A che punto è l’inconsapevolezza?

di Lilith

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A che punto è l’inconsapevolezza?

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È della scorsa settimana la notizia passata perlopiù sottotraccia, riguardante un episodio di balordaggine e indifferenza, simile ad altri che ormai da troppo tempo si registrano nella Capitale e in molte altre realtà italiane.

Episodi ottimi per confezionare una pillola del tg alle 13, o, come argomento da tweet pomeridiano, o buoni per una sterile discussione su qualche pagina facebook, poi destinati a sgonfiarsi come una bolla in un generico e inutile scuotimento di testa.

Questa volta la gravità se vogliamo è ancora più importante e va ben oltre l’episodio in sé.

Ma veniamo ai fatti

E’ un Venerdì sera, siamo a Roma, Stazione Ostiense, quella da dove partono i treni per il lido di Ostia e dove c’è anche la metropolitana.

Mancano pochi minuti allo scoccare della mezzanotte e proprio all’ingresso della stazione si profila una scena drammatica, grottesca, che, di lì a pochi minuti, catapulta i presenti nella distopia più totale. C’è un uomo accasciato con evidenti difficoltà respiratorie. Non sembra il solito senza tetto, come tanti che si recano sotto i portici di queste strutture di transito cittadino, per ripararsi o buttarsi in un angolo a dormire. No.

Verrebbe da dire “sembrava una persona normale”, sintomo di quella terribile forma di appiattimento critico che emerge con chiarezza proprio in questi episodi. Normale. Come se gli abiti che indossa una persona fossero il primo e più immediato strumento per classificarne la provenienza, le intenzioni, l’adesione a un qualche codice sociale condiviso.

Ma proseguiamo. Mentre il pover’uomo in evidente stato di crisi respiratoria pare sempre più prossimo a un attacco cardiaco, tre adolescenti (italiani, età presunta, secondo i testimoni, diciassette anni) gli si avvicinano, tirano fuori dai giubbotti i loro smartphones ed iniziano a spararsi una serie di pose, autoscatti, o – come ormai anche il dizionario li definisce – selfie, vicino al poveraccio ridotto in fin di vita.

I testimoni corrono a segnalare l’episodio al personale della stazione. Ma la donna in servizio al gabbiotto delle informazioni si rifiuta di chiamare l’ambulanza, adducendo a motivazione la posizione dell’uomo, che, riverso sui gradini esterni alla stazione, non le avrebbe imposto nessun obbligo di intervento. Passano altri minuti, la situazione peggiora ma, fortunatamente, arriva un’ambulanza, su sollecitazione di una passante che aveva provveduto ad avvisare il 118 . L’uomo viene soccorso e portato via. Dei tre ragazzini nessuna traccia.

Ecco, forse potremmo fermarci per un momento e cogliere l’occasione per riflettere, con meno retorica del solito, su tutta la sequela di attribuzioni di senso civico e comunitarie, sventolate per l’anniversario della liberazione d’Italia, tenutosi proprio poche ore dopo questa vicenda. Forse dovremmo rimetterle seriamente in discussione, invece di limitarci a subire passivamente la loro riproposizione a mo’ di memento. Calibrare la mancanza di coscienza su tre paramentri e, sulla base di questi, domandarci a che punto sia arrivata la nostra inconsapevolezza, così come Santamaria si domandava a che punto fosse la notte, nel celebre romanzo di Fruttero e Lucentini.

1) Indifferenza, la forma mentis con cui la maggior parte di noi si muove nel mondo. Non c’è distinzione di età o ceto sociale, provenienza o estrazione culturale, tutti ci siamo dentro. Nel modo in cui viaggiamo con gli auricolari perennemente ficcati, ad estrapolarci da qualsiasi realtà imminente si svolga negli immediati paraggi. Nella fretta con cui ci affanniamo da un luogo all’altro senza accorgerci minimamente di cosa accada nel tratto che stiamo percorrendo. Importante è arrivare, in orario, evitare le macchine, il traffico, gli ostacoli, i pedoni, a seconda del mezzo di locomozione che stiamo usando in quel momento. L’indifferenza è un sintomo indotto, questo è certo, dai ritmi delle città che abitiamo, dal sovraffolamento, dal traffico, dalla stanchezza. Ma è altrettanto certo che non facciamo un bel niente per opporci a questo ottundimento.

2) Cecità, che fa rima con assenza di solidarietà. « Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, ciechi che, pur vedendo, non vedono », come affermava la moglie del medico nel celebre Ensaio sobre a Cegueira, di José Saramago, noto come Cecità. In un bellissimo articolo pubblicato giorni fa sul sito di Repubblica.it, dal titolo Le nostre vite senza compassione, Michela Marzano riporta una frase tratta da L’uomo e il divino, della filosofa spagnola Maria Zambrano, che afferma che “la vita umana ha bisogno di vedere per essere vita” e che “vedere” significa prima di tutto “vedersi vivere nell’altro, sentire l’altro da sé senza poterlo separare da sé”. Un modo con cui la Marzano, che si richiama anche a Calvino, vuol parlarci di tutt’altro tipo di parametri, che invece sembrano destinati all’estinzione: la compassione e la condivisione, “senza le quali, di fatto, la vita non è più umana. E rischia di trasformarsi in quell’inferno di cui ci parlava Italo Calvino; quell’inferno che viviamo tutti i giorni e di cui diventiamo parte integrante nel momento in cui ci rifiutiamo di vederlo”.

3) Schizofrenia. L’atteggiamento dei tre adolescenti che si avvicinano a un uomo in fin di vita per scattare un selfie da pubblicare, con la speranza di raccattare qualche “mi piace”, denuncia lo scollamento e – secondo una qualche dinamica schizofrenica – la contemporanea coesistenza, di una febbre di visibilità incombente, unita a una totale assenza di visione dell’altro. Da dove deriva questa necessità spasmodica di mostrarsi agli altri attraverso una lente artificiale che ci renda disponibili a un illusorio riscontro sociale: il feedback, il click, il mi piace. Quanto inaridimento gira su dinamiche apparentemente puerili, limitate nel tempo, ma già radicate in modo trasversale e pervasivo e declinate nella sfera privata ma anche in quella pubblica, commerciale, politica e culturale. Perché siamo diventati così ritorti e circoscritti a un fermo immagine e allo stesso tempo così sordi e anestetizzati rispetto a tutto il resto, al contentuto, alla vita reale. Senza ammantarci di eccessivo e inutile pessimismo, domandiamoci con maggior lucidità e onestà, a che punto sia  arrivata la nostra inconsapevolezza.

di Lilith Fiorillo

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