2020: retorica
e questioni aperte

Il 2020
L'anno della retorica e delle questioni aperte

Sanità, democrazia ed economia. Gli effetti della pandemia

di Pietro Maria Sabella

2020: retorica
e questioni aperte

Il 2020
L'anno della retorica e delle questioni aperte

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L'anno della retorica e delle questioni aperte

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2020

2020: retorica
e questioni aperte

Il 2020
L'anno della retorica e delle questioni aperte

Sanità, democrazia ed economia. Gli effetti della pandemia

di Pietro Maria Sabella
5 minuti di lettura

Questo 2020 probabilmente verrà ricordato anche per l’uso della retorica con cui tutto è stato avvolto. <<Andrà tutto bene>> è lo slogan che ha ricoperto i balconi e le terrazze di un Paese intero mentre nulla o poco si sapeva su quanto accadeva all’interno degli ospedali, circa i protocolli attuati e quelli che invece mancavano del tutto.

<<Andrà tutto bene>>, abbiamo ripetuto almeno fino all’estate, quando ancora si poteva resistere senza cassa integrazione, tenendo chiuse le attività professionali e commerciali, senza vedere i propri familiari e parenti per Pasqua. In questo clima di apparente resilienza generale, abbiam sperato che il morbo andasse via con la canicola d’agosto per farci riprendere in mano la nostra vita con l’autunno.

2020. Qualcosa è andato storto per tre aspetti

Abbiamo sperato che il caldo riducesse i morti, le disgrazie nelle RSA, allentasse la presa del virus nelle aziende che non hanno mai chiuso, o per disposizione normativa o per volontà imprenditoriale. In realtà, mentre tutti noi cercavamo di stringerci a coorte, qualcosa è andato storto, almeno sotto tre aspetti e stiamo cominciando a vederne gli effetti.

Il primo: la questione sanitaria

Il primo attiene ovviamente alla “questione sanitaria“. L’Italia è la nazione europea con più morti e fra i primi al mondo per contagi. Non c’è dubbio sul fatto che siamo stati i primi in occidente ad affrontare questo pericolo, ma proprio perché siamo stati i primi, abbiamo avuto più tempo per organizzarci nei mesi successivi, trovare ed applicare efficaci strumenti di prevenzione nelle strutture sanitarie, lavorative, di comunità. Ma, ripeto, qualcosa è andato storto.

Il numero dei morti, salvo che durante la pausa estiva, non è affatto diminuito, a dispetto di chi diceva che il virus perdeva “potenza”, gli ospedali non hanno aumentato la propria capacità di ricezione dei pazienti ammalati, a grande discapito dei pazienti oncologici e cronici che non hanno avuto più accesso facile alle strutture ospedaliere.

Le risorse economiche si sono bloccate nell’imbuto della burocrazia, frutto della normazione articolata, sconnessa e priva di visione e in generale non c’è stata adeguata organizzazione. Una generazione intera è stata spazzata via e non solo perchè l’Italia non è un Paese di/per giovani. Se gran parte dei commentatori si è concentrata nell’evidenziare le mancanze e le inefficienze strutturali ed economiche della sanità pubblica, letteralmente spolpata per interessi economici di alcuni, molto poco è stato detto invece in relazione alle risorse umane, ovvero ai medici e agli infermieri.

Fra marzo e aprile queste figure sono state osannate, quasi beatificate, ma era più semplice trovare un ingegnere aerospaziale disponibile che un medico o un infermiere. Ciò perché la dissipazione delle risorse sanitarie è passata anche per un modello universitario a “numero chiuso” con tutto quello che ne è derivato in questi anni in termini di chi passava e chi non “poteva” passare. Più la sanità pubblica si scioglieva, meno medici e infermieri venivano adeguatamente assimilati, preparati e inseriti nelle strutture italiane.

Molti, per seguire le proprie passioni, hanno dovuto andare all’estero per restarci fino a quando la madre patria non ha richiamato alle armi promettendo inserimenti di cui non si è più parlato. Come nelle guerre di trincea, invero, giovani studenti sono stati immediatamente abilitati e immessi in corsia. Senza risorse non abbiamo cresciuto ed educato adeguatamente almeno due generazioni di sanitari. 

Il secondo: la questione democratica

Il secondo aspetto attiene alla “questione democratica“. Se proviamo ad avvolgere il nastro indietro e ad esaminare con distacco e lucidità quanto accaduto all’interno delle Istituzioni e in Comunità, potremmo facilmente renderci conto di come il virus ne abbia inficiato duramente il volto democratico. L’arrivo della pandemia ha messo in pericolo le libertà fondamentali, fortemente limitate per esigenze di sanità pubblica, attraverso l’adozione di decreti adottati in dispregio della riserva di legge parlamentare. Solo la traduzione successiva in decreti legge ha in qualche modo “messo una pezza” su nuovo costume legislativo che, si spera, non lascerà traccia.

Funzioni ministeriali e parlamentari sono state letteralmente svuotate dall’arrivo di task force di ogni tipo, dai quali è dipesa quasi ogni scelta politica, senza tuttavia che a questa scelta venisse affiancata una responsabilità diretta verso i cittadini, anche e soprattutto in termini elettorali. Regioni, Comuni, Stato non hanno saputo convivere bene secondo lo schema tracciato nel Titolo V della Costituzione, l’Italia è diventata un Twister di colori in cui non sapere dove mettere piedi e mani.

Il terzo: la questione criminale

Il terzo aspetto, dulcis in fundo, attiene alla “questione criminale“. Probabilmente è l’elemento di cui si è parlato meno in questi mesi di grave crisi sanitaria ed economica. L’assenza di pronte risposte ai problemi sociali ed economici ha e sta contribuendo massicciamente all’aumento di infiltrazioni nell’economia da parte della criminalità organizzata.

390 mila imprese hanno chiuso, quasi 600 mila persone hanno perso il posto di lavoro in questo annus terribilis. Si tratta, in assenza di adeguate contromisure, di una prateria infinita sulla quale le mafie possono scorazzare invadendo ogni settore.

Non più solo l’agroalimentare e la ristorazione, il gioco, (è incredibile notare quante decine di gelaterie hanno aperto a Roma fra marzo e aprile – sigh! -, in piena pandemia e quanti supermercati – di tutti i tipi misure e stagionature – stiano aprendo nel palermitano), ma anche quello creditizio e finanziario (come evidenzia l’ultimo rapporto Eurispes dello scorso 15 dicembre). Su questo aspetto occorrerebbe fare luce, il prima possibile, prima che inizino ad essere spesi i miliardi europei, prima di renderci tutti conti che la mafia, come Voldemort (per fare un paragone giocoso), non è mai scomparsa.

Insomma, l’unico augurio per questo 2021 è che si cessi con la retorica, non perchè i problemi spariranno, ma per poterli affrontare bene, ognuno con le proprie responsabilità.

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