Accadde oggi:
nasceva Mao Zedong

Accadde oggi: nasceva Mao Zedong

Il 26 dicembre 1893 è venuto al mondo uno dei politici più importanti del XX secolo
padre della Cina contemporanea e leader rivoluzionario

di Simone Pasquini

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Il 26 dicembre 1893 è venuto al mondo uno dei politici più importanti del XX secolo
padre della Cina contemporanea e leader rivoluzionario

di Simone Pasquini
Mao Zedong

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Accadde oggi: nasceva Mao Zedong

Il 26 dicembre 1893 è venuto al mondo uno dei politici più importanti del XX secolo
padre della Cina contemporanea e leader rivoluzionario

di Simone Pasquini
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Il 26 dicembre 1893, in un villaggio della Cina centrale, nasceva Mao Zedong, una delle personalità politiche più importanti del XX secolo, padre della Cina contemporanea ed uno dei leader rivoluzionari più famosi di tutti i tempi. 

La giovinezza di Mao, nato e cresciuto in una famiglia di contadini moderatamente benestanti dello Hunan, non faceva presagire nulla delle future gesta di colui che sarà noto come “Il Grande Timoniere”. Dopo aver frequentato con successo gli studi superiori, senza peraltro che le sue doti di studente lo facessero spiccare fra i suoi coetanei, Mao sembrava predestinato a proseguire l’attività familiare come tanti altri giovani prima di lui. Ma fu nel Maggio del 1919 che per lui le cose cambiarono in maniera inaspettata. 

Il 4 Maggio 1919 Mao si trovava a Pechino al seguito del suo professore quando venne coinvolto dalle manifestazioni degli studenti dell’università che stavano protestando contro l’ormai debole e corrotto regime imperiale della dinastia Manciù, alla guida dell’Impero dal 1644. Le manifestazioni portarono ad una escalation che causò la caduta del potere imperiale e la proclamazione della Repubblica: si aprì a quel punto un periodo di crisi politica ed istituzionale che fece piombare la Cina in un regime di anarchia per quasi 30 anni. Millenni di tradizione ed immobilismo venivano improvvisamente messi in discussione, e nuove forze si affacciavano alla vita politica promettendo prosperità ed un Mondo nuovo. Questa situazione di costante incertezza faceva il gioco di persone come Mao, disposte a tutto pur di vedere realizzato il loro progetto politico. Per citare un antico proverbio cinese: i pesci si pescano nelle acque torbide.

Dopo aver aderito al neonato Partito Comunista Cinese (PCC), Mao nei successivi 20 anni riuscirà a farsi strada nelle gerarchie del Partito, sempre in lotta con i rivali del Partito Nazionalista – il Kuomintang –  e sempre ad un passo dalla completa sconfitta. Le sorti migliorarono nettamente nella seconda metà degli anni ’40: l’invasione giapponese della Cina ed il secondo conflitto mondiale avevano letteralmente dissanguato il fronte nazionalista, il quale al termine della guerra si trovò a dover combattere contro un Partito Comunista rinnovato, temprato da anni ed anni di lotte e supportato dall’Unione Sovietica. Il 1 Ottobre 1949 le truppe della Armata Popolare di Liberazione (cioè l’esercito comunista) entrano trionfalmente a Pechino, ponendo fine ad una guerra civile decennale e proclamando la nascita della Repubblica Popolare cinese. 

Sebbene egli sia giustamente considerato come uno dei leader comunisti più importanti del suo tempo – anzi, proprio per questo – il suo rapporto con l’Unione Sovietica fu sempre travagliato. In particolare, Iosif Stalin non riuscì mai a superare l’astio nei confronti di Mao, in parte dovuto al grande potere nelle mani del nuovo leader cinese, ma che in effetti risalivano già ai tempi della guerra civile. Inoltre, il problema era anche ideologico: in un’epoca dove l’ideologia era tutto, su Mao gravava la “colpa” suprema di aver interpretato in modo estremamente disinvolto il pensiero di Marx e Lenin, così da poter adattare il comunismo alle condizioni della Cina. Infatti, secondo Mao i veri protagonisti della Rivoluzione non sono gli operai ed il proletariato urbano, ma i contadini. Di conseguenza, non è possibile comprendere la storia della Cina comunista tralasciando l’apporto fondamentale delle campagne.

