L’Isola delle Rose
e l’Italia verticale

L'Isola delle Rose
e l'Italia verticale

Un'isola galleggiante nel mar Adriatico a 11.500 metri dalla costa
diventa uno Stato indipendente al quale l'Italia dichiara guerra

di Dario Artale

L’Isola delle Rose
e l’Italia verticale

L'Isola delle Rose
e l'Italia verticale

L'Isola delle Rose
e l'Italia verticale

di Dario Artale
isola delle rose

L’Isola delle Rose
e l’Italia verticale

L'Isola delle Rose
e l'Italia verticale

Un'isola galleggiante nel mar Adriatico a 11.500 metri dalla costa
diventa uno Stato indipendente al quale l'Italia dichiara guerra

di Dario Artale
7 minuti di lettura

“Ti voglio cullare, cullare, posandoti su un’onda del mare, del mare”. Nel Mare Adriatico del Sessantotto, al largo di Rimini e lontana appena il giusto dalle acque territoriali italiane, l’ingegnere bolognese Giorgio Rosa impiantava un’isola galleggiante: l’Isola delle Rose, una piattaforma in cemento armato, sorretta da un telaio di tubi d’acciaio da saldare in terra e installare in mare, a circa 11.500 metri dalla linea di costa. Languida, dalle balere emiliano romagnole, si diffondeva la ballata popolare incisa da Nico Fidenco nel 1961, proponendosi di “cullare cullare” un Paese che, invece, cominciava a pensarsi in verticale.

Verticale ambiva ad essere l’Italia dei giovani ingegneri come Giorgio, ai quali il boom economico aveva consegnato le chiavi dei cantieri dai quali progettare non più palazzi ma grattacieli. Verticale, senz’altro, l’Italia non era: prigioniera come sempre delle sabbie mobili degli apparati di Stato, puntualmente incapaci di allinearsi tra loro quando giunge l’ora di dare l’assalto al cielo. Rosa, a dispetto del suo cognome, non era figlio dei fiori, ma era senz’altro un figlio legittimo del ’68, dal quale aveva ereditato l’insofferenza nei confronti di uno Stato orizzontale, autoreferenziale, a tratti diverso a tratti uguale a quello attuale, pronto com’è a sfidare il boom boom del Recovery Plan di Next Generation EU.

“Non potevi fare nulla che i politici non volessero, e questa schiavitù ogni giorno di più ti soffocava. A questo punto, dopo tutti i morti ammazzati in Italia nel dopoguerra, io, che sono e sono sempre stato libero, pensai che un’unica prospettiva era di andare in un paese indipendente dove gli intelligenti potessero comandare e gli idioti servire. Ed ecco che studiando la situazione trovai la possibilità di costruire un’isola”.

È l’estate del 1958 quando Giorgio Rosa inizia la costruzione di un’isola d’acciaio al largo della costa romagnola, partendo da un punto individuato nell’Adriatico attraverso l’impiego di un sestante allineato con il faro del Grattacielo di Rimini, simbolo di quell’Italia verticale che Rosa & co stavano faticosamente provando a tirar su dalle sabbie mobili. Ma questa, per l’ingegnere, che proveniva dai cantieri della periferia bolognese, non era la volta di verticalizzare un palazzo, ma un’utopia.

Il primo maggio del 1968, dopo dieci anni di lavori, Giorgio Rosa dichiarò Stato indipendente la sua isola d’acciaio, e ne divenne Presidente. L’Isola delle Rose, alla quale, d’ora in poi, riconosceremo la I maiuscola, venne segnalata ai naviganti da una bandiera che ritraeva tre rose rosse su campo bianco e fondo arancio: chiunque vi sbarcava parlava in Esperanto (la lingua ufficiale adottata dall’Isola) e pagava in Mills (la moneta coniata dal Rosa, che aveva cambio 1 a 1 con la lira italiana).

Spuntava così dall’Adriatico, nella caldissima estate del 1968, l’Esperanta Respubliko de la Insulo de la Rozoj, una piattaforma in cemento armato, poi divenuta Stato, fondata sul mare da un cittadino italiano. Non era a dire il vero la prima volta che un’isola d’acciaio veniva impiantata fuori dalle acque territoriali: durante la Seconda Guerra mondiale, il Regno Unito aveva costruito diverse piattaforme artificiali nel Mare del Nord, in corrispondenza degli estuari del Tamigi e del Mersey, per proteggere, con batterie contraeree, i suoi centri industriali; ma era senz’altro la prima volta che a costruirla e dichiararla Stato fosse un cittadino italiano.

