Guerra di Corea:
il conflitto dimenticato

Accadde oggi: la guerra di Corea,
il conflitto dimenticato

Il 25 giugno 1950 le truppe della Corea del Nord
superarono il confine. Il ricordo 73 anni dopo

di Simone Pasquini

Guerra di Corea:
il conflitto dimenticato

Accadde oggi: la guerra di Corea,
il conflitto dimenticato

Accadde oggi: la guerra di Corea,
il conflitto dimenticato

di Simone Pasquini
Corea

Guerra di Corea:
il conflitto dimenticato

Accadde oggi: la guerra di Corea,
il conflitto dimenticato

Il 25 giugno 1950 le truppe della Corea del Nord
superarono il confine. Il ricordo 73 anni dopo

di Simone Pasquini

Il 25 giugno del 1950 scoppiava in Estremo Oriente uno dei conflitti più importanti, e probabilmente più sottovalutati, del XX secolo. Alcune ore prima dell’alba, le truppe della Corea del Nord superavano il confine che divideva la penisola coreana in due nazioni cugine ma ferocemente avversarie, il Nord comunista ed il Sud capitalista.

Oggi, pur dopo la fine della Guerra Fredda, sappiamo bene come quel conflitto non abbia risolto il problema della divisione delle due Coree, e sembra non essere cambiato niente in quello sfortunato spicchio del Globo. Eppure, a modo suo, quella guerra di 73 anni fa sarebbe stata destinata a cambiare molte cose.

Come spesso succede nella storia, se volessimo individuare le cause di questo conflitto dovremmo tornare indietro di qualche anno, nello stesso luogo ma durante una guerra diversa. La nostra storia inizia infatti mentre si sta svolgendo l’ultimo atto della Seconda Guerra Mondiale.

Hitler e la Germania si sono già arresi da parecchi mesi, ma nell’estate del 1945 il Giappone resiste ancora tenacemente, disperatamente alle ormai soverchianti forze americane. Il 6 agosto un ordigno di nuova concezione polverizza in pochi istanti una famosa città giapponese, costringendo alla fine i militari nipponici ad accettare l’inevitabile.

Ma, strano a dirsi, il Giappone che sta per arrendersi alle truppe americane è un impero che controlla ancora quasi interamente i suoi domini nell’Asia continentale. Proprio per questo motivo Iosif Stalin, capo supremo di quella Russia da sempre nemica del Giappone, decide di approfittare della debolezza di Tokyo per annettere più territori di confine possibile.

Nel corso dello stesso mese di agosto, nel giro di tre settimane, le truppe sovietiche penetrate in Manciuria sciamano nella penisola coreana senza incontrare quasi resistenza. Su questi territori nascerà poco dopo la Repubblica socialista della Corea del Nord, al cui comando Stalin pone Kim Il-Sung, un giovane leader comunista coreano che molti anni prima, aveva dovuto abbandonare il suo paese per scampare alla furia giapponese.

Gli Stati Uniti, che volevano a tutti i costi scongiurare la creazione di un grande Stato comunista, occuparono rapidamente i territori meridionali delle penisola. I soldati delle due potenze si incontrarono grossomodo all’altezza del 38° parallelo, che di comune accordo divenne il confine che avrebbe diviso, per la prima volta, la penisola coreana in due differenti sfere di influenza.

Stalin, che in quella vicenda era riuscito ugualmente a rosicchiare parecchio territorio per l’URSS, trovò che la soluzione fosse equa. Ma così non la pensava il giovane Kim Il-Sung, che avrebbe fatto di tutto per creare nuovamente una Corea unita.

Contrariamente a quello che si potrebbe immaginare, l’ostacolo maggiore per Kim non era tanto quello di superare il veto di Stalin per una possibile guerra. Per scatenare una guerra contro il Sud c’era bisogno di forze e risorse che Mosca, nonostante la vicinanza geografica, probabilmente non avrebbe potuto dare.

Stalin era troppo impegnato in Europa per immischiarsi in una guerra incerta dall’altro capo del suo vasto impero. C’era, in compenso, un altro vicino alla cui porta Kim avrebbe potuto bussare.

Nell’ottobre del 1949 la Cina, dopo decenni di guerra civile, era stata nuovamente unificata sotto l’egida del Partito Comunista cinese di Mao Zedong.

La nuova Cina poteva essere il gigante sulle cui spalle la piccola Corea del Nord sarebbe potuta salire, ed ai cui magazzini di armi, cibo e carbone avrebbe potuto attingere.

