A teatro il compleanno come presagio di morte

di Alessandra Carrillo

A teatro il compleanno come presagio di morte

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A teatro il compleanno come presagio di morte

di Alessandra Carrillo
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A teatro il compleanno come presagio di morte

Al Piccolo Eliseo ed al Teatro Argentina in scena due compleanni ed il senso della vita

Le coincidenze del teatro: in scena in contemporanea e fino al 2 dicembre, due spettacoli di compleanno e morte, entrambi di drammaturgia britannica.

Al Piccolo Eliseo è Silvio Peroni, uno dei registi più bravi nella scena teatrale, a fare spettacolo: la costruzione della narrazione del testo “Il giorno del mio compleanno” (nell’originale “So here we are”) di Luke Norris (vincitore del Premio Bruntwood 2013) prende forma attraverso le luci cupe e quasi cinematografiche, un parallelepipedo cangiante, muraglia in riva al mare (nelle scene di Tommaso Ferraresi) che nasconde il ticchettio di un orologio che scorre forse più veloce della vita a ritmo di bui e stacchi sonori a cui Peroni ci abitua dai suoi spettacoli precedenti. I ragazzi in scena sono perfetti: Giovanni Arezzo (Pic), Laurence Mazzoni (Puh), Antonio Bandiera (Noce), Federico Gariglio (Daniel), Grazia Capraro (Chri) e Luca Terracciano (Frankie), giovani e sconosciuti che hanno da regalare agli spettatori attenti emozioni e riflessioni sull’amicizia, sul dolore, sulle bugie che ci si porta dentro, su quella paura di crescere, sulle sfide del mondo.

 

Il giorno del compleanno di Frankie diventa un momento per scardinare la verità, forse, su quella morte. Nei dialoghi che vanno via con una naturalezza fatta di parole, di gesti, di sguardi, di timidezza, di sfrontatezza, di contenimento, di gelosia, di serietà, di cazzeggio tra amici della squadra di calcio a 5, emerge tutto il non detto che è vivo dentro ognuno di questi ragazzi, che però non riescono a guardarsi dentro: cinismo, menzogna, e quella sensazione di voler ricominciare. Ma Frankie è morto, ed è la sua eulogia nelle parole libere dei suoi compagni e della sua ragazza a nascondere quanto sotterrare un amico ti svuoti dentro: tra palloncini, aneddoti e birre, ridendo e piangendo tra morte e merda, il senso della vita è in queste parole “i sogni al 90% stanno davanti a noi a ricordarci che non ce l’abbiamo fatta”.

 

Una generazione di Millennials, incapace alle volte di coniugare congiuntivi e di essere se stessi, che dal calcio si ritrova a condividere la vita, tra le risate dal retrogusto amaro, nonostante quel vuoto. Un vuoto che si fa sentire, dentro, quando ci si inizia a porre domande esistenziali una volta calato il sipario, tra i meritati applausi.

 

Ed il sipario si apre, invece, al Teatro Argentina per “The Deep Blue Sea” su una ricca scenografia (curata da Carmelo Giammello, accompagnata dai costumi di Chiara Ferrantini) che è l’Inghilterra anni 50, all’alba del giorno dopo il compleanno di Hester Collyer Page (Luisa Ranieri), che in quella notte di compleanno ha tentato il suicidio, disperata, da sola.

 

Quando si sta da soli e dimenticati il giorno del proprio compleanno si ha un po’ quella sensazione di morte, e lei, vedova del golf, vede il suo amore per l’amante Freddie Page (Giovanni Anzaldo) rubato e dalle mazze e dalle buche, e dai troppi whisky e racchiudersi in una solitaria ricerca di annientamento tra gas e quadri.

 

Dal mattino si sussegue l’arrivo dei vicini, del marito – giudice dell’Alta Corte di Giustizia e del dottor Miller, prima che torni anche lui Freddie Page, questo giovane ex pilota conosciuto in vacanza, di cui si è innamorata e per cui ha dato via la sua vita borghese, vita in cui giocava il ruolo della donna amorevole, mai felice veramente delle sue scelte, che aveva rinunciato all’idea di amare.

 

Ed all’amore però cede, fin troppo con questo giovane scapestrato ed egoista, diventandone sottomessa emotivamente, in una dipendenza affettiva che lascia che l’uno sia la morte dell’altro, con un male di vivere dentro per non essere ancora e mai se stessa.

 

Ne viene fuori una tormentata vita senza speranza, uno scontro passionale – forse in tinte e chiaroscuri delle forze emotive dei personaggi diverse, dal rosso di lui al blu di lei (che non vuole più confondersi con il grigio del marito, nonostante la proposta di sopravvivenza ) – che si racchiude negli sprazzi di razionalità in un “non puoi essere diverso da quello che sei, e nemmeno io”.

 

La vita però, va oltre la speranza, e sceglie la terza via: “il mondo è un posto talmente cupo che anche una piccola fiammella illumina” in un suggerimento del dottor Miller e grazie al testo di Terence Rattigan ed all’attenta regia di Luca Zingaretti, che per la prima volta dirige sua moglie, assieme agli altri convincenti interpreti, come già detto Giovanni Anzaldo, e in ordine di apparizione Maddalena Amorini, Alessia Giuliani, Flavio Furno, Aldo Ottobrino, Luciano Scarpa e Giovanni Serratore.

Insomma, due spettacoli di compleanni, di morte, di paure e sogni, di quell’incertezza del sé più intimo, in lotta tra passione e compromessi, tra chi si butta e chi scommette su quella seconda scelta senza quasi volerlo. Due epoche diverse, comunque British, ma forse che portano per questo ad epiloghi opposti, di prese di posizione o meno. Due drammi che si consumano nel giro di poche ore da quei compleanni che suonano sempre come un requiem, scanditi da quei tempi che inflessibili incombono, nel vuoto.

 

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