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Sono passati venticinque anni dalla morte di Paolo Borsellino e questo dato temporale non può che indurci a svolgere alcune specifiche considerazioni.

Lasciamo per un attimo che gli aspetti celebrativi rimangano propri di istituzioni ma proviamo – quest’anno – a capire quale sia la realtà fenomenologica contemporanea della mafia, o meglio, delle mafie.

Accade spesso infatti, ormai, forse in modo incongruente rispetto alla realtà attuale, che ci si concentri eccessivamente sulla mafia siciliana, ovvero su Cosa Nostra.

Ogni anno, tra il 23 maggio e il 19 luglio, stampa e organi di comunicazione aprono vasti dibattiti sullo stato di salute della mafia siciliana, incanalando le nostre riflessioni sulla necessità della memoria, del ricordo, della contestualizzazione e riproposizione di un esempio di vita, di modello delle istituzioni.

A me pare, tra le altre cose, che queste celebrazioni, per le modalità con cui a volte vengono condotte, continuino a mantenere la figura dei magistrati Falcone e Borsellino in un limbo di solitudine completa; sembra che non molto sia cambiato da quel 1992, nonostante la capacità investigativa di una parte della magistratura e delle forze dell’ordine abbia realmente scardinato gli assetti di Cosa Nostra.

Lo Stato ha preso coscienza che la pressione armata di Cosa Nostra era diventata eccessiva, sconveniente, fuori dai canoni e, nel corso di questi ultimi venti anni, ha concretamente apposto una barriera difensiva e di contrasto, in primis, colpendo i patrimoni e devastando le cupole, grazie, per esempio, alle tanto biasimate misure di prevenzione patrimoniale ma anche e soprattutto alla presa di coscienza della società civile.

Ma quanto lo Stato stesso si è interrogato su quei fatti, su quei giorni “caldi” che pongono troppi dubbi su un’eventuale Trattativa tra Stato e Mafia? Ma neanche questo, ovviamente può essere un tema risolvibile su questa pagina, né tantomeno è nostro interesse alimentare fatti che senza gli atti processuali rimangono solo gossip.

Di certo, le dichiarazioni rilasciate da Fiammetta Borsellino, presenti sul Corriere di oggi (http://www.corriere.it/cronache/17_luglio_18/fiammetta-borsellino-figlia-paolo-sfogo-suoi colleghi-non-ci-frequentano-66005dac-6bf4-11e7-9094-d21d151198e9.shtml) inducono comunque a meraviglia e perplessità. La Borsellino parla di <<Procura massonica>> e di depistaggio delle investigazioni. Parla di una nazione che non è pronta a conoscere la verità dei fatti, come i bambini non sono mai pronti a sapere che Babbo Natale non esiste per davvero. Parla di una solitudine pervasiva e mai andata via. Oggi lodiamo Borsellino, oggi continuiamo a lasciare solo Borsellino, come si fa con i Santi con le stigmate: li si ammira, ma mai senza immaginare di toccarli, per paura, per inconscio disgusto.

Isoliamo l’antivirus lasciandolo mantecare in un’ampolla da tirare fuori come ogni anno si fa con quella di San Gennaro. Invochiamo il miracolo, pervadendoci di legalità e dopo lasciamo che tutto rimanga nelle mani di pezzi di società: alcuni magistrati, alcuni imprenditori, alcuni funzionari pubblici.

Abituati al check and go del self-service comunicativo tipico dei social network, ingurgitiamo dosi massicce di prevenzione e legalità e poi procediamo verso la successiva celebrazione.

Ciò che però, nel frattempo, accade è che mentre noi restiamo focalizzati su quel pezzo di storia, in attesa che la telenovela giunga al gran finale, restii a vincolare la mafia al triangolo siciliano, la criminalità organizzata e quei pezzi di impresa, istituzioni e politica è trasmigrata insieme al punteruolo rosso verso il nord e verso nuove fenomenologie di criminalità organizzata che sanno molto meno di quella Cosa Nostra attualmente in fase di recessione, ma che sanno di vera e propria impresa mafiosa.

Del resto, Falcone aveva ragione: per prendere la mafia bisogna seguire i soldi e la mafia stessa segue i soldi.

