Unione Europea: al cuor non si comanda, ma l’economia non è un’opinione

meltingeuro

Fuggi da chi t’ama e chi non t’ama insegui   (Catullo)

Sembra questo il leit motiv del love affair Italia-Europa.

Da un lato, Francia e Italia – adesso anche con l’appoggio della Svizzera – premono per una politica meno rigida dell’Europa nei confronti degli Stati membri in crisi. Dall’altro, la Germania si mostra inflessibilmente “tedesca”.

Tra corteggiamenti amorosi e snobbismi elitaristi, l’opinione pubblica si divide. Chi vuole l’Europa perchè si sente europeo, perchè è comodo viaggiare senza passaporto, né visti, né controlli, perchè ci piacciono i finanziamenti europei. Sul versante opposto, chi vuole un’economia nazionale forte, l’autodeterminazione piena e senza vincoli, l’Italia prima di tutto.

La possibilità di opt-in o di opt-out dall’Europa non può essere ricondotta a mere valutazioni sull’amore e sull’odio, seguendo logiche da Vanity Fair.

Sono altri i fattori rilevanti in gioco. Fattori razionali, prevedibili e – entro un certo limite – controllabili.

La crisi economica non è un fenomeno eccezionale. L’eccesso di debito pubblico lo è. E’ una patologia causata da una gestione anomala e poco ottimale della spesa pubblica. Il bilancio di uno Stato dovrebbe chiudersi sempre in pari, senza alcun debito. Questa sembra una prospettiva utopica. Tuttavia, il fatto che il c.d. breaking even point sia solo un obiettivo guida, non legittima un indebitamento dello Stato in misura superiore allo stesso Pil del Paese.

Per far fronte alla crisi economica, anche ove causata dal debito pubblico e dunque da una crisi di fiducia nei confronti del mercato nazionale, lo Stato ha a disposizione due strumenti tradizionali: la moneta e la tassazione. Lo Stato può “rifocillare” le casse pubbliche e il mercato o battendo moneta (con il necessario effetto dell’aumento del tasso di inflazione), oppure incrementando la pressione fiscale.

Gli Stati Europei, aderendo all’unione monetaria, hanno mutuamente rinunciato al potere di battere moneta, accentrando le competenze regolatorie in materia di politica monetaria nella Banca Centrale Europea (BCE).

L’unico strumento che gli Stati hanno a disposizione per estinguere il loro debito è la moneta liquida in bilancio, da riscuotersi tramite tagli di spesa o tramite imposizioni fiscali. Dinanzi a tale “limitazione” di potere, si muove oggi la corsa al protezionismo.

Si rincorrono slogan dal valore etico incontrovertibile, ma dalla razionalità sindacabile.

Mi sovviene il canonico motto del Professore del liceo: “La matematica non è un’opinione“.

Senza appellarci a teorie astratte, chiediamoci cosa avverrebbe concretamente se l’Italia uscisse dall’Europa.

Il prezzo dell’essere in Europa non è riducibile alla mera libertà di circolare senza visti, né passaporto.

L’Unione Europea nasce come forma di integrazione dei mercati: liberalizzazione e potenziamento dei flussi commerciali. Oggi un imprenditore o un libero professionista possono produrre beni o erogare servizi in qualunque Paese europeo, senza dover pagare alcun dazio o particolari imposte a motivo della loro nazionalità.

Quando un Paese esce dall’Europa, o anche solo retrocede di uno step, la conseguenza immediata è la fuga dei capitali. I prodotti importati diventano più costosi a causa dei dazi. I prodotti italiani esportati sono meno competitivi in quanto il loro prezzo è rincarato dalle imposte alla dogana.

Un’azienda non avrebbe alcun interesse a investire in un Paese in cui dovrebbe pagare più tasse o oneri rispetto agli altri Stati limitrofi. Ne sono conferma le recenti tendenze degli investimenti finanziari.

Le società con sede in Italia, aventi succursali all’estero, stanno trasferendo le sedi sociali, trasformando gli stabilimenti italiani in mere agenzie, affinché – in caso di uscita dell’Italia dall’Eurozona – il loro capitale sociale non sia convertito in “lire” e dunque non perdano tutto il loro valore.

Parallelamente, il crollo delle quotazioni della Borsa Italiana ha depresso il valore di mercato delle società italiane. Si teme che per un magnate russo o cinese sia oggi semplice comprare quote maggioritarie delle eccellenze italiane con “pochi spicci”. Tutti gridano allo scandalo. Ma qualcuno si è chiesto come mai nessun investitore straniero abbia ancora fatto questo great deal?

Al contrario, i grandi investitori stanno – apparentemente in modo irrazionale – investendo nei Bund tedeschi, la cui rendita oggi è pari allo 0%. Il motivo?

Indipendentemente dal fatto che l’Italia o la Spagna escano dall’Europa o meno, i Bund tedeschi sono destinati a salire. Se i Paesi mediterranei usciranno dall’Europa, i capitali fuggiranno da tali Paesi rifuggiandosi nei mercati Mitteleuropei. Se  l’Europa farà un passo indietro, regredendo dall’unione monetaria, allora il Deutsche Mark sarà l’unica moneta a godere di un tasso di cambio favorevole.

