1 maggio, ovvero La Storia siamo Noi.

di Vittoria Favaron

1 maggio, ovvero La Storia siamo Noi.

di Vittoria Favaron

1 maggio, ovvero La Storia siamo Noi.

di Vittoria Favaron
5 minuti di lettura

La Storia siamo noi, siamo noi questo piatto di grano.

La Storia siamo noi di Francesco De Gregori potrebbe essere la canzone perfetta se cantata in questo giorno, il 1 maggio, data storicamente indicata come la festa dei lavoratori.

Molti ignorano le origini della ricorrenza, di com’è nata l’idea di sancire con una data precisa la celebrazione di uno status, “il lavoratore”, e perché tale tradizione è rimasta consolidata negli anni.

Il 1 maggio è nato a Parigi nel 1889 a seguito di una protesta-movimento dispiegato a livello internazionale in cui si rivendicavano certi diritti comuni a tutti i lavoratori, come l’orario di lavoro a 8 ore giornaliere.

La protesta “manovale” è passata dall’Australia fino agli Stati Uniti, si è consolidata in Europa, attraversando Parigi e quindi L’Italia.

Ogni anno successivo al 1889 i lavoratori si sono riuniti e si sono espressi in un movimento dedito a esprimere le esigenze e i diritti di cui chiedevano l’attuazione e la concreta resa.

Così come il mondo cambia e si evolve, il 1 maggio fino agli anni 2.0 è stato scandito da problematiche ed eventi tutti da contestualizzare al momento storico in cui i lavoratori si trovavano a vivere e a interagire.

Quello che stiamo vivendo e che ci vede protagonisti attivi e passivi è un frammento di tempo in cui il lavoro è al centro di ogni dibattito possibile, dai piani alti al bar sotto casa, e sembra aggirarsi come un fantasma più o meno visibile in Italia e in Europa, vittime di una crisi profonda mai attraversata e impotenti, così pare, a trovare soluzioni adeguate per uscire dall’empasse critico e destabilizzante in cui lavoratori multigenerazionali sono drammaticamente intrappolati.

Vi è una necessità di forte cambiamento che va a cozzare con la necessità di non perdere i diritti acquisiti e di evitare il collasso sociale.

Mai come adesso la contrapposizione più vistosa vede da un lato i giovani dai 20 ai 35 e più anni e dall’altro la generazione dei “padri”, entrambi in sofferta precarietà ed entrambi sotto-scacco da possibile mancanza di entrare nel mercato del lavoro e provare a stabilizzarsi, i primi, e dall’altro lato la paura di poter uscire definitivamente e perdere una posizione guadagnata per anni, senza possibilità di rientro e con una pensione sempre più lontana e dilatata, i secondi.

Viviamo l’Anno-zero che tende a spostare l’asticella verso un -1 agghiacciante, eppure la storia che ci avevano raccontato era di un progresso e un percorso verso miglioramento e crescita che storicamente doveva mostrare come i figli avrebbero vissuto in condizioni migliori rispetto ai propri genitori.

L’inversione di tendenza è palese e sotto gli occhi di tutti e la valenza del 1 maggio è scandita in questa contraddizione amara ed inevitabile.

 “Noi, gente che spera” è una canzone degli Articolo 31 feat. Sud Sound System che forse rende l’idea delle attitudini emotive che ostinatamente ci raccontiamo e di cui non possiamo prescindere.

La speranza che tutte le buone energie di cui questo Paese si nutre, della forza positiva di noi giovani, dell’esperienza e della caparbietà dei nostri “vecchi”, può forse fare la differenza a dispetto di un presente oscillante e di un futuro incerto?

L’italia è fondata sul lavoro, ed è proprio vero che l’uomo è nobilitato dal suo lavoro, che cresce, migliora e rafforza le sue attitudini e la sua tempra passando dal lavoro e vivendo del lavoro.

Il 1 maggio del 2012 deve aiutare a riflettere su questo. Dobbiamo riflettere noi ragazzi che ci affacciamo e che crediamo ancora che il lavoro sia targato da noi e possa progredire con noi, al netto delle partite IVA, dei contratti a progetto, degli stage non retribuiti e dei tirocini che nascondono subordinazioni troppo onerose.

