soprattutto verificare! – e invece lo impieghiamo a condividere gattini su Facebook.

Ma perché succede questo? Perché forse in realtà siamo ignavi. Forse in realtà noi non vogliamo sapere perché il sapere è consapevolezza e la consapevolezza è responsabilità. E allora ci limitiamo ad inoltrare catene che denunciano il cugino inesistente di quella politica che è stato messo lì sulla base della sola parentela. E se tu fai presente che si tratta di una fesseria, la risposta spesso è evasiva perché è proprio l’evasione dalle proprie responsabilità di cittadino ad essere il collante essenziale di ogni consultazione elettorale.

Ora io non dico che nella vita si debba essere degli sbufalatori di professione, ma bontà di Dio ci c’avete Google sul telefono e allora se notate una notizia un po’ troppo scandalosa, com’è che non vi viene in mente di cercare riscontri? Mannaggia a voi.

L’altra mattina un mio amico mi manda un video di denuncia contro i “pianisti” (cioè quei parlamentari che abusivamente votano per gli altri) nel quale la voce narrante spiegava essere senatori del PD. Solo che la Camera legislativa ritratta aveva la tappezzeria verde mentre io ero abbastanza sicuro che i colori di Palazzo Madama siano tutti gradazioni di rosso. Fatta presente l’incongruenza, m’è stato candidamente replicato che “me l’hanno mandato, sarà vero”.

Ebbene lì ho capito il meccanismo. In realtà l’elettore medio non vuole informarsi perché ha paura di trovare la confutazione delle sue tesi. Da questo punto di vita, è passato dall’essere un fruitore di informazioni ad un selettore di notizie: a lui non interessa la verità (o ciò che probabilmente sembra essere la realtà). A lui interessa la sua rappresentazione delle cose e, soprattutto, che questa rappresentazione sia semplice ed anche parziale. Non sia mai che qualcuno, un giorno, lo possa rimproverare per la X sulla scheda e lui non abbia la possibilità di rispondere “Ed io che ne sapevo?”. E’ un atteggiamento trasversale, che non conosce censo o titolo di studio, eguale ed opposto a quello che ti impone di leggere le etichette prima del vino: certe fesserie le trovate pure sulle bacheche di docenti universitari.

Ci fossero meno sommelier e più cittadini.

di Riccardo Rubino, all rights reserved

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