A passi lenti

di Simone Bonfiglio – SimBo

A passi lenti

di Simone Bonfiglio – SimBo

A passi lenti

di Simone Bonfiglio – SimBo
5 minuti di lettura

Cadeva una pioggia acida, il fumo della vecchia acciaieria copriva ogni angolo di strada e si respirava un’aria ferrosa. Non tutti sono tanto fortunati da poter scegliere dove vivere. Ed io ero uno di questi. A pochi spiccioli l’unica topaia, che ospitasse un diseredato come me, era proprio accanto a quella grande macchina di veleno autorizzata. Vivevo di piccoli lavoretti, saltuari e malpagati, ma qualcosa dovevo pur fare per mettere da mangiare sotto i denti almeno la sera. Gli amici che un tempo erano parecchi, quando era benestante, erano scomparsi senza lasciare traccia. Mia moglie era scappata con un riccone e non so esattamente dove fosse andata a finire.

Quando aprivo la porta per entrare, trovavo sparse sul pavimento buste e cartelle esattoriali. Gli arretrati erano parecchi. Spendevo parte della serata a battere sulla calcolatrice, per cercar di far quadrare i conti. Più ci provavo e più la cifra aumentava e finivo per lasciare tutto in sospeso in attesa che dal centro per l’impiego arrivasse una chiamata per un lavoro di qualche settimana, che mi avrebbe fatto mettere una toppa alla falla dei debiti. L’unico rimasto al mio fianco, nonostante tutto, era il mio amato cane, Balù. Aveva quattordici anni e, preso dai dolori dell’artrosi, il giorno stava sonnecchiante sdraiato vicino alla stufetta a godere del tepore che emanava.

Il padrone di casa ogni tanto veniva a trovarmi, provando a tirarmi via qualche soldo dell’affitto che gli dovevo ma, dopo avermi visto, andava sempre via senza speranze. Si notava lontano un miglio che non avevo nulla da dargli. Era una brava persona e fortunatamente la sua visita non si basava solamente sui soldi che gli spettavano da me. In città aveva un sacco di appartamenti di proprietà da cui traeva ogni fine mese una cifra considerevole.  Il quartiere era grande e fino dieci anni prima pullulava di gente ma, una ad una, tutti erano andati via. Alcuni se n’erano andati coi propri piedi, cercando un posto più salubre dove vivere, i disgraziati alla mia stregua erano usciti in spalla ai becchini con biglietto di sola andata per il camposanto.

Finita la scuola mi ero messo immediatamente a lavorare ed ero diventato anche piuttosto bravo a vendere auto. Col tempo avevo messo su una concessionaria tutta mia, poi qualche investimento fatto male e tutto era andato a rotoli. Alle prime difficoltà mi ero voltato per cercare aiuto ma non c’era l’ombra di nessuno.

Trasferitomi in questo monolocale, avevo anche avuto l’appoggio dei vicini che, vista la mia situazione, mi facevano pulire i loro appartamentini per tirar su qualche soldo. Purtroppo però un giorno si sono ammalati anche loro di tumore, dovuto alle esalazioni di quelle polveri che fuoriuscivano dall’acciaieria, per cui scendevamo puntualmente in strada a protestare, senza che fossimo ascoltati. Troppi interessi in ballo per dar retta ad una piccola e povera porzione di cittadini. Il cuore ti si spezzava quando ad ammalarsi e morire erano i bambini. Senza capire cosa gli stesse succedendo, lasciavano nel dolore più totale i genitori.

Quando si reiterava più del dovuto il lasso di tempo in cui le mie tasche erano vuote, andavo alla mensa dei poveri, ed in fila, aspettavo il mio turno. Non mangiavo tutto, anche se spesso e volentieri avrei fatto il bis. Dividevo il mio pasto con Balù che, seduto, batteva la coda attendendo di riempirsi la pancia. Ci spostavamo poi su una panchina in cui passavamo un’altra ora, lo accarezzavo e lui si addormentava e recuperava le poche forze che gli erano rimaste per percorrere a ritroso il cammino che ci distanziava da casa.

La vita si accanisce sempre sui più deboli, questa era l’unica conclusione a cui ero arrivato alla soglia dei miei quasi quarantatré anni, molti dei quali buttati nel buco di un cesso. All’inizio delle scale che portavano all’entrata di casa, prendevo in braccio Balù, gli risparmiavo quell’inutile fatica di un’esistenza già in salita di per sé. I tir si alternavano al cancello della fabbrica, alcuni arrivavano, altri, col loro carico, se ne andavano. Il ronzio delle mosche non mi faceva dormire, assillante come strane idee che ti passano e ti ripassano per la testa quando non hai niente da perdere. Per fortuna ho sempre avuto un ottimo self control, anche nelle peggiori situazioni.

Appena l’orologio segnò mezzanotte ricordai che era arrivato il mio compleanno. Non che cambiasse niente. Un giorno qualunque come tanti altri da alcuni anni a questa parte. Mi girai su di un fianco e mi addormentai. Balù abbaiava rivolto alla porta, poteva significare solamente una cosa, il postino che portava altri guai. Oggi più che mai non mi andava di guardare neanche l’importo. Avevo un vestito nero, elegante, una delle poche cose rimastemi, lo indossai dopo aver fatto una doccia rinfrescante. Prima andammo a pranzare alla solita mensa poi sulla solita panchina a rilassarci un po’. I volontari sapevano del mio compleanno e mi regalarono del denaro per potermi comprare qualcosa di più buono per cena. Li ringraziai. “Ancora il mondo regala del bene, non è tutto finito” pensai.

Al calar della sera sedetti in un fast food, avevo voglia di patatine e di un hamburger. Avevo perso il conto di quanti giorni fossero passati dall’ultima volta che ne avevo mangiato uno. Ordinai un tortino dolce e completai così la mia cena. Balù se n’era andato a zonzo per gli altri tavoli in cerca di qualcosa da sgranocchiare e di qualche coccola. Usciti, faceva freddo, l’aria era carica di umidità, forse avrebbe piovuto di lì a poco. Entrai in un bar per un caffè, alla tv davano il Super Bowl. Rimasi a guardarne alcuni minuti ma ero stufo delle stesse cose, degli stessi posti, della mia vita fino a quel punto. Non avevo più voglia di aspettare immobile che essa mi calpestasse, lo aveva già fatto abbastanza. Un altro futuro era possibile, ma non rimanendo in questa fogna che aveva divorato fin troppe cose e troppe persone.

Fischiai a Balù, aveva imboccato la strada di casa ma stavolta il tragitto sarebbe stato diverso. In direzione contraria con in una mano la cravatta e nell’altra la giacca, camminavamo entrambi a passi lenti, ciondolanti, su quel marciapiede sotto la pioggia acida che era tornata a cadere nel silenzio che aveva inghiottito ogni angolo di quella fumosa città.

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