Accadde oggi:
Pearl Harbor

Accadde oggi:
La battaglia di Pearl Harbor

Riviviamo ciò che accadde il 7 Dicembre 1941
Fu un successo o un fallimento per i Giapponesi?

di Simone Pasquini

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di Simone Pasquini
5 minuti di lettura

È da poco mattina quando il frastuono dei motori invade la placida baia che si sta svegliando. La domenica, si sa, tutto scorre con molta tranquillità, ed anche gli uomini in uniforme sanno di essere soggetti a questa piacevole consuetudine. Certo, purché ci si trovi in tempo di pace. Anche se ancora non lo sapevano, quella mattina la guerra era entrata di colpo nelle loro vite.

I fatti

La mattina del 7 Dicembre 1941 gli aerei della Marina Imperiale giapponese bombardano la Pacific Fleet degli Stati Uniti ancorata al gran completo nel porto hawaiano di Pearl Harbor. I marinai americani sono colti completamente alla sprovvista. Dopotutto, per loro doveva essere una domenica mattina di dicembre come tutte le altre. Eppure, alle ore 7:49 oltre 350 aerei giapponesi, divisi in due ondate, si avventano sull’isola hawaiana di Oahu, dove ha sede la più importante base della marina americana nel Pacifico. Il segnale che i primi piloti inviano alle loro portaerei in mare aperto, per comunicare che il nemico è stato colto completamente di sorpresa, entrerà nella storia: “Tora! Tora! Tora!”

Tigre! Tigre! Tigre!”, in omaggio ad un antico proverbio giapponese. L’ammiraglio Isoroku Yamamoto, ideatore del piano di attacco, riceve il tanto atteso messaggio in piena notte (sono da poco passate le 02:00 a Tokyo) mentre aspetta in religioso silenzio sulla sua nave ammiraglia nel porto di Hiroshima, che da lì a pochi anni conoscerà una della più grandi tragedie della Storia.

Accadde oggi: Pearl Harbor

Il contesto storico

Il bombardamento giapponese di Pearl Harbor rappresenta uno degli eventi bellici più noti della Seconda Guerra Mondiale. Ancora oggi giornata di cordoglio nazionale negli Stati Uniti (dove è ricordato come “Giorno dell’Infamia”, espressione coniata dallo stesso Presidente Roosevelt), esso è ormai entrato nell’immaginario collettivo ben oltre i confini degli USA, anche grazie a numerose opere letterarie e cinematografiche. Da un punto di vista strettamente storico, esso è la ben nota causa della discesa in campo degli Stati Uniti nella Seconda Guerra Mondiale contro le forze dell’Asse. Ma, forse, vi starete chiedendo perché mai l’Impero del Giappone volle scatenare una guerra contro una delle maggiori potenze industriali dell’epoca? 

Già da diversi anni le due nazioni erano ai ferri corti. Entrambe consideravano l’Oceano Pacifico una area di propria competenza (ricordiamo che dal 1899 gli Stati Uniti controllavano le Filippine), ma le recenti prodezze militari del Giappone e le sue conquiste nel sud-est asiatico facevano paura. Quando all’inizio della seconda guerra mondiale il Giappone decise di entrare in guerra contro britannici ed olandesi per conquistare le loro colonie in estremo oriente, gli USA imposero un embargo petrolifero: se il Giappone non si fosse ritirato, il 90% del suo approvvigionamento di petrolio sarebbe stato prosciugato. A quel punto, l’Impero era di fronte ad un bivio.

Sebbene molti ufficiali della Marina giapponese fossero contrari ad una guerra, l’ammiraglio Yamamoto fu incaricato di redigere un piano d’attacco. Egli era consapevole che avrebbe dovuto sfruttare l’effetto sorpresa e distruggere la flotta americana in un colpo solo, grazie all’opera dei piloti imbarcati sulle sue portaerei. Sebbene i servizi segreti americani fossero consapevoli che qualcosa si stava muovendo, la flotta giapponese giunse al largo delle Hawaii senza farsi scoprire. Prima dell’alba i piloti della prima ondata di attacco decollarono dalle sei portaerei che componevano la flotta, decisi a mettere a frutto il duro addestramento a cui erano stati sottoposti.  

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L’ammiraglio Yamamoto

Un successo o un fallimento?

La violenza dell’attacco fu terribile: mentre gli aerei americani venivano distrutti dalle bombe prima ancora di poter decollare dalle piste, i siluri giapponesi colpivano senza pietà le navi ancorate nel porto, una affianco all’altra. Due diverse ondate d’attacco si abbatterono sull’isola, provocando danni ingenti ed affondando più di 10 navi, fra cui cinque corazzate. Mentre in Giappone si festeggiava quello che sembrava un successo completo, Yamamoto sapeva che in realtà l’attacco era stato un fallimento.

All’appello, infatti, mancavano le portaerei americane. Erano quelle il vero obiettivo di Yamamoto. Ma le portaerei, quella mattina, erano al largo per delle esercitazioni ed i giapponesi non sapevano dove si trovassero. Inoltre, proprio per timore di subire a sua volta un attacco dalle portaerei americane momentaneamente “disperse”, la flotta giapponese non lanciò una terza ondata di attacco (prevista in realtà nel piano di attacco) per distruggere le infrastrutture portuali ed i depositi di carburante. Questo grave errore permetterà alla marina americana, nei mesi successivi, di riparare le proprie forze in tempo di record. Furono questi fattori a giocare un ruolo determinante nella guerra del Pacifico. Nell’estate successiva, durante la battaglia delle Midway, le forze navali americane infliggeranno alla marina imperiale un colpo da cui non riuscirà più a risollevarsi: protagoniste indiscusse della battaglia saranno proprio le portaerei scampate miracolosamente all’attacco del 7 Dicembre. 

Ma i giapponesi tutto questo ancora non potevano saperlo. Mentre sull’onda dell’euforia gli ufficiali festeggiano il “successo” dell’attacco, Yamamoto, ben consapevole dell’occasione persa, dirà una frase passata alla storia: “Temo che tutto ciò che abbiamo fatto sia stato svegliare un gigante che dormiva”.

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