Devono riflettere gli imprenditori, quelli virtuosi che soffrono la crisi al pari nostro, quelli che lottano per salvare il posto ai loro dipendenti e non dormono la notte a causa dello spettro del fallimento o delle tasse sempre più incalzanti e pesanti.

Devono riflettere anche gli imprenditori meno virtuosi, quelli che giocano con i salari e che investono fuori dal nostro Paese per una pura opportunità di sotto costo del lavoro, facendo bene a se stessi certo, è l’impresa bellezza, ma andando a discapito di una qualità e un ingegno che è il fulcro del Made in Italy e che fuori dall’Italia è solo contraffazione, mentale e fattuale.

Devono riflettere i governanti, politici o tecnici che siano, perché è vero che la Crisi di cui tanto e costantemente si parla non permette grandi colpi di mano e discrezionalità d’azione potenzialmente in grado di ridare spinta e far ripartire la macchina, come lo è stato in passato, ma è vero anche che continuare a non rischiare e a non investire sulle energie pulsanti e all’avanguardia, che in Italia albergano e vivono, non sembra portare ai risultati che tutti si aspettano da noi, che storicamente ci siamo sempre rialzati dopo momenti difficili e sofferti.

Che il 1 maggio, di cui spesso si dimentica l’intima valenza e ci si concentra su moti di leggerezza, legittimi per carità, dati dalla musica proveniente dal Concertone in piazza San Giovanni a Roma, sia davvero un giorno di riflessione a 360° ma non solo, che sia il giorno vero in cui si chiede di riappropriarci della nostra pelle più autentica, IL LAVORO, oggi più necessario di ieri, oggi più evocativo che mai.

 

E poi la gente, (perchè è la gente che fa la storia) quando si tratta di scegliere e di andare, te la ritrovi tutta con gli occhi aperti, che sanno benissimo cosa fare.
Quelli che hanno letto milioni di libri e quelli che non sanno nemmeno parlare,
ed è per questo che la storia dà i brividi, perchè nessuno la può fermare.
(La Storia siamo noi. Francesco De Gregori)

 

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2 risposte

  1. Oggi sembra che lo storicismo lineare abbia mostrato tutti i suoi limiti. Allo sviluppo c’è un limite, soprattutto quando il progresso quantitativo non è accompagnato dalla crescita qualitativa. Un giorno un amico mi ha suggerito una teoria originale, logicamente coerente e quasi realizzabile. Lo sviluppo quantitativo ha mostrato tutti i suoi limiti: sostituzione tecnologica di molte fasi manuali (crescente disoccupazione e soprattutto necessità di high skilled workers) e parallelamente delocalizzazione dei low skilled jobs (sfruttando la manodopera a basso costo). Le conseguenze? da un lato, un occidente sclerotico che deve acquisire sempre più qualifiche per mantenere un livello di benessere culturalmente accettabile. dall’altro, i paesi in via di sviluppo che pagano un prezzo altissimo in termini di diritti sociali ed economici, per i loro tassi di crescita galoppanti.
    La conseguenza è che, a fronte di un benessere quantitativo, ci sono crescenti malesseri qualitativi.
    La teoria del mio amico era dunque: perchè non sfruttare questa meravigliosa tecnologia per lavorare tutti un pò.. di meno?

  2. Adri parole sante. é una teoria diffusa quella di sfruttare le tecnologie per “diffondere” il lavoro e creare una sorta di comunità altamente attiva…che sappia usare le risorse tecnologiche in modo bilanciato e conservando la parità di diritti e di aspettative.
    La rete ci rende tutti sullo stesso piano al netto dei contenuti, e cioè crea democrazia nel momento in cui permette a chiunque di riversare il suo contributo nell’etere.
    La selezione avviene in modo più o meno naturale, e cioè viene privilegiato chi ha l’idea migliore, chi ha il miglior consenso, chi riesce ad essere professionale e capace.
    Il problema è che i vertici del potere sono governati da dinosauri più o meno con bacini d’interessi personalissimi o di oligopolio puro e semplice.
    La tecnologia fa paura a chi non la sa usare. Se non avviene un ricambio generazionale si rischia che queste rimangano belle parole.
    Una primavera egiziana potrebbe partire anche da qui, ma per adesso siamo troppo conformisti e benestanti per tentare una rivoluzione pacifica ed ingegnosa.

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