Accadde oggi:
Jan Palach

Accadde oggi: a Praga
si dà fuoco Jan Palach

Il 16 gennaio 1969 un giovane studente di ventuno anni si suicida dandosi fuoco
Uno degli esempi più belli di coraggio compiuti in nome della libertà

di Simone Pasquini

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di Simone Pasquini
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Jan Palach

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si dà fuoco Jan Palach

Il 16 gennaio 1969 un giovane studente di ventuno anni si suicida dandosi fuoco
Uno degli esempi più belli di coraggio compiuti in nome della libertà

di Simone Pasquini
4 minuti di lettura

Nel tardo pomeriggio del 16 gennaio 1969 un giovane studente di ventuno anni si suicida dandosi fuoco nel bel mezzo di Praga, nella centralissima Piazza San Venceslao. Il suo nome era Jan Palach, ed oggi, nell’anniversario del suo eroico gesto, vogliamo ricordare uno dei più belli esempi di coraggio ed estremo sacrificio compiuti in nome della libertà.

Il giovane Jan Palach era un giovane studente di filosofia all’Università Carolina di Praga. Come molti altri suoi coetanei, era rimasto profondamente scosso dalla recente invasione sovietica della Cecoslovacchia.

Infatti, nell’agosto dell’anno precedente, i carri sovietici avevano schiacciato sotto i loro cingoli quel bellissimo esperimento politico noto come “Primavera di Praga”. La Primavera fu un tentativo di riforma operato dallo stesso Partito Comunista cecoslovacco per tentare di costruire quello che veniva chiamato “il socialismo dal volto umano”: libertà di parola ed espressione, maggiori libertà individuali e garanzie per tutti i cittadini.

Alexander Dubcek, allora Segretario Generale del Partito comunista e simbolo stesso della temperie riformatrice, aveva deciso di prendere definitivamente le distanze dalle posizioni sovietiche e rendere il proprio Paese una vera democrazia, al pari dei suoi vicini occidentali. Ovviamente tutto questo non poteva essere tollerato dagli altri paesi socialisti.

Dopo una lunga crisi internazionale durata per tutta l’estate del 1968, la notte fra il 20 ed il 21 agosto le forze sovietiche e del Patto di Varsavia invadono il Paese, occupandolo completamente nel giro di poche ore. I carri sovietici ruggiscono sull’acciottolato delle vie praghesi, mentre il sogno si infrange di fronte agli occhi dei cittadini cecoslovacchi.

In maniera analoga all’invasione sovietica dell’Ungheria nel 1956, subito le forze di occupazione liquidano Dubcek e gli esponenti del Partito a lui vicini sostituendoli con funzionari di provata fede sovietica. Nei mesi successivi una coltre di ferro cala sulla nazione, mentre decine di migliaia di persone ricorrono a tutti i mezzi possibili per lasciare il paese. 

Coloro che sono costretti a rimanere devono fare i conti con tutto ciò che caratterizza un Paese sotto occupazione. E’ in questo clima che dei giovani praghesi, fra cui Jan Palach, decidono che è necessario lanciare un messaggio che possa scuotere i loro compatrioti dall’apatia indotta dalla paura delle armi russe.

Decidono di ispirarsi a quei monaci che proprio pochi anni prima in Vietnam, per protestare contro le persecuzioni perpetrate contro la religione buddhista dalla dittatura sudvietnamita, si erano immolati dandosi fuoco nelle strade di Saigon.

Il giovane Jan, deciso fino all’ultimo a compiere il gesto estremo, in quel freddo pomeriggio di gennaio si reca in Piazza San Venceslao, lascia poco lontano il suo zaino contenente il suo testamento politico, si cosparge di liquido infiammabile e senza proferire parola si dà fuoco. Soccorso da un passante, che riesce a spegnere le fiamme con l’aiuto della giacca, viene portato con la massima urgenza all’ospedale della città.

Sebbene ancora vivo, le condizioni sono troppo critiche per poter sperare in un miglioramento. Dopo tre giorni di agonia, Jan Palach muore all’ospedale di Praga il pomeriggio del 19 gennaio. Nel giro dei mesi successivi altri tre giovani si immolano con lo stesso metodo, nel più completo silenzio degli organi di stampa controllati dal regime.

La tomba di Palach, divenuta immediatamente un luogo di pellegrinaggio, costringe le autorità ad una riesumazione e cremazione dei resti, che verranno consegnati alla madre. Nonostante il silenzio ufficialmente imposto, per ovvi motivi, dalle autorità comuniste sulla sua figura, il suo ricordo non cadde nell’oblio.

Dopo la cauta del Muro ed il collasso del comunismo, la sua figura poté finalmente godere del rispetto e dell’onore che meritava. Nel 1990 il presidente della Cecoslovacchia Vaclav Havel inaugurò perfino un monumento alla sua memoria sul luogo dove sacrificò la sua vita, ad imperitura memoria di coloro che in ogni tempo hanno il coraggio di sacrificare tutto per permettere ad altri di godere del bene supremo.

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