Una Germania egemone a discapito degli altri? Forse. Tuttavia, le relazioni internazionali non sono mere favole in bianco e nero. Spesso si ignora cosa sia l’Europa e quali benefici i Paesi ne traggano. Domina la propaganda antitedesca che ripete quotidianamente che la Germania ci ha preparato un’imboscata facendoci entrare nell’area Euro. E’ vero. La Germania ha avuto benefici maggiori dall’Europa, alla luce del fatto che, al momento della conversione Euro-Marco, ha goduto di una sopravalutazione della propria moneta. Tuttavia, il nostro Paese non ha “subito”, senza alcun beneficio.

L’Italia è brava a vittimizzarsi, denunciando l’accerchiamento e l’inganno. La crisi, certamente, non è tedesca.

Il problema giace nel fatto che esiste un debito pubblico esorbitante, frutto di una gestione ingorda e irresponsabile. Indubbiamente i vuoti di bilancio non sono imputabili alla Germania. Ci si potrebbe, al contrario, chiedere come mai i flussi di finanziamenti provenienti dall’Europa non abbiano sortito i loro effetti, e come siano stati impiegati.

Il Giappone ha un rapporto debito/Pil più elevato, molti ribattono. Purtroppo però il mercato non è fondato su soli numeri, ma anche su percezioni. Che significa? Un investitore, indipendentemente dall’indebitamento, investe in un mercato che egli percepisca come fertile e fruttifero. Oggi, l’Italia è percepita come un Paese non solo fortemente indebitato, ma anche potenzialmente insolvente. I suoi prodotti finanziari offrirebbero un tasso di guadagno che, alla luce del suo attivo di bilancio, lo Stato non potrebbe mai pagare. La nostra crisi è una combinazione di debito e percezione di insolvenza. Criticare criteri classificatori, stime di solvenza, parametri di misurazione è oggi importante per riparare un sistema-mercato non troppo efficiente e per migliorarlo in prospettiva futura. Allo stesso tempo, però, la critica del sistema non risolve un dato di fatto che ormai esiste e per il quale è necessario ricorrere a strumenti concreti.

L’Italia, al pari di Grecia, Spagna, Portogallo e Francia, vive una crisi economica che può affrontare solo tramite uno strumento: la correzione del bilancio pubblico. Tagli di spesa (probabilmente inadeguati) e tassazione non sembrano tuttavia sortire effetti. Di norma, gli Stati ritoccherebbero la liquidità battendo moneta, ma ciò non è possibile. Da un lato gli Stati europei hanno rinunciato al potere di battere moneta. Dall’altro, aumentare il circolante farebbe aumentare l’inflazione, dunque i prezzi, dunque diminuire i consumi, dunque: la crisi.

Uscire dall’Europa è una soluzione che, tanto a destra quanto a sinistra, seduce i nazionalisti. Tuttavia, il protezionismo penalizzerebbe sia la competitività dei capitali stranieri in Italia, sia quella delle società italiane all’estero. Dunque, ancora: la crisi.

L’unica via percorribile appare  lo step forward. L’asimmetria di poteri conferiti all’UE, la politica monetaria senza la politica fiscale, ha comportato l’impossibilità tanto per l’Europa quanto per gli Stati di giocare sugli equilibri inflazione-tassazione.

“Abbiamo bisogno di piu’ Europa, di un’ unione di bilancio, ma prima di tutto di un’ unione politica”

Ha dichiarato due giorni fa il cancelliere tedesco Angela Merkel, parlando ai microfoni della Tv ARD, e sostenendosi favorevole all’Unione Politica.
Dall’altro lato, Parigi è favorevole – nelle parole del Ministro per gli Affari europei Bernard Cazeneuve – a ”un rafforzamento politico dell’Ue”, sottolineando però che ”non è una riforma istituzionale, la risposta alla crisi” del debito europeo.

Si riapre lo scenario di conflitto. L’Italia appare, come al solito, “in balia degli altri”, incapace di promuovere una soluzione autonoma, magari intermedia e negoziata. La manualistica, dopotutto, ci insegna che prima dell’unione politica, esiste l’unione fiscale. Meno invasiva e più efficace. Alla luce delle inefficienze italiane in materia, forse potremmo cogliere l’occasione per imparare una lezione tutta nordica.

L’Italia non dovrebbe sentirsi accerchiata o circuita dagli altri Stati. Dovrebbe realizzare di essere uno Stato e comportarsi come tale. E forse anche gli Italiani dovrebbero abbandonare questo pedante vittimismo.

Evitando condotte irresponsabili quali propagande anti-qualcosa o, più gravemente, crisi delle sedie vuote, dovremmo forse iniziare a chiederci – tanto nei focolari domestici, quanto nelle aule parlamentari – dove abbiamo sbagliato e come possiamo rimediare a questa crisi politica.

 

di Adriana Bonomo

Adriana Bonomo

Scrivere per non morire, o forse anche parlare per non morire, probabilmente è una mansione vecchia quanto la parola. Le decisioni più mortali, inevitabilmente, vengono tenute in sospeso per tutto il tempo almeno del loro racconto. Il discorso , si sa, ha il potere di trattenere la freccia già scoccata, in una contrazione del tempo che è il suo spazio specifico… Michel Foucault