Questo, tuttavia, non ha impedito a Mao di portare avanti politiche di stampo stalinista: in particolare, Mao era convinto della necessità di fare in modo che la Cina, come la Russia dopo la Rivoluzione, si dotasse di una importante industria pesante. Per raggiungere questo obiettivo furono varate delle campagne di industrializzazione e collettivizzazione dell’economia dall’esito fallimentare: una fra tutte, il tragico esperimento del “Grande Balzo in Avanti”, varato nel 1958 e terminato nel 1961 dopo un fallimento clamoroso e danni devastanti alla produzione agricola del Paese.

Altro aspetto tragico della storia cinese di cui Mao fu sostanzialmente artefice e protagonista indiscusso è il periodo conosciuto come “Rivoluzione culturale”: nel 1966 Mao approfittò dei giovani e giovanissimi ferventi comunisti cinesi per architettare una sorta di “epurazione diffusa” di quello stesso Partito Comunista che lo voleva escludere dal potere dopo il devastante fallimento del Grande Balzo in Avanti. Quello che doveva essere una astuta mossa politica per sfruttare le masse dei giovani contro il Partito si trasformò ben presto in una anarchia generalizzata che causò, anche secondo le stime più prudenti, centinaia di migliaia di vittime. La maggior parte di loro era costituito da ragazzini, di per sé dunque particolarmente vulnerabili agli eccessi dell’ideologia, i quali, assunto il nome di “Guardie rosse”, realizzarono un clima di terrore in tutto il Paese, processando ed uccidendo sommariamente chiunque fosse ritenuto “nemico di classe” e “collaborazionista borghese”. Mao in un primo momento aizzò questa loro furia, legittimandoli come valorosi difensori di una rivoluzione minacciata ed utilizzandoli come arma indiretta contro i proprio nemici all’interno del Partito. Quando la situazione finì, inevitabilmente, per sfuggire di mano, fu l’esercito a riportare l’ordine con la forza: migliaia di ragazzi furono uccisi, e molti di più furono inviati nelle campagne ai lavori forzati. 

Mao muore il 9 settembre 1976, dopo un lento declino psicofisico. La leadership venne assunta dal celebre Deng Xiaoping, eminente membro dell’establishment che, dopo un periodo di “disgrazia politica” causata da dissensi con la linea dettata da Mao, riuscì infine a riscattarsi agli occhi del Partito. Fu Deng a capire la necessità per il modello cinese di una trasformazione radicale: la grandezza della Cina di oggi la si deve in gran parte alla volontà di Deng di far uscire il Paese dal suo isolamento internazionale, anche attraverso un ripensamento delle logiche dell’economia socialista. Come disse lo stesso Deng per giustificare l’ingresso del capitalismo in Cina (molto graduale, ed ancora oggi non pienamente realizzato): “Non è importante che il gatto sia bianco o nero, basta che acchiappi i topi”. Questa frase esprime bene quello che ancora oggi è l’approccio cinese allo sviluppo: una volta che la politica ha individuato gli obiettivi da raggiungere, non esistono strade che non possano essere intraprese. 

Quale è dunque l’eredità di Mao? Il “Grane Timoniere” è stato ufficiosamente sconfessato? Assolutamente no! Grandi cultori della tradizione, i cinesi sanno di dovere all’eroe della guerra civile le basi del loro modello di vita. Mao rimane un punto di riferimento imprescindibile per il Partito comunista, tanto che il suo pensiero è posto ufficialmente alla base della Costituzione della Repubblica popolare. Curioso (o forse sarebbe meglio dire significativo) che il Partito abbia avuto però l’accortezza di ridimensionare alcune delle sue imprese: cosa strana per una dittatura, il Grande Balzo e la Rivoluzione culturale vengono ufficialmente considerate delle esperienze fallimentari. Se proprio ci tenete a saperlo, è stata anche sviluppata una statistica ufficiale: se qualcuno a Pechino ve lo chiede, Mao ha fatto cose buone al 70%. Dopotutto, i cinesi sono noti per la loro precisione. 

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