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Duke Ellington diceva “Non significa nulla se non ha swing”: questo è il motto della Casa del Jazz, dove si è svolto il nono appuntamento di “Invito all’ascolto” della New Talents Jazz Orchestra. Si tratta di una big band composta da diciotto elementi e diretta dall’arrangiatore e trombonista Mario Corvini.

Non c’è niente di meglio che passare una domenica mattina in un luogo meraviglioso di Roma dedicato alla musica e godersi un concerto del tutto particolare. Il primo brano – Dedication di Thad Jones – è ormai la “sigla tradizionale” della New Talents Jazz Orchestra: è un pezzo rilassante all’inizio, ma che poi esplode trascinando il pubblico. Questi giovani musicisti (che hanno tutti tra i 19 ed i 26 anni) ci fanno poi ascoltare Dolphin Dance, di Herbie Hancock (con l’arrangiamento di Bob Mintzer), facendo venire a tutti voglia di ballare e tenere il tempo: è una musica coinvolgente e stimolante, quella jazz.

Tra questi due pezzi Corvini interviene a spiegare cosa si è ascoltato e si ascolterà: non solo musica, quindi, ma anche una “situazione didattica”. È questa la particolarità dell’evento: una formula innovativa. Spiegare al pubblico i brani ascoltati, dirgli com’è composta la jazz orchestra, dargli degli elementi di storia della musica. Tutto questo permette di avere un ascolto consapevole (la simpatia del Maestro rende il tutto molto piacevole e mai noioso) e tutti escono dalla sala arricchiti.

Due, quindi, sono gli elementi importanti di questi eventi: il fatto che a suonare siano dei giovani talenti – e che lo facciano in un luogo importante come la Casa del Jazz – ed un’attenzione inedita, o quasi, in Italia per quella che definirei l’educazione musicale.

Il concerto è poi proseguito con l’esecuzione di altri brani: Moten Swing, di Buster e Benny Moten (arrangiamento di Sammy Nestico); Concerto for Cootie di Duke Ellington e la stessa Do Nothin’ Till You Hear From Me, sempre del “Duca” con l’arrangiamento di Sammy Nestico (suonata sia inversione ballad swing che ballad rock/pop); infine, Straight, No Chaser di Thelonious Monk (arrangiamento di Quincy Jones).

The Freak ha incontrato Marco Silvi, pianista della New Talents Jazz Orchestra, e gli ha chiesto di parlarci di questi incontri e della sua esperienza come musicista. Marco è anche compositore, studia Pianoforte Jazz presso il Conservatorio “Licinio Refice” di Frosinone ed è membro del duo In Two the Night.

Marco, puoi dirci in che modo è nato questo progetto del maestro Corvini?

Quando ho saputo che c’era la possibilità di suonare in una big band di giovani, guidata da uno dei jazzisti/arrangiatori più in vista a livello nazionale, l’emozione mi ha ridato musicalmente la carica: finalmente un progetto realizzato per radunare le giovani forze del jazz romano e non e costruire insieme un corpo sonoro di qualità e crescita. Un bel modo di “fare gavetta” e di conquistare visibilità nel mondo della musica, spesso demoralizzante per le sue difficoltà. Tutto questo, poi, arricchito dalla vitalità e dall’umanità di Mario che ha fatto della New Talents Jazz Orchestra una bella tribù di affiatati musicisti.

Com’è iniziata quest’esperienza alla Casa del Jazz e come la stai vivendo?

Tutto è nato dalla grande intraprendenza del nostro “Maestro” e da un grande lavoro di insieme che ci ha permesso di costruire un repertorio del jazz classico e allo stesso tempo diversificato. In verità, dopo appena qualche mese che si provava insieme, nessuno si aspettava la grande possibilità di approdare alla Casa del Jazz. L’avevo sempre vissuta dalla platea, in silenzio, con occhio e orecchie tese, ora è cambiato solo il posto a sedere e il silenzio; l’attenzione alla musica è acutissima! Siamo stati e continuiamo a essere accolti con calore da tutto lo staff che oramai ci conosce, sia musicalmente sia umanamente e condivide con noi ogni domenica questo rituale sonoro davvero emozionante.

Bill Evans diceva: “Il jazz non lo puoi spiegare a qualcuno senza perderne l’esperienza. Dev’essere vissuto, perché non sente le parole […]. Ecco perché mi secca quando la gente cerca di analizzare il jazz come un teorema intellettuale. Non lo è. È feeling.”

Io credo, da profana, che si possa anche spiegare il jazz, come state facendo voi e che ciò non tolga nulla alla musica, al contrario: ne arricchisce la fruizione. Tu cosa ne pensi e come vivi il jazz?

Temo che Bill avesse ragione in un certo senso: per quanto si trovino espedienti efficaci per spiegare ai non addetti ai lavori, quanto impegno e quanto cuore ci sia dietro a sei minuti di musica, il jazz come tutti gli altri generi non può essere ridotto a piccoli suoni! La musica è un processo, un divenire, un’esperienza a volte piacevole, a volte straziante, può esorcizzare delle emozioni che ci premono dentro e può farci ricordare cose che avevamo rimosso, ma non può essere rappresentata, rinchiusa, imprigionata da qualche parte solo perché così abbiamo l’impressione di averla dominata. È ovvio che un’analisi intellettuale è fondamentale per apprendere e approfondire qualsiasi cosa ma, una volta che imbracci il tuo strumento sul palco e stacchi il tempo, ti muovi nell’ignoto. Il jazz è imparare a sapersi muovere nell’ignoto senza lasciarsi trascinare dal passato o dal futuro che incombono sempre come delle facili opzioni di fuga da ciò che è. Quando si intraprende un viaggio non si parte mai senza uno zaino con vestiti, cibo e mappa e, nonostante questo, il passo e il rischio rimangono tuoi, esclusivamente tuoi. E così vedo la mia musica (ma anche la mia vita!): un continuo prepararsi e viaggi imprevisti, in compagnia o in solitudine, cercando di rigenerare continuamente ciò che ci si porta dentro. E la meta? – viene facilmente da pensare…Non lo so, non credo sia poi così vitale come crediamo; non è più importante forse la qualità del viaggio?

“Jazz Orchestra: invito all’ascolto”, prossimi appuntamenti:

19 e 26 maggio – Casa del Jazz

“A me piace il jazz”: The Freak incontra Marco Silvi della New Talents Jazz Orchestra ultima modifica: 2013-05-17T14:09:57+00:00 da Marina Solimine

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