Acca Larentia e
la bilancia democratica

Acca Larentia e la bilancia democratica

Un grido al "presente" che sembra diretto ben al di là dei confini urbani di Acca Larentia

di Pietro Maria Sabella

Acca Larentia e
la bilancia democratica

Acca Larentia e la bilancia democratica

Acca Larentia e la bilancia democratica

di Pietro Maria Sabella

Acca Larentia e
la bilancia democratica

Acca Larentia e la bilancia democratica

Un grido al "presente" che sembra diretto ben al di là dei confini urbani di Acca Larentia

di Pietro Maria Sabella

Centinaia di braccia destre tese, tutte rigorosamente allineate come in una dimensione pittorica futuristica, in cui però il grigioscuro di fondo rende tutto lugubre e pauroso, in cui il movimento e l’afflato emotivo scanditi dal <<presente>>, per alcuni romantico, sembra eclissarsi a favore di qualcosa di più pesante, di roboante, di energicamente impressionante. Un grido al “presente”, appunto, che sembra diretto ben al di là dei confini fisici urbani di Acca Larentia, a testimonianza proprio di una tradizione culturale non estintasi con la repubblica costituzionale. 

Strage di Acca Larentia

L’eco della commemorazione raggiunge ogni social e ogni device, così da rendersi visibile a tutti gli italiani, nelle forme, nei colori, nelle traduzioni tipiche della genealogia protofascista, che sembra voler cercare di trovare un nuovo corpo, un nuovo fisico, ben diverso da quello basso e robusto di Mussolini, ma potenzialmente sempre in grado di trasmettere la più autentica essenza della ideologia fascista, ovvero la prepotenza del potere e l’annullamento delle libertà civili, nascosta dall’immagine di esclusività nel rapporto fra popolo e capo, ripulito da ogni riferimento istituzionale e costituzionale in grado di bilanciarne la dinamica, l’abdicazione dei diritti per un pervasivo controllo sociale in nome di una ipercelebrata sicurezza, il razzismo e la discriminazione esercitate con violenza nei confronti di chi la pensa in altro modo o è diverso.

E’ proprio questo stato ibrido, a cavallo fra commemorazione e affermazione politica, fra ricordi e nuova proliferazione di quegli standard ideologici, che rende così complicato poter risolvere la questione con un procedimento penale per apologia di fascismo, oggi così tanto acclamato.

La zona crepuscolare, vischiosa, liquida, ancora fortunatamente rarefatta del multiverso dell’estrema destra, composito e arzigogolato, non è di facile cristallizzazione per la legge penale, doverosamente garantista, scritta, ma più che altro interpretata per essere applicata nell’eventualità in cui l’azione celebrativa, commemorativa, risulti idonea a provocare consensi e adesioni alla ricostituzione del partito fascista (Corte Cass., sent. n. 11576/2020), risulti tale, cioè, da consistere non più in una difesa elogiativa, ma in una esaltazione idonea a condurre alla riorganizzazione del partito fascista.

In poche parole, l’apologia deve essere in grado di determinare proprio questo risultato, ovvero il pericolo concreto di riorganizzazione del partito fascista (sempre Corte Cass., sent. n. 11576/2020; Corte Cass., sent. n. 36162/2019; Corte Cass., sent. n. 2898/2016; Corte Cass., sent. n. 11038/2016), il passaggio da uno stato di “commemorazione” ad uno di “esaltazione”, tale da suscitare ammirazione nei confronti degli spettatori, di chi guarda, di chi si fa mordere la pancia. Si tratta dunque di un crinale molto delicato e scivoloso, così articolato per difendere il comune diritto alla manifestazione del pensiero e porre al contempo un limite invalicabile al blob fascista.

Eppure, il punto risolutivo non andrebbe trovato nella sintesi prodotta dalla legge Scelba o dalla legge Mancino, che, rappresentando il Vallo di Adriano, sono chiamate ad intervenire proprio quando il pericolo diventa concreto, quando tutti gli altri strumenti democratici sembrano stare per fallire. 

E allora bisogna chiedersi a chi o a cosa rivolgersi. Delegare tutto alla magistratura, alle indagini penali e sperare di ottenere una condanna, può infatti significare che nulla più è stato fatto per arginare il pericolo concreto di una riorganizzazione di un pensiero o di un partito che ripropone gli ideali del fascismo, ma che appunto quel pericolo concreto tanto temuto, tanto immaginato così lontano dal nostro immaginario si sia riprodotto, sia ritornato in mezzo a noi, sia diventato tangibile incubo. 

Questo deve essere ancora il tempo in cui è possibile capire se il vaccino della Carta Costituzionale e delle Istituzioni della repubblica parlamentare abbiano ancora sufficienti anticorpi per lasciare che l’influenza non faccia rialzare la temperatura, ma soprattutto che quegli anticorpi che ci proteggono non risiedono in figure angeliche a cui l’individualismo secolarizzato tende a demandare tutto, ma sono rappresentati da e in ogni singolo ganglo della vita sociale: scuola, sanità, giustizia, amministrazioni pubbliche, enti e imprese, teatri e cinema, palestre, circoli di bocce, tutti luoghi in cui l’agire democratico, fondato sulla tolleranza e il rispetto, deve essere quotidianamente affermato e orgogliosamente celebrato da ogni singolo operatore.

Questo è il tempo per rivendicare i valori costituzionali, inibire alla paura e alla diffidenza il primato all’interno della nostra società. Solo in questo modo anche la politica sarà costretta inevitabilmente a schierarsi, solo così sarà possibile tradurre il virus sotto la lente di ingrandimento e riconoscerlo davvero nella sua nuda spiacevolezza. Solo così Acca Larentia sarà realmente occasione per tutti per ricordare un tragico episodio di violenza in cui tre ragazzi hanno perso la vita e un nostalgico momento per pochissimi e inoffensivi individui di ricordare i tempi in cui i treni arrivano in orario (laddove c’erano).

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