Aisha, aiutiamola a ca(u)sa loro

di Leonardo Naccarelli

Aisha, aiutiamola a ca(u)sa loro

di Leonardo Naccarelli

Aisha, aiutiamola a ca(u)sa loro

di Leonardo Naccarelli
4 minuti di lettura

Silvia Romano è tornata a casa, finalmente. Dopo quasi due lunghi anni di prigionia in Somalia eccola lì, sorridente all’aeroporto di Ciampino. Ad aspettarla un Paese in perenne guerriglia incivile, un Paese in emorragia sentimentale. Il velo sul viso della giovane rappresenta il perfetto innesco di una bomba nucleare e, come di consueto, adesso vediamo il fungo atomico, si intravede il cratere sul suolo ustionato e, tra poco, ci accorgeremo dei danni delle radiazioni.

In realtà, non abbiamo aspettato di vedere il volto di Silvia per iniziare a scannarci sui social. È bastato sapere che sarebbe tornata a casa, a prezzo di un riscatto, forse sono 4 milioni di Euro. Apriti cielo: in rete in molti hanno immediatamente protestato. Con tutti i problemi economici che abbiamo si possono buttare soldi così? Cosa c’è, esattamente, da esultare nell’avere foraggiato il terrorismo islamico? In realtà, le domande sui social erano formulate diversamente ma, capitemi per favore, a tutto c’è un limite.

È curioso: chi sostiene che 4 milioni di Euro, nemmeno confermati dal Governo, siano troppi per le attuali casse dello Stato per grande parte vota per un Partito, la Lega, che deve restituire allo Stato 49, confermatissimi, milioni di Euro. Ormai lo sappiamo: vale tutto, senza alcun pudore. Lasciatemi, però, dire quanta povertà d’animo ci sia nel valutare economicamente una vita umana, quanta insensibilità. Come anche mi fanno sorridere quelli che fanno finta di non sapere che lo Stato italiano ha sempre pagato per la liberazione degli ostaggi italiani in ogni angolo del mondo. Perché in questo caso avremmo dovuto comportarci diversamente?

Eppure, la situazione sembrava gestibile. Siamo ormai abituati ad accettare e considerare normale che non ci sia un avvenimento, per quanto felice, immune dall’ondata di odio senza senso proveniente dal Web. Tutto è precipitato di fronte all’immagine di Silvia in abito islamico che dice di chiamarsi Aisha. Il botto è assordante e non lascia scampo. Pochi instanti e si dissolve, è spazzata via la nobile e romantica illusione che ci ha reso meno gravosa questa quarantena: l’idea che ne saremmo usciti più solidali, più uniti, semplicemente migliori persone. Nulla di più falso.

Era prevedibile? Certo che sì, in mia opinione; come si poteva, infatti, pensare di poter elevare la nostra condizione senza prima aver mai riconosciuto fino in fondo la bassezza del livello in cui siamo sprofondati? Fa però impressione vedere come nemmeno l’immaginazione del dolore patito da Silvia, o meglio Aisha, negli ultimi 18 mesi ci abbia fermato. Dove era giusto regnasse il silenzio la battaglia politico-ideologica infuria senza tregua o pietà. Non era soltanto il rispetto verso la sofferenza umana ad imporci un passo indietro, per quanto sarebbe ampliamente sufficiente. C’è dell’altro: come si può commentare un fatto senza avere alcuna base conoscitiva? Ammesso e non concesso che si sappia tutto, a che titolo possiamo giudicare le scelte personali di qualcun altro? La conversione di Aisha non possiamo dire se sia stata spontanea o meno: ce lo dirà lei, se e quando vorrà. Ma è davvero importante che questo dubbio sia sciolto? Non possiamo solo essere felici perché sia tornata a casa dalla sua famiglia?

Le minacce sui social ormai non si contano più, è giunta la notizia di vetri rotti vicino alla sua abitazione a Milano. Per questo, non mi stupirei se si decidesse di proteggere Aisha con mezzi protezione come scorta o similia. Mi chiedo però una cosa: questa ondata, cieca ed infame, non poteva essere evitata o, quantomeno, attutita? Non era possibile prendere delle misure preventive all’unico scopo di proteggere la giovane? Se è vero che è ancora sotto shock, è stata una mossa saggia darla in pasto ai media ed ai social network? Tra la notizia della liberazione di Aisha e l’atterraggio dell’aereo a Ciampino dalla Somalia sono trascorsi 2 giorni ed il clima era già molto infuocato. Possibile che, all’ ambasciata italiana a Mogadiscio e sull’aereo dei servizi segreti, nessuno abbia provato a convincere Aisha a non rilasciare, per il suo bene, dichiarazioni che potessero equivocate? Sono tutti interrogativi più che legittimi ma forse la risposta non ha molta importanza. L’importante è, forse, che Aisha sia di nuovo nel suo Paese,  in un’Italia resa sempre più incattivita e rancorosa da un centrodestra sempre meno centro. Per questo: Aisha, aiutiamola a ca(u)sa loro.

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