Ebbe così inizio un lento ma costante lavorio diplomatico fra Pyongyang, Pechino e Mosca. Convincere il Presidente cinese fu estremamente difficile, soprattutto perché Mao temeva che una invasione della Corea del Sud avrebbe portato ad uno scontro diretto con gli americani, il cui potenziale atomico faceva paura.

Ma, d’altro canto, faceva ancora più paura l’idea che quelle testate nucleari fossero piazzate stabilmente in Corea del Sud ed in Giappone, divenendo un coltello alla gola dei paesi comunisti dell’Asia.

Alla fine Kim riuscì a persuadere Mao che un massiccio attacco ben coordinato avrebbe potuto concludere la guerra nel giro di poche settimane, prima che gli USA (che in Corea avevano delle truppe di entità simbolica) potessero reagire, mettendo così il presidente Truman di fronte al fatto compiuto.

Paradossalmente, fu molto più facile ottenere il consenso di Stalin, che proprio in quel momento era alle prese con i problemi in Europa ed il Piano Marshall: il dittatore georgiano era una vecchia volpe, ed acconsentì all’inizio delle ostilità non perché fosse convinto della loro buona riuscita (anzi, l’esatto contrario), ma perché sapeva che un qualsiasi conflitto che avesse attirato l’attenzione americana lontano dall’Europa e dalla spartizione della Germania sarebbe stato solo un vantaggio per la strategia sovietica.

Così, con l’avvallo dei suoi protettori, un raggiante Kim Il-Sung poté dedicarsi alla sua guerra personale.

La mattina del 25 giugno non meno di 300.000 uomini e centinaia di carri armati nordcoreani superarono il 38° parallelo, sciamando nelle pianure della Corea centrale verso sud.

Le forze sud coreane (che, va detto, facevano capo ad un governo che era liberale di facciata, ma che in realtà consisteva in un corrotto ed autoritario apparato di governo controllato dai militari) si sciolsero come neve al sole.

Le poche forze ancora in armi, fra le quali vi erano poche migliaia di soldati americani, si radunarono nella regione intorno a Pusan, nell’angolo sud-orientale della Corea, resistendo tenacemente agli assalti nordcoreani. E miracolosamente questi ultimi, stremati da una lunga e logorante corsa di settimane lungo la penisola, in alcuni casi quasi senza il tempo di mangiare e dormire, vennero respinti.

Il progetto di Pyongyang di una guerra lampo era fallito ad un soffio dalla sua riuscita. 

Nel corso dei tre anni successivi la guerra si protrarrà con un crescendo di violenza sempre maggiore. Grazie ad un massiccio impegno militare americano, il generale Douglas MacArthur, trionfatore della guerra nel Pacifico contro i Giapponesi, riuscirà a ricacciare indietro le truppe nordcoreane fino al confine con la Cina, la quale in ottobre deciderà di intervenire militarmente per scongiurare lo spauracchio di una Corea unita sotto l’egida americana.

Il generale Douglas MacArthur

Neppure questo supremo sforzo si rivelò decisivo. Nel luglio del 1953 la situazione era ormai ad uno stallo, e per una beffa del destino la linea del fronte fra i due schieramenti si era attestata quasi esattamente lungo quel 38° da cui tutto era cominciato.

Non restava ormai che siglare un armistizio che, perlomeno, avrebbe risparmiato una ulteriore ed inutile prosecuzione delle strage. In quei tre anni di guerra erano morti non meno di 700.000 soldati (di cui 400.000 cinesi), senza contare le altre centinaia di migliaia di feriti.

Ma il prezzo più caro, come in tutte le guerra moderne, lo avevano pagato i civili: non meno di 2 milioni di coreani rimasero uccisi, mutilati o feriti nel corso della guerra. Una guerra che non aveva condotto al sogno di una Corea unita, come purtroppo ben sappiamo ancora oggi, ma che tuttavia avrebbe segnato il futuro sviluppo della Guerra Fredda.

Probabilmente l’impegno americano in Vietnam non sarebbe stato così accanito se, 15 anni prima, i vertici militari di Washington non avessero avuto in Corea la prova che il comunismo asiatico si poteva e doveva contenere.

Inoltre, la Corea fu il primo conflitto “caldo” della Guerra Fredda, inaugurando quella tendenza che avrebbe visto i due blocchi – capitalista e comunista – sfogare la propria tensione geopolitica alle periferie del Mondo, dove meno probabile era la possibilità di giungere ad uno sconto nucleare diretto.

Ma, nonostante questo, la memoria della guerra di Corea fu particolarmente sfortunata presso l’opinione pubblica, schiacciata da un lato dalla peggiore delle guerre – la seconda guerra mondiale, dall’altro dal conflitto più “massmedizzato” nella storia dell’uomo – l’epopea tragica del Vietnam

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