La crisi economica e la repressione statale hanno fracassato le coordinate di Cosa Nostra, che continuiamo a ricordare come cristallizzata nei fatti del maxi processo e delle stragi, lasciando che nel silenzio molte altre forme di organizzazione, anche di nuovo conio, emergessero più al nord, <<salendo>> insieme alla famosa linea della palma di Sciascia.

Negli ultimi anni, il metodo mafioso è stato esportato e fatto proprio dai gruppi criminali romani e lombardi, i quali, non avendo mai vissuto e perpetrato le delittuosità tipiche di Cosa Nostra hanno in realtà compiuto un balzo avanti nella gestione del potere e del territorio.

Queste mafie, oltre ad essersi organizzate in veri e propri gruppi consortili, avallati dalla ‘Ndrangheta che ormai spadroneggia e di cui nessuno o quasi nessuno parla, hanno capito correttamente come mischiare corruzione, riciclaggio, traffico di stupefacenti e controllo di appalti, politica e funzioni pubbliche.

Queste mafie hanno avuto la capacità di illuderci di non essere tali, riportando l’orologio indietro di cinquant’anni, quando ancora si negava l’esistenza stessa di Cosa Nostra.

Oggi si nega l’esistenza dello strapotere delle ‘ndrine calabresi, che ogni anno muovono più di tre miliardi di euro di fatturato nero e pieno di sangue, si affronta la Camorra a pezzi, senza sistemi integrati di cultura e istituzioni, si nega l’esistenza della mafia a Roma, nonostante gli sforzi continui della Procura di Roma, in primis del Dott. Pignatone e del dott. Prestipino.

Insomma, sembra che si respiri ancora un forte silenzio intorno alla criminalità organizzata mafiosa, intorno ai fatti più macabri che vengono ripetutamente nascosti il più possibile quando coinvolgono poteri forti.

La mafia, le mafie, in fondo, sono solamente un pezzo di anti-stato, una creatura con una propria identità e autonomia e come tali possono essere individuate, qualificate, pesate e sconfitte.

Il problema vero è quando le mafie non assumono più una propria identità, ma si mischiano in una filiera orizzontale e verticale di partner che, come un piovra, ha tentacoli dappertutto, rivelandosi nel bar di periferia e nei palazzi più alti della gestione pubblica.

Questa mafia nuova non fa morti o ne fa pochi e non illustri e, purtroppo, questa è una ragione per la quale qui, a Roma, la popolazione non ha ancora anticorpi in grado di capire quale sia la pericolosità efferata della mafia.

Anche la morte di Giuseppe Dainotti a Palermo non ha più destato particolare scalpore: l’immagine di un boss indifeso, non più in Mercedes ma in bicicletta, dà infatti l’immagine di una mafia debole, ormai alla frutta. A Roma, invece, sembra proprio che si stia ricreando quel clima di collusione, omertà simile a quella degli ‘anni 70 e ’80 a Palermo, in cui tutti riuscivano a guadagnarci qualcosa da questo sistema, in cui tutti, a patto di cedere la propria libertà e dignità, sopravvivevano grazie a qualche garanzia economica.

Il problema è che questo equilibrio regge solo per alcuni anni, fino a quando dai tombini non viene fuori il ventre della cloaca e i primi esempi si sono avuti con Mafia Capitale e le recenti inchieste Babilonia e Tempio 2014.

Poi improvvisamente quando gli equilibri salteranno, ricominceranno le guerre e gli arresti a strascico.

Ci sentiamo quasi consolati perchè ogni giorno i giornali titolano con nuovi arresti a Palermo, a Melito, a Caserta, e non guardiamo ai veri centri del potere mafioso: Roma, Locride e Reggio Calabria.

Invece, restiamo soli come Paolo, in un limbo di attesa e di parziale illusione, in cui la mafia, le mafie ancora esistono e sono forti, in cui è ancora più necessaria la nostra perenne attenzione, la nostra quotidiana azione di verità e libertà.

di Pietro Maria Sabella, all rights reserved

A futura memoria ultima modifica: 2017-07-19T19:00:22+00:00 da Pietro Maria Sabella
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