Giorgio Rosa scelse Rimini per mettere in piedi il suo progetto, probabilmente perché a Rimini più che altrove avevano attecchito “gli echi di una cultura pop e globale” che avrebbero fatto della Romagna negli anni a venire la California italiana, con avventure imprenditoriali da cartolina quali, per esempio, L’Italia in miniatura, il parco tematico fondato nel 1970 proprio a Rimini, che riproduce in scala chiese, piazze e monumenti italiani, immersi in un paesaggio naturale, anch’esso in scala, costituito da 5000 veri alberi in miniatura.

Scrive a proposito Nicola Gambetti, redattore riminese che offre sull’Isola delle Rose letture e virgolettati molto interessanti: “L’Isola delle Rose si pone proprio tra questi fenomeni romagnoli peculiari e modernisti, a cavallo tra un territorio provinciale – ma sensibile ai grandi fenomeni culturali internazionali grazie a un milione di presenze turistiche registrato nel 1967 e il fascino dei totem occidentali, proiettati soprattutto in un’ottica commerciale totale, spesso borderline, orientata comprensibilmente e inevitabilmente allo sfruttamento dello smisurato indotto estivo romagnolo di quegli anni”.

L’Isola delle Rose come l’Italia in miniatura, ma sì: probabilmente altro non era che un’avventura tutta italiana, un modello di “risky business” da Riviera, una messa alla prova, estrema e onirica, del genio italico che fu di Leonardo Da Vinci e di Carlo Collodi. Un’isola dove darsi per vinto non è permesso e dove se fai i conti li fai con te stesso: niente tasse e niente sirene. Ma gli italiani lo sanno, lo sanno bene, che finanche “Le avventure di Collodi”, quando varcano la penisola, prendono la forma dello stivale: diventano spy-story, romanzi neri, atti governativi e parlamentari capaci di determinare, come avvenuto ai danni della Repubblica Esperantista dell’Isola delle Rose, dichiarazioni di guerra e occupazioni militari. 

Vista da Roma, l’Isola di Giorgio Rosa apparve come una base sovietica, un punto d’ascolto della CIA, un ripetitore clandestino, una piccola Cuba piazzata nel bel mezzo del mar Adriatico. Di fronte all’inquietantissimo scenario internazionale il professor Franco Restivo, Ministro degli Interni del secondo Governo Leone, inviò in Riviera gli uomini del S.I.D., il servizio segreto militare italiano, affinché convincessero Rosa e i suoi soci a desistere dall’impresa.

Di fronte al due di picche servitogli dal Rosa rigorosamente in esperanto, il Ministro Restivo non potè fare altro che armare a guerra l’intera flotta dell’Andrea Doria; la quale, salpata da Venezia il 22 gennaio 1969, raggiunse l’isola a nodi spiegati e conquistò militarmente i 400  sui quali era sorta la Cuba adriatica. A nulla valse il telegramma che il Governo Esperantista dell’Isola delle Rose inviò al Presidente della Repubblica Italiana Giuseppe Saragat, rilevando “la violazione della relativa sovranità e la ferita inflitta sul turismo locale dall’occupazione militare”, a nulla valsero le interrogazioni parlamentari degli onorevoli Stefano Menicacci del MSI e Nicola Pagliarani del PCI. L’Italia aveva già opzionato il tritolo.

Il mattino in cui l’Isola delle Rose venne minata con 1.080 kg di esplosivo, i romagnoli affissero ai negozi manifesti a lutto, con su scritto: “Nel momento della distruzione di Isola delle Rose, gli Operatori Economici della Costa Romagnola, si associano allo sdegno dei marittimi, degli albergatori e dei lavoratori tutti della Riviera Adriatica condannando l’atto di quanti incapaci di valide soluzioni dei problemi di fondo, hanno cercato di distrarre l’attenzione del Popolo Italiano con la rovina di una solida utile ed indovinata opera turistica. Gli abitanti della Costa Romagnola”.

L’11 febbraio 1969 i sommozzatori della Marina Militare Italiana, demoliti i manufatti in muratura e segati i raccordi tra i pali della struttura che sosteneva l’Isola delle Rose, la minarono con 75 kg di esplosivo per palo affinchè implodesse; ma, fatte brillare le cariche, essi rimasero sopraffatti dal genio italico: il Rosa, infatti, aveva costruito i 9 piloni portanti dell’Isola “a cannocchiale”, e con l’esplosione non si creò altro che un’incavatura.

Il 13 febbraio, allora, i militari italiani optarono per raddoppiare i kg di esplosivo ai pali, ma l’Isola, per quanto squassata, rimase lì dove Rosa l’aveva messa. Fu solo la mareggiata il 26 febbraio del 1969 a farla inabissare, ma questo non cambia le cose: la Repubblica Italiana aveva vinto la sua prima Guerra delle Tre Rose, annientando un’isola d’acciaio governata da una cattedra di professionisti bolognesi.

Perché l’Italia è verticale, e se non le credi, l’Italia cade, ma cade in